“Resurrezione”

Al cambio campo, mentre gli altri sbucciano una banana o stappano una bibita, lui scarta una siringa e si fa un’iniezione. Gli spettatori degli Us Open ammutoliscono e si pongono tutti la stessa domanda: che fa quel pazzo? Quel pazzo è Juan Cruz Aragone, ha il diritto di farlo e i giudici lo sanno. Quel meraviglioso pazzo si sta curando.

Come tutti gli anni, ai nastri di partenza dei tornei del Grande Slam di tennis si presentano centinaia di atleti, tutti con un bagaglio di storie personali particolari. Quelle che affascinano di più sono le storie di “resurrezione” e “rinascita”. Soprattutto quando​ ci si trova ad avere a che fare con quegli uomini e donne che sono precipitati negli inferi e ne sono ritornati, cosa che suscita in noi empatia e ammirazione.

“Resurrezione” è un termine che rende bene l’idea della vita di Juan Cruz Aragone, giovane tennista californiano che, nel Gennaio del 2012, rimase in coma per tre settimane e, per oltre un anno, dovette affrontare un calvario dentro e fuori da ospedali e cliniche. Allora sedicenne, mentre affronta la decisione più importante della sua vita, se andare al college o intraprendere la carriera da professionista, si manifestano i primi, gravi, problemi di salute ai reni e al fegato. JC avrebbe dovuto convivere con il diabete per tutta la vita, una difficoltà già non indifferente nella vita di tutti i giorni, ancora più complicata da affrontare se si vuole giocare a tennis ad alto livello. Per tanti sarebbe stato un capolinea, per lui è stato un punto di partenza, una “rinascita” appunto. Decide di frequentare l’Università della Virginia, studia finanza, ma il meglio di sè lo mette in mostra sul campo e aiuta la squadra universitaria a trionfare per tre anni di fila, vincendo 109 match su 131 disputati. Il suo allenatore, Brian Boland, figura importante nella parabola di JC, che, anche dopo i suoi problemi di salute, non ha mai smesso di incoraggiarlo e allenarlo, dice di lui che <<è il più grande guerriero che abbia mai allenato>>. Adesso JC sta cercando di sfondare tra i professionisti, impresa non facile per chi, oltre alle palle break, deve fare attenzione che il suo corpo non gli presenti il conto. Per scongiurare il pericolo, porta un piccolo apparecchio bluetooth che gli consente di tenere monitorato il livello di insulina nel sangue, che vibra nel momento in cui i parametri sono sballati. Per questo, insieme alle racchette, porta sempre con sé delle siringhe di insulina, pronte da usare nei cambi campo o alla fine dei set. Vedere un giocatore che svolge queste pratiche spesso porta a fraintendimenti. <<E’ stato strano>> dice JC, parlando dei match di qualificazione allo US Open di settimana scorsa, << perchè i giudici di sedia e il personale del torneo non mi conoscevano e, improvvisamente, mi vedevano iniettarmi qualcosa con una siringa e mi guardavano stupefatti. Poi ho spiegato la questione all’Anti-doping e tutto si è sistemato>>. Nel suo percorso verso il tabellone principale ha eliminato anche due italiani e al primo turno ha affrontato Kevin Anderson, uscendo sconfitto, ma tra gli applausi. Un avversario, allo stato attuale, fuori dalla portata per lui, il sudafricano è pur sempre un giocatore a ridosso dei migliori del mondo. Ma a JC questo non interessa. Gli domandano del futuro, lui sorride pensando a tutto quello che ha dovuto affrontare: <<Vincere o perdere una partita non è importante, quello che conta è essere ancora qui>>.

La carriera di Cedrik-Marcel Stebe è un altro esempio di come la volontà individuale possa fare autentici miracoli. Una carriera costruita sulla fatica e sulla concretezza, senza particolari acuti, eccezion fatta per uno spareggio di coppa Davis, nel 2012, in cui condannò l’Australia a scendere di categoria, battendo Lleyton Hewitt. Ma, arrivato al suo best ranking (71 del mondo nel 2012), con l’intenzione di continuare a migliorarlo passo dopo passo, il fisico di Cedrik non regge lo stress. La lista di infortuni consecutivi è lunga e leggerla fa male, tanto quanto possa essere stato duro per Stebe affrontare tutti i suoi problemi. Per la verità il tennista tedesco ci mette anche del suo, la pazienza non è virtù di casa e, forzando il rientro da un precedente infortunio, puntuale e inesorabile, arriva la ricaduta. Un calvario durato tre anni. Anca, schiena, bacino, in una sequenza crudele. Nonostante la frustrazione e lo sconforto, lui stesso ammette di avere avuto momenti molto difficili, in cui ha dovuto staccare completamente dal tennis per non “impazzire”, Cedrik, grazie anche a familiari e fidanzata, vede la luce in fondo al tunnel e riesce a ritornare sui campi. Al rientro, fuori forma e senza lo smalto di qualche anno prima, in molti pensano che, ormai, il suo momento sia passato e che la sua stella sia destinata a offuscarsi. Ma chi ha sangue teutonico non si arrende così facilmente e Stebe, infatti, smentisce tutti, non sé stesso. Anche lui “risorge” dalle ceneri, come la proverbiale fenice, e scala quasi 400 posizioni nella classifica ATP in meno di sei mesi. Due settimane fa ha vinto un torneo Challenger a Vancouver (il secondo successo di quest’anno), poi è volato a New York e ha messo in fila tutti i suoi avversari nelle qualificazioni, non perdendo nemmeno un set. Il sorteggio gli è stato benevolo, affronterà Nicolas Kicker, argentino non particolarmente avvezzo al cemento americano, un’occasione da sfruttare per raggiungere, nuovamente, dopo cinque lunghi anni, un secondo turno in un torneo del grande slam. Cedrik mantiene i piedi per terra, <<Non voglio pormi obiettivi, voglio solo giocare bene e tutto verrà di conseguenza>>, dice, con saggezza, oggi può guardare al passato con la serenità di chi ce l’ha messa tutta per ribellarsi al suo destino.

Serenità che hanno ritrovato anche Allie Kiick (all’anagrafe Alexandra) e Victoria Duval, tenniste americane con una storia simile e un destino comune: entrambe, infatti, hanno sconfitto il cancro. Per uno scherzo del destino, che spesso scrive le sceneggiature meglio di chi lo fa di mestiere, le due si sono ritrovate l’una contro l’altra nell’ultimo turno di qualificazioni, la porta d’accesso al torneo. Ha vinto e si è qualificata al primo turno dello US Open Allie Kiick, la Duval si è ritirata a metà partita per problemi fisici, ma questo è uno dei casi in cui il risultato lo si potrebbe riportare solo per dovere di cronaca. Allie e Victoria vivono un’amicizia speciale. Nel 2014, durante il torneo di Wimbledon, alla Duval venne comunicata la notizia della malattia e lei tornò negli Stati Uniti per curarsi. Fu in una di queste sessioni di chemioterapia che Allie si presentò in ospedale con un mazzo di carte e un piccolo kit per creare dei braccialetti. Per passare il tempo e non pensare. Un gesto non dovuto, Victoria dirà poi <<poche giocatrici mi sono state vicine in quel momento e ciò che ha fatto Allie mi ha aiutato molto a superarlo>>, ma che dipinge bene il carattere di Allie Kiick. Un anno dopo il cancro colpisce anche lei, le probabilità di tornare a giocare a tennis sono bassissime. Dopo avere superato il trauma e avere sconfitto la malattia, Allie si mantiene per due anni insegnando tennis ai bambini e, quest’estate, decide di riprovarci, insieme all’amica Victoria. “Risorte“ entrambe, con una storia e un destino che sembrano condivisi. La vita di Allie Kiick continuerà a non essere facile, suo padre, con un passato in NFL, soffre di Alzheimer e sua madre le paga l’affitto dell’appartamento, dato che lei, per sua stessa ammissione ha detto di avere “730 dollari sul conto in banca e 14 in tasca", ma lei è una ragazza tosta e oggi può dire, con orgoglio, <<tutto quello che ho passato mi ha insegnato molto di me stessa e del mio carattere: siamo tutti più forti di quanto pensiamo>>.

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