4 Memoria

Cerco di rievocare strutture contrastive, scaffali, titoli di capitoli, nomi, date, elenchi puntati, citazioni di autori classici, odore di pagine tagliate (ma gli schermi non hanno odore). Una volta ho letto che la memoria (quale? quella episodica, quella breve, non ricordo) ricostruisce delle scene 3D, ammobiliandole di odori, condensando più volti in uno (come in sogno) ed integrando, soprattutto integrando (unendo i punti delle costellazioni, diceva Gombrich, abbiamo trovato la nostra strada per la manipolazione simbolica).

Il mondo ha la parvenza di un sito internet che scorre infinitamente: anzi di infiniti codici (quei proto libri tubolari conservati nella biblioteca di Alessandria, poi bruciata e poi ancora ricostruita) — si dice nell’Apocalisse che i sigilli si romperanno alla Fine dei tempi. È questo forse il tempo della fine dei tempi.

Leggevo pochi giorni fa della scoperta dei cristalli di tempo, più che scoperta sembrava una produzione. La loro funzione: troppo complessa per essere compresa, mi sembra che avesse a che vedere con la possibilità di bloccare e trasformare un frammento di tempo in un loop continuo: come un micro-circuito — ma non materiale — temporale. Strana coincidenza: Deleuze, in uno dei suoi libri sul cinema, parlando di Bergson aveva usato la stessa espressione: cristalli di tempo.

Il tempo sprecato, quello mal vissuto, quello non registrato. La scrittura dovrebbe servire a dare una forma agli eventi: presentarceli in una piccola scena teatrale, laddove i concetti sono personaggi. Ma a cosa serve, questa stessa scrittura artigianale, quando la registrazione visiva, aurale, testuale (stranamente non olfattiva), è continua ed indipendente dal nostro operarla?

Mi viene in mente ancora il fantomatico lettore universale di Adelphi, il dimenticato Roberto Bazlen: uno che leggeva tutto e che ha provato per una solta volta a scrivere (se nel parla in un romanzo di …) La nostra enorme mente estesa, che giace sottoterra, gelida ed inumana, rievocata costantemente — anche ora, non ricordo il nome dell’autore di quel romanzo — Lo stadio di Wimbledon.

Calvino aveva predetto che l’esattezza sarebbe stata una delle caratteristiche del tempo a venire: si sbagliava. O forse, più precisamente, l’esattezza non fa più parte dell’interno della nostra psiche (se così ci si può esprimere): fa parte dell’intelligenza generica (da Avicenna a Marx), depositata nella materia grigia fatta silicio, fatta carne.

La parola non s’incarna, si cristallizza. Ma sono ben strani cristalli, quelli di questa nuova memoria: cristalli dinamici, polimorfi, proteici. Llull e Mallarmé avevano provato a scrivere il libro, l’opus alchemica e combinatoria che avrebbe definitivamente archiviato tutte le mitologie, trascritto tutto il mondo in segni. Inseguendo un sogno cabalistico (che, apprendo da Nick Land, si è inoltre retrodatato), avevano tentato di gettarsi nel futuro.

Questo sogno c’è, ma non ci appartiene, oppure appartiene, indirettamente, a chiunque ed a nessuno. L’immagine non cattura la realtà, il testo è per noi troppo vago. Tutto diventa fluido e vago — come in una pagina di Mille Plateaux dove si parla della percezione sciamanica: il mondo e le sue interazioni si fluidificano, lasciano gli stock del Capitale per diventare filamenti, nodi, patterns vaghi.

Tutto è vago, come una nebbia dove transitiamo immersi nelle rovine fantasmatiche del futuro, ci aggiriamo senza più armi né nomi (poiché nominare corrisponde in fondo a donare la morte). Non è morto l’autore, è morta l’opera. Quanto tutto è registrato, compiuto, tatuato, segnato, nulla ha più una storia, le strutture si disarticolano (come nei vecchi ciclostilati delle BR).

Eppure, eppure in un qualche modo la scrittura continua, le vite continuano indefinitamente ad intrecciarsi, verbi come ‘amore’ e ‘lutto’ hanno ancora il potere d’innescare un brivido meccanico che scorre dietro la schiena e forma un calore all’altezza della nuca.

Cos’é questo brivido che rimane, nonostante l’astrazione? La faccia dell’uomo cancellata nella risacca, i volumi di Alessandria in fiamme, neoluddisti che bruciano dispositivi.

Può ancora la parola distruggere il reale? Oppure il fluire intenso dei dati ci ha completamente trasfigurato, perforando le orbite come un raggio dell’anima al contrario?

La memoria ha ancora un odore? Un appartamento? Guardare fuori dalla finestra di un palazzo haussmaniano, mentre dentro si celebrano i resti di una festa in molte lingue, guardarla sperando di cogliere bellezza nell’istante in cui i lampioni bruciano raggio a raggio la consistenza oscura della sera. È questo istante, questa luce lattea che si spegne lentamente, e molti volti — miliardi — che posano le labbra, scottandosi, come in quell’emblema di Alciato.

Il mare, in una foto di 杉本博司,si disfa lentamente, mano a mano che il cristallino mette a fuoco i dettagli e quel settore della memoria dedicato alle connessioni si rilascia, il mare, l’idea di mare, connessa a tutte le idee di tutti i mari, quelli che sono esistiti e quelli che si estingueranno. Una consistenza neouterina, uno schermo che non si spegne, mai.

Quell’immagine, così perfetta e così minimale, ancora non ci restituisce il corretto odore. Quello che la mia memoria riempie con le strade di una Grecia adolescenziale, una cascata (ma era proprio una cascata?) di petali rossi su ciottoli umidi. Riesci a rievocare quell’odore?