Demografia post-industriale

Chiunque creda che l’attuale crisi potrà essere superata e che si potrà tornare a livelli di occupazione simili a quelli del XX secolo si illude.
Non sarà la ripresa dei consumi a portare più posti di lavoro. Non sarà il saldo dei debiti pubblici. Nulla potrà il consolidamento delle economie nazionali. E questo per una ragione ben precisa: il lavoro umano è sempre più inutile.

La necessità di manodopera non specializzata, tipica della primissima stagione industriale, ha modificato radicalmente la struttura demografica delle nazioni sviluppate: l’aumento della popolazione urbana è stato accettato come naturale e necessario per il buon funzionamento del sistema. Questo aumento demografico fu prontamente assorbito dall’industria, desiderosa di crescita e profitti. Dopo la drammatica parentesi delle due guerre mondiali, la crescita demografica è ripartita imperterrita: la ripresa della produzione industriale, spinta dalla necessità di ricostruire e drogata dal modello americano, ha nuovamente assorbito la popolazione urbana. Questo ha contribuito a diffondere una falsa e pericolosa convinzione: quella per cui una società sviluppata sarebbe svincolata dalle rigide regole demografiche che regolano le società pre-industriali.

L’adozione delle macchine elettroniche da parte dell’industria, dagli anni ’60 in avanti, ha rappresentato un punto di non-ritorno per l’evoluzione del lavoro umano. La prospettiva di una produzione infinita a costo quasi zero doveva essere la soluzione ideale a tutti i problemi, in un mondo in cui la religione della crescita infinita dominava indiscussa. Quello che nessuno aveva previsto, tuttavia, fu il massiccio effetto demografico di questa innovazione: come già nel tardo ‘800, ma su una scala infinitamente maggiore, milioni di persone si trovarono senza un lavoro nell’arco di pochissimi anni, riversandosi in ghetti urbani dove la criminalità e la disperazione diventarono la norma. 
Ogni ulteriore progresso nel campo dell’automazione ha prodotto nuove ondate di disoccupati, rendendo il lavoro umano sempre meno competitivo e indesiderabile. La crisi finanziaria, infine, ha portato la situazione alle estreme conseguenze. Il crollo del potere d’acquisto ha reso necessaria, in mancanza di interventi ragionevoli da parte dei governi, una rapidissima e drastica riduzione dei costi, operata spesso in maniera miope e affrettata: alla già menzionata automazione si è aggiunta una selvaggia politica di spostamento della produzione.

Questa rapida e incompleta premessa ci porta al nocciolo del problema: la struttura demografica occidentale, modificatasi radicalmente durante l’ultimo secolo, non è più adatta al sistema economico attuale. La società post-industriale in cui viviamo, basata su un settore terziario avanzatissimo, non ha più niente da offrire alla massa di lavoratori più o meno specializzati che, nei decenni passati, ha rappresentato la spina dorsale del progresso occidentale. La disoccupazione, in un sistema socio-economico di questo tipo, non può che essere endemica: l’automazione che ha pervaso ogni aspetto della produzione ha ridotto in maniera esponenziale la necessità del lavoro umano.

Si fa sempre più necessaria una profonda riflessione collettiva su quello che ci è stato presentato per decenni come il “miglior sistema al mondo”: il capitalismo. Non possiamo permetterci di aspettare che il calo demografico già in corso (le nascite sono ai minimi storici) risolva il problema, mentre continuiamo la folle corsa al profitto e alla crescita, condannando decine di milioni di persone a vivere un’esistenza di miseria e disperazione solo perché il sistema è mutato nel tempo di una generazione.

Poiché non è possibile, né auspicabile, fermare o rallentare il progresso tecnologico, non ci resta che mutare l’assetto socio-economico.
Le cose da fare sono due, e sono entrambe fondamentali:

Se le democrazie occidentali non sapranno adattarsi, il prezzo da pagare, in termini sia sociali che economici, sarà altissimo e potenzialmente fatale per il concetto stesso di democrazia: la paura e la povertà sono armi molto potenti nelle mani di politici senza scrupoli desiderosi di potere assoluto.