L’orto di un perdigiorno
Pia Pera — Ponte alle grazie
Solo oggi ho trovato il coraggio di addentrarmi nella selva degli zucchini. Facendomi strada fra le foglie, sollevando, frugando, ho scovato i tromboncini di Albenga diventati nel frattempo veri e propri tromboni, ovvero delle zucche ritorte, dalla liscia buccia giallastra oppure verde pallido. Le ho messe tutte sul tavolo di pietra ad asciugare al sole. Mi vedo davanti una serie infinita di zuppe, risotti. Il tavolo ricoperto di zucche mi provoca un’esultanza primitiva e del tutto irragionevole, visto che non ho davvero bisogno di tutta quest’abbondanza. È il piacere del grosso, del grande, del molto, della fecondità, dello straripamento, dell’esuberanza.
Fa sera. Il sole è appena tramontato dietro la collina. Resta un’ora almeno di luce. Finisco di innaffiare. Gli olivi sono punteggiati di minuscole olive dure, verdognole. I grappoli sulle viti hanno acini serrati, asciutti. Anche i fichi sono verdi e compatti. Nell’orto, piccoli globi giallognoli, con ancora attaccato quel che resta del fiore, annunciano per settembre zucche arancioni, grandi come carrozze. Continuano a rosseggiare i pomodori pendolini. Nascosti fra le foglie, mimetizzati dalla buccia color verde vagone, si trovano di tanto in tanto dei cetrioli. I peperoni invece sono venuti piccoli, rugosi, non come le melanzane: lucide d’un viola quasi nero. Alzo lo sguardo all’orizzonte. È una gigantessa sdraiata la collina che guardo da sotto il fico, col grande corpo riverso. C’è il mio orto, ci sono i campi e lontano, come un’apparizione, l’immagine della dea sdraiata, l’umida madre terra.
Pia Pera, L’orto di un perdigiorno, Ponte alle grazie.
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