Torcicollo

Sono rimasto in attesa a downtown Toronto per oltre due mesi. Ora i ricordi sono affastellati e un poco ingialliti. Provo comunque a riprendere le redini del discorso cercando di lasciare quanto meno possibile al caso.

Cammino in lungo e in largo con il capo rivolto costantemente verso l’alto. Guardo a destra e a sinistra affascinato dall’urbanistica del centro che punta inesorabile verso il cielo. Toronto non è tutta così, anzi; questo però è il Financial District e non esiste rappresentazione possibile se non quella di una fitta radura di laminati. Li chiamano skyscrapers, per noi sono i grattacieli. La sensazione è quella di essere immerso in un’architettura dal sapore tipicamente yankee. Tale percezione viene subito confermata non appena appoggio il mio refrigerato quarantadue di piede sul suolo della piazza maestra della città, quella Dundas Square che maleodora di Times Square in maniera imbarazzante, con tanto di schermi video giganti incastonati sulle sommità degli edifici. Sul lato lungo della piazza c’è l’Eaton Centre, un centro commerciale dalle dimensioni generose (eufemismo) sviluppato su più livelli. Vorrei entrare a dare un occhio, ma ho indugiato troppo nel mio deambulare e la lancetta dei minuti è avanzata ben oltre l’orario consentito dalla mia tabella di marcia. Volto i tacchi verso sud e riprendo la via maestra al contrario. Devo tornare a Union Station: Andrea mi sta aspettando.

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