Brian Baker, un campione di cristallo

La grande retorica sportiva dei vincitori spesso non lascia spazio agli sconfitti, regalando ai posteri le gesta di chi ha vinto e dimenticando coloro che hanno perso.

Fortunatamente non è sempre così e la storia di Brian Baker è una di quelle che vanno raccontate. Un perdente, nella ristretta cerchia di coloro i quali avrebbero potuto essere i numeri uno, ma non lo sono stati e non lo saranno mai, per colpa di un destino “cinico e baro”. Ma allo stesso tempo, anche un vincente, contro sé stesso, quel suo corpo che raramente gli ha permesso di prendere parte a una stagione per intero, contro tutti coloro i quali dubitavano potesse tornare a giocare, in primis i medici, dopo l’ennesimo grave infortunio subito tre anni fa, durante un match all’Australian Open.

Il 2016, sembra possa essere, per il tennista americano, l’anno buono per raggiungere un grande traguardo personale: quello di riuscire a giocare da Gennaio a Novembre senza fermarsi, cosa del tutto normale per la maggior parte dei tennisti professionisti, ma non per Brian.

Lunedì, giorno di inizio dell’edizione numero 136 degli US Open, è sceso in campo anche lui, contro l’argentino Federico Delbonis, su un campo secondario dello splendido complesso newyorkese di Flushing Meadows. L’illusione iniziale, il vantaggio di due set a zero, la rimonta, inesorabile, colpo su colpo, dell’avversario e, dopo 3 ore e 45 minuti, la resa, una parabola che riassume bene la carriera tennistica del nativo di Nashville, tranne nell’ultima parola. “Resa” è un termine che nel vocabolario di Brian non esiste. Non esisteva nel 2005, quando, durante un match di qualificazioni contro un giovane Novak Djokovic, il ginocchio cedette per la prima volta. Non esisteva nemmeno nel 2013, quando, ancora in un grande Slam, è stato il menisco a imporgli un lungo stop, durante una partita contro il connazionale, e amico, Sam Querrey, che assisteva in lacrime alla scena di Brian in barella.

E dire che i primi passi erano quelli del predestinato, di colui che diventerà numero uno al mondo. Possedeva tutto: talento, voglia di migliorarsi e lavorare quotidianamente, grinta e tenacia. A due anni prende in mano la prima racchetta, e, per sua stessa ammissione, «È l’unica cosa che ho sempre voluto fare. Non pensate a una storia come quella di Agassi, a un padre padrone, nessuno mi ha mai costretto. Se sono qui dopo tutto quel che ho passato, è solo per amore del gioco».

Tutti ingredienti che lasciavano presagire un roseo futuro. Tutti, tranne uno: il fisico, quel corpo di cristallo che non ha mai supportato Brian e non ha mai retto il peso dei suoi sogni.

Li mette in fila uno per uno, nel circuito Juniores, Djokovic, Wawrinka, Murray, suoi coetanei, tra i tennisti più forti allo stato attuale delle cose. Poi però, invece delle porte della gloria sportiva, per lui si aprono quelle degli ospedali, negli ultimi 11 anni è finito per 12 volte sotto i ferri, un “record“ che lui stesso non dimentica di sottolineare. Anche, ginocchia, menischi, addirittura un trapianto di cartilagine del gomito, ricresciuta grazie a una porzione di tendine presa dal piede.

Una delle soddisfazioni più grandi è arrivata poco tempo fa, alle olimpiadi di Rio. La federazione Statunitense gli ha proposto di fare parte della spedizione a stelle e strisce in Brasile e Brian, 31 anni compiuti ad Aprile, non ha esitato un secondo a prendere quel treno, ben consapevole che sarà l’ultimo. <<Quando mi hanno chiesto la disponibilità per Rio, ho risposto dicendo che sarei arrivato di corsa>> afferma. Ha perso subito, sia in singolare che in doppio, ma, per uno che porta con sé una storia clinica come la sua, esserci e’ stata la cosa più importante.

Brian non diventerà più un top-player, non entrerà mai tra i migliori dieci del mondo, non riuscirà a partecipare alle ATP World Tour Finals, c’è poco spazio tra i miracoli sportivi per un trentunenne che, nonostante abbia un animo di ferro, ha un fisico a pezzi. Quello che doveva fare però lo ha sempre fatto, ha lottato, nonostante tutto e tutti, fino a diventare un esempio e un autentico mito vivente per tutti gli altri giocatori che lo incontrano nelle clubhouse e negli spogliatoi.

E, ancora oggi, non ne vuole sapere di nominare la parola “sfortuna”: <<il segreto è quello. Sono un American boy. Cerco sempre di guardare avanti>>.

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