Domande
Quella che stiamo vivendo negli ultimi anni è una crisi complessa e dalle numerose sfaccettature sociali, economiche e politiche. Se da un lato questa crisi sta stimolando la nascita di una forma meno rapace di capitalismo, quella “sharing economy” che potrebbe rappresentare la nostra migliore opportunità per uscire dal pantano, dall’altro non è possibile ignorare l’enorme impatto che gli ultimi anni hanno avuto su tutte le società occidentali. La precarizzazione del lavoro, iniziata negli Stati Uniti già nella seconda metà del secolo scorso, ha raggiunto dimensioni ingestibili da quando è stata istituzionalizzata in nome della competitività internazionale. E se nessuna delle misure pensate negli ultimi anni in Italia e all’estero per alleviare la situazione è riuscita a risolvere il problema, è per un’ottima ragione: la perdita di posti di lavoro è irrecuperabile. Da un lato c’è stata una massiccia spinta all’automazione, che ha reso superflua la manodopera umana in moltissimi settori; dall’altro sono state create le condizioni perché il capitale potesse liberamente fluire da una nazione all’altra, portando con sé una delocalizzazione selvaggia e spietata.
La conseguenza più facilmente osservabile di questa situazione è la stagnazione dei consumi in occidente, che a sua volta porta al calo della produzione, che a sua volta riduce ulteriormente i posti di lavoro disponibili, innescando una reazione a catena all’apparenza inarrestabile.
Ora, come ben sa chiunque abbia anche solo letto un libro di fisica a scuola, per arrestare una reazione a catena è necessario arrestare la causa prima della fissione.
Ma cosa si pu fare? Inanzitutto è necessario capire come è stato possibile arrivare fino a questo punto. Sebbene sia impossibile trattare un argomento così vasto in poche parole, è nondimeno necessario almeno ripercorrere gli eventi che hanno portato al disastro sociale che è l’attuale lavoro precarizzato.
Le condizioni per la tempesta perfetta che si è abbattuta sulle nostre società nel 2007 si sono create fra gli anni ’70, quando i computer e i robot hanno iniziato ad eliminare decine di migliaia di posti di lavoro, e gli anni ’80, quando le amministrazioni Reagan e Thatcher hanno ridotto la tassazione per i redditi più alti, permettendo alle multinazionali di accumulare immensi capitali. Le conseguenze di questa congiuntura non hanno tardato a farsi sentire nella società occidentale: a fronte di una forza lavoro sempre più precaria e impoverita si è creata una nuova élite capitalista, il cui potere è andato crescendo di pari passo con la sua ricchezza. Questa nuova élite, saldamente attestata sulle posizioni neoliberiste che le hanno permesso di emergere, ha esercitato fortissime pressioni sulla politica degli stati occidentali, con lo scopo di ridurre al minimo gli ostacoli alla libera circolazione di capitale in nome della già menzionata competitività. Trattati come il NAFTA (non molto diverso da quel TTIP che da anni viene discusso in segreto fra Stati Uniti ed Unione Europea), sono il mezzo con cui il grande capitale abbatte le regole dei singoli stati, piegandoli alle proprie necessità di libera circolazione del capitale. Come spiega brillantemente Noam Chomsky, questa libera circolazione permette alle multinazionali di ricattare la forza lavoro di cui si servono: qualsiasi tentativo di irregimentare o controllare il comportamento di un’azienda può essere punito con una delocalizzazione in qualsiasi momento. Le conseguenze di un tale approccio sono facilmente intuibili: i governi si guardano bene dall’indispettire le multinazionali presenti sul proprio territorio per paura della disoccupazione rampante che queste potrebbero causare spostando i propri impianti altrove. Il che ci porta direttamente alla situazione attuale: diritti calpestati, precariato diffuso, una generazione intera lasciata senza futuro.
Che cosa si può fare, dunque? Non esiste una soluzione magica, questo è certo. Forse la cosa più importante che possiamo fare oggi è porre le giuste domande: perché è stato permesso alle multinazionali di arrivare ad avere questo potere? Perché le istituzioni democratiche vengono regolarmente aggirate? Perché conitnuano a mentirci sulla ripresa, quando è evidente che non avverrà mai? Quanto ancora dovremo aspettare prima di parlare seriamente di Reddito Universale? Quando riporteremo la tassazione sul capitale e livelli equi?
Non sarà facile avere risposte a queste domande, ma proprio per questo è necessario porle senza sosta, fino a che non ci saranno date delle risposte convincenti.