Eppure.

I vuoti di vino Cirò neanche si contavano più e la cena non era neanche finita che quella lì era divenuta quanto di più lontano dall’immagine di una tavolata. Un porcile, con gli avventori che grugnivano “viva il compagno Peppe!”, “viva compare Mimmo!”, “il nostro grande sindaco”, mescolando i brindisi alle bestemmie, e qualche stretta di mano “sull’onore” per questo o quell’appalto.

Assieme al buon senso, quella sera come altre, tante, sere, era morto anche ogni ritegno.

Tra sindaci, onorevoli, amici degli amici e la varia umanità del tavolo numero 18, “come l’intoccabile articolo dello statuto dei lavoratori”, c’era un giovane aspirante portaborse. Uno di quelli che si era fatto da solo. Cresciuto a pane, super Mario e Marx sin da quando il nonno, operaio decano della Fiat a Mirafiori, lo portava alle riunioni del sindacato dei metalmeccanici. Un duro e puro, insomma. Che però col tempo aveva imparato a saper stare a tavola, per intenderci.

Come quella sera, nella quale di alzarsi da quel fottuto tavolo non ne volle proprio che sapere. Dopo tutto, aveva più volte detto alla compagna, i suoi stavano per segare le gambe alla poltrona del Premier e in primavera tutti al voto. Quella sera, a quel tavolo, con la biada c’era il suo futuro. O almeno così credeva.

E lei, la donna che sedeva al suo fianco, allora come nell’ultimo lustro. Ventinovenne dottoranda in Scienze politiche, salentina, bellissima. Pelle ambrata, un cuscino di capelli neri e due occhi grandi e di un verde così trasparente che avrebbero potuto far crepare dall’invidia anche un gatto.

Da sempre nelle retrovie, nonostante una meritoria carriera in Università e nel partito, quella giovane donna era da sempre stata l’ombra del rampante politico. Eppure. Eppure lei, a quei tavoli non aveva mai imparato a stare. Non ne voleva proprio saperne, perché non riusciva ad assecondare quei contesti, a fare buon viso a cattivo gioco. E poi, soprattutto, avrebbe davvero rinunciato a tutto pur di non mettere in difficoltà il suo uomo in quelle occasioni. Anche a costo di sparire.

E spariva. Eccome se spariva. Era bravissima a cercare scuse per allontanarsi da quei momenti di perversa convivialità. Così finí anche quella sera per accamparne una, l’ennesima, e uscì a fumare una sigaretta.

“Ciao!”. Tutto inizió così. Con un banalissimo “ciao” che andò a rompere il frinire dei grilli col rumore dei passi che solcavano la ghiaia, lentamente, lì, nel parcheggio dell’hotel. Il saluto amichevole, di chi sembrava conoscerla, era di un bel ragazzo, volitivo, abbronzato e sorridente, vestito di una camicia di lino bianca.

Anche lui aveva accampato una scusa qualsiasi per allontanarsi dal gruppo di giovani militanti che nel camping più giù, intorno a un falò come una tribù d’indiani, avevano iniziato a rollare una canna dopo l’altra. E po’ per codardia (lui, che delle canne non ne sopportava neanche l’odore) un po’ per il voyeurismo tipico del dilttante giornalista, un po’, soprattutto, perché “lo scassacazzi” aveva saputo che alcuni “compagni” per vitto e pernotto avevano avuto un trattamento speciale, che li rendeva più compagni degli altri, volle spiare in lontananza i furbetti del partito. Per poi, da buon capo popolo quale credeva di essere, sputtanarli all’assemblea del giorno seguente di fronte al segretario nazionale.

- Sai, io ho iniziato a frequentare il partito perché dovevamo “combattere le disuguaglianze”, ci dicevano. Ma alla fine ci sono anche qui quelli come te e il tuo fidanzato che ve ne state in hotel con la terza internazionale de noantri, mentre il popolo bue dorme in tenda…
“E dimmi, dov’è questa tenda?”, fu la risposta della donna intanto che, sensualissima, con la mano sinistra tentava di addomesticare una ciocca di capelli che, ribelle più di lei, s’era slegata dalla chioma.

Non avevano fatto in tempo ad arrivarci, al campeggio, che i due si erano già saltati addosso. La prima mossa la sferrò lei, che una volta nel viale dei pini iniziò a circoscrivere la sua preda col fare strisciante di un Ouroboros. E una volta stretta la preda nella sua morsa sussurrò qualcosa che per una con la sua storia suonava quasi blasfemo:“Il socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”.

- Noi siamo nati indietro, compagna…
“E adesso ce ne andiamo avanti”.

Era arrivato quasi all’alba, la mattina prima. E si era scelto un posto appartato, solitario come lui, dove piantare la tenda. Vicino le docce femminili: voleva avere un posto in prima fila al primo scapezzolamento di qualcuna tra le generose compagne della federazione emiliana.
L’aveva comprata all’insaputa dei suoi, ai quali aveva assicurato che sarebbe stato in tenda con l’amico di sempre. Amico che però si era già preparato “la situazione” con una compagna del circolo Berlinguer.
Una tenda di alluminio leggero, rivestita di nylon indeformabile, colore della carta da zucchero. Tant’è che alcuni credevano si trattasse di un questurino infiltrato tra i campeggianti.

“Quanti anni hai?” Mentre gli stava abbassando, coi denti, la zip del jeans.
- Venti, da un mese.

Aveva mentito, a lei come ad altri, sulla sua età. Baffi e pizzetto, era alto uno e ottanta (quasi), discettava con disarmante naturalezza di Che Guevara, di Pertini, di svolta della Bolognina, di Bicamerale. E certo non gli mancavano i modi, poi, a quell’ometto galante. Anche se di anni, in realtà, ne avrà avuti a malapena sedici. 
Lui quella era sera stava per farlo veramente. Per la prima volta.
Ma per dissimulare e non ostentare tutta la sua inesperienza provò subito ad alzare la posta.

- Scommettiamo che quel reggiseno te lo levo in meno di un secondo e usando solo due dita?

La sua buona stella scelse di aiutarlo: mentre la guardava dritto negli occhi iniziò a mimare lo schioccare delle dita, sorridendo. Pollice e medio, pollice e medio, pollice e medio, fino ad arrivare dietro la sua schiena e… tac! Fece davvero saltare i gancetti che contenevano quel ben di dio con un tocco soltanto. Si era ripromesso di fissare per sempre quella scena nella sua mente, fotogramma per fotogramma. Quell’esplosione indomita di femminilità, l’incessante rimbalzare su e giù dei suoi seni, i capezzoli turgidi, il segno del costume sull’abbronzatura.

Chiunque sarebbe venuto in un minuto, un minuto e mezzo al massimo. Fu in quegli istanti, lunghissimi, che il ragazzo iniziò a ripeterselo in testa come un mantra: non devi venire, non devi venire, non devi venire. Col rischio, reale, di ripeterlo anche ad alta voce, tant’era la concentrazione che ci stava mettendo. E cazzo, cazzo se era difficile mantenerla.

Senza proferire parola ed aumentando poco per volta il respiro, era lei a scandire ogni momento, a decidere le regole d’ingaggio. A dominare, insomma. E a dominarlo. Si era portata giù, senza fretta, e senza togliergli gli occhi di dosso neanche per un attimo.

Di nuovo una citazione, di nuovo Nenni. In politica ci sono sempre due categorie di persone: quelli che la fanno e quelli che ne approfittano”. “Per una volta — mormorò — voglio essere quella che se ne approfitta”.

Prese dolcemente a lambirgli il pene con le labbra, mentre con le dita gli sfiorava lo scroto. Riuscì a resistere alla tentazione di comprimergli le palle, come chi conquista un trofeo di guerra. Anzi, le accarezzò per tutto il tempo della fellatio, girandogli di tanto in tanto intorno con la lingua, fino al glande. E a succhiare. Succhia e tira, succhia e tira, succhia e tira. Lo fissava, e lui fissava lei. Vincolati come da un implicito patto di complicità, secondo il quale il primo che avesse distolto lo sguardo avrebbe potuto rompere la magarìa.

Ma come lava incandescente oramai dentro di lui s’era mosso qualcosa. La pressione era schizzata e il battito cardiaco avrebbe sconfitto in pista anche una Ferrari. Fu un attimo. Un attimo soltanto.

- No, io sono quello che fa. Disse, quasi sillabando e minaccioso, come per volerla intimorire. Lei fece appena in tempo ad accennare uno sguardo di sfida che lui aveva già ribaltato i ruoli di comando.

La distese, e con la mano sinistra gli afferrò entrambe le braccia, portandogliele sopra la testa. Ora era lei la preda. Tutte le zone erogene erano nella disponibilità del giovanissimo ammutinato: orecchie, collo, tette, interno braccia, ascelle, fianchi, inguine, ginocchia, polpacci, caviglie, piedi. In ordine sparso, e in cuor suo come un bambino alle prese con l’esame di geografia, riuscì a passarle in rassegna tutte. Con la bocca, la lingua, le dita, i gemiti sembravano musica e lei era divenuta lo strumento musicale del suo piacere.

Le provocò un orgasmo semplicemente stimolandole il Monte di Venere, mentre le sussurrava qualcosa sfiorandole l’orecchio con le labbra. Conosceva, e bene, le citazioni tanto care al partito, ma preferì affidarsi al quinto canto dell’Inferno di Dante. D’altra parte, qualche mese prima aveva dovuto impararlo a memoria al liceo.

Lei aveva già abbassato ogni difesa e ogni contatto con lo spaziotempo. Chiuse gli occhi, e si abbandonò totalmente al ragazzo, che seguitò a penetrarla. Avvolgendola idealmente in un abbraccio, con una mano dietro il capo e l’altra piantata nel mezzo della schiena.

E vennero, insieme.

Alla fine del rapporto, intanto che adagio gli faceva scorrere lungo il dorso le unghie rosso aragosta, col fare di uno squalo dopo i bagordi delle grandi feste, la donna si era convinta che sotteso alla ostentata sicurezza di quel ragazzino smaliziato c’era dell’altro.

“Dì la verità, era la tua prima volta?”
La risposta arrivò sorniona: Sì.

Una donna queste cose le capisce. Specie quando oramai l’hanno abituata a scopare col pilota automatico. Probabilmente lo aveva intuito già lungo il viale dei pini. E aveva intuito anche che nonostante le apparenze quello stronzetto era poco più che un ragazzino. Eppure. Eppure non resistette alla perversione di essere lei la nave scuola del giovane militante, di imprimersi indelebilmente nel suo immaginario adolescenziale. Di divenire la donna che lo farà nascere al mondo. Di nuovo. Pur sapendo che quel momento, quanto avvenuto dentro una tenda scassata da 89 euro in una notte di fine agosto, non avrebbe mai avuto un futuro.

Sarà durato tutto quaranta minuti, al massimo. Quaranta minuti in cui la giovane donna avrà vissuto qualcosa di puro, qualcosa di vero. Ardendo fiato a fiato con chi possiede ancora l’innocenza e la voglia matta di cambiare il mondo. Di cambiarlo davvero. Mentre quel polituncolo del suo fidanzato probabilmente starà ancora scodinzolando al ristorante, in attesa del suo osso.

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