Caccia al nero ad Alatri (FR)

Cronache pagane. Sono nato e cresciuto ad Alatri (FR), paese di trentamila anime nel quale la scorsa settimana è stato sacrificato un immigrato al ministro degli interni.

Potere dell’internet, tutto è avvenuto in tempi brevissimi: un paparazzo locale ha diffuso in rete un rap improvvisato di un inconsapevole rifugiato nel quale il ragazzo mostrava il dito medio criticando in modo colorito le politiche razziste del Governo italiano, un consigliere comunale ha chiesto al prefetto l’espulsione dell’immigrato, la digos lo ha identificato e denunciato, il Facebook dei miei compaesani si è riempito di insulti coloriti almeno quanto il rap incriminato.

Il ragazzo sacrificato ha utilizzato, con poca proprietà, un linguaggio da bar meno violento di quello che ogni giorno possono utilizzare liberamente la stragrande maggioranza dei suoi aggressori per le loro chiacchiere — oltretutto senza essere registrati e diffusi su Internet per aprire un dibattito.

Passati gli attimi adrenalinici della caccia all’uomo, potrebbe essere opportuno fermarci, riflettere e vergognarci, un po’ come a me accade ogni volta che in modo avventato faccio o dico una cazzata, un po’ come mi è accaduto ogni volta che le vicende di Alatri (FR) — il paese di trentamila anime nel quale sono nato e cresciuto — sono finite nelle pagine della cronaca nazionale.