Pensare prima di agire (a volte) è una cazzata

Siamo negli anni ’70, in California. I fumi da cannabis sono più di quelli delle auto e le visioni da LSD sono di poco inferiori a quelle sui palinsesti televisivi. Insomma, c’è davvero un bel clima! Anche all’università, dove insegna il buon Gregory Bateson… un uomo che sa più o meno tutto.

Bateson è quello che oggi chiameremmo un genio (e, per essere onesto, già allora lo definivano così) ma è fondamentalmente un creativo, un curioso, una di quelle persone a cui non basta rintanarsi in una materia, ma ne vuole sempre di più. Insomma, una sorta di Elon Musk che, invece di darsi all’imprenditoria, ha preferito dedicarsi alla vita accademica.

Le sue lezioni sono seguitissime, anche perchè riesce a portare avanti nello stesso discorso filosofia, psicologia, sociologia e antropologia… una vera botta per i cervelli in ascolto (alcuni già belli provati dalle botte derivanti da sostanze stupefacenti).

Un giorno il professor Bateson parla di tre grandi terapeuti dell’epoca: Fritz Perls, Virginia Satir e Milton Erickson. Vediamo un attimo chi sono questi signori.

Fritz Perls è un allievo di Freud, che una volta giunto in america ha dismesso gli abiti signorili della Vienna per bene e si è trasformato in un fricchettone di quelli che quando oggi li vediamo per strada fanno un po’ di impressione. Questi, dopo essersi scrostato di dosso la psicanalisi di stampo dittatoriale del suo maestro, ha iniziato a dare vita ad una nuova forma di terapia, chiamata Gestalt.

Virginia Satir, invece, è una terapeuta familiare, molto nota all’epoca, specialmente perchè vedeva i problemi di famiglia non come causati dal mondo introspettivo della singola persona (o dei singoli membri della famiglia), quanto come l’insieme delle interazioni tra madre, padre e figlio. Quindi, per metterla alla pane e salame, se un giorno si presentava da lei una signora, dicendole: “Dottoressa, mio figlio si troca… prima era grave, ma da quando si è iscritto all’università della California si troca pure con i professori, ve lo posso portare in terapia?” Lei avrebbe potuto rispondere più o meno in questo modo: “Certo, ma deve venire pure lei e suo marito”.

Milton Erickson, invece, è un medico ed ipnoterapeuta, il primo in grado di dimostrare che le persone possono andare in trance anche senza addormentarsi, ma partecipando attivamente ad una conversazione. Oggi viene ricordato come il padre dell’ipnosi moderna.

Ma perchè il professor Bateson parla proprio di loro?

Si tratta forse di un modo indiretto per dire ai suoi alunni che hanno bisogno di cure?

Forse anche questo, ma il motivo principale è il seguente: queste tre terapeuti — estremamente diversi tra loro — usano metodi e tecniche a volte agli antipodi, con impalcature teoriche differenti, eppure… lì dove i loro colleghi tengono in terapia i loro pazienti anni e anni, a loro bastano pochi incontri.

Quindi Bateson domanda: “Secondo voi, come fanno?

E qui nascono i problemi!

I problemi sorgono perchè quasi tutti i presenti in aula hanno una loro idea, delle loro teorie e passano i giorni e le settimane successive a snocciolarle, a disquisire e — proprio per non farsi mancare nulla — a litigare per difendere e affermare i rispettivi punti di vista.

Poi ci sono due stronzi, che alzano le spalle e dicono: “Bò, non lo so!

Questi sono John Grinder, un ex militare dei corpi speciali che, dopo la guerra, insegnava linguistica sempre all’università, e Richard Bandler, un hippy che ancora non aveva capito bene se voleva fare lo psicologo o il matematico.

La loro risposta — volente o nolente — fu la più geniale: “Bò, non lo so!

E fu la più geniale perchè mentre i loro colleghi litigavano per comprendere quale fosse la teoria più solida, loro cominciarono una vera e propria attività di stalking nei confronti dei tre terapeuti. Certo, allora lo stalking ancora non esisteva, al massimo in quelle occasione si parlava di cacare il cazzo ma, appunto, fu proprio quello che fecero.

E, solo dopo averli studiati per anni, tornarono dal professor Bateson per rispondere alla sua domanda.

Per la cronaca, da questo studio è nata la Programmazione Neuro Linguistica. Ma non ho scritto questa storia per parlare di PNL, quanto per elogiale e cantare la genialità di quella risposta che forse i loro contemporanei trovarono ignorante. Appunto, il “Bò, non lo so”.

Perchè spesso noi esseri umani abbiamo questo piccolo problema: di fronte alle cose che non conosciamo, volgiamo immediatamente dire la nostra.

Per metterla nei termini beceri di una tragica esistenza su Facebook, pensa soltanto alle persone che commentano una notizia e dal commento si evince che manco l’hanno letta, hanno semplicemente dato uno sguardo al titolo. Poi, come vittime di una possessione demoniaca, hanno vomitato giù il loro commento come una sorta di Linda Blair ne L’esorcista al grido di devo dire la mia, cazzo quanto è importante per il modo sapere cosa ne penso!

Il punto è che cose del genere, non sono pensieri, sono cazzate.

E sono cazzate perchè si basano su dei passaggi che, quando li analiziamo uno per uno, fanno rabbrividire e — nella peggiore delle ipotesi — fanno venir voglia di prendere a vergate sulle gengive chi li ha espressi.

Vediamoli nel dettaglio:

  1. Mi si pone una domanda su qualcosa che non so
  2. Una parte del mio cervello mi avverte che in effetti non ne so nulla
  3. Il restante del mio cervello da dall’ignorante pezzo di merda alla parte in questione
  4. Mi esprimo pur non sapendo nulla

Certo, forse l’ho semplificato, sul punto 3 ci sarebbe molto da dire e forse i cervelli non sono così scostumati come li ho descritti, ma in termini molto semplicistici e folcloristi è in breve ciò che accade.

Questo, però, non accade solo su Facebook, ma anche in campi molto più delicati.

Non hai idea del numero di aspiranti imprenditori che portano avanti una loro idea e che finiscono nella cacca. Certo, può capitare. Ma a quelli che ho conosciuto io ho sempre posto una domanda: “Prima di lanciarti, l’avevi fatta un’analisi di mercato?

La risposta è quasi sempre no. Seguita da un mio onesto e brav ‘o strunz!

Erano così convinti che la loro idea fosse geniale, che il mondo avesse bisogno della loro idea, che presi dalla realtà nella loro mente, hanno dimenticato che fuori c’è anche un’altra realtà… con la quale si sono scontrati sino a capitolare.

Ma non è finita!

Questo modo di fare teoria, senza dedicarsi minimamente ad un ceck della realtà, è diffusissimo anche nel campo della scuola.

Pensiamo ad un ragazzo che si diploma. Dopo essersi ubriacato con gli amici, gli viene chiesto di scegliere una università, possibilmente in relazione al lavoro che dovrà fare dopo la laurea.

Una vera assurdità: sto ragazzino ha passato tutta la vita a scuola, forse ha fatto il cameriere, forse è riuscito a comprare la vespa grazie all’organizzazione di un Mac P, ma difficilmente saprà cosa vuole fare da grande.

Per non parlare del fatto che i lavori che saranno più pagati tra dieci anni oggi ancora non esistono.

Eppure gli viene chiesto di fare una scelta che — giustamente — il più delle volte manda nel panico.

La cosa tragica è che, se al secondo anno di Agraria, si renderà conto che non è quello che vuole fare, sarà circondato da quella pressione sociale che dice che chi abbandona l’università o la lascia è un fallito.

Eppure sarebbe così facile dire bò, non lo so!

Prendersi il tempo per capire, ammettere la propria ignoranza e candidamente — se viene la voglia — colmarla.

Ricordo sempre quel giorno di qualche anno fa in cui fu annunciato che il nuovo presidente era Monti. Quel giorno su Facebook tutti si scoprirono economisti. Ma come, fino a ieri non stavate zappando i verdi campi di Farmville?

Ecco, io ho questa impressione, che troppo spesso gli zappatori di Farmville — pur di non sentirsi cafoni — vogliono parlare di economia.