Breve storia di un’aspirante giornalista

In tutta onestà: avrei preferito nascere medico. Avrei avuto la possibilità concreta di salvare almeno una vita, e di sentirmi più utile. Niente da fare, la scelta dei propri talenti non è concessa. Ecco: la fotografia ad esempio non l’ho mai voluta, tant’è che ne ho una pessima opinione. Me ne sono ammalata a quindici anni, senza spiegazione.

Di lei sapevo solo che esisteva, ma non me ne curavo. Ogni tanto abbiamo avuto qualche rapporto, ma per convenzione sociale e nulla più. Poi, dal nulla, ho iniziato a pensarla. L’ho fatto con purezza, però: non ho chiesto di lei in giro, non ho cercato informazioni sul suo conto, non ho letto poesie che altri hanno arrangiato sulle sue forme. Banalmente ho iniziato a sapere, dentro di me, che io e lei assieme avremmo saputo cogliere la forza della vita, così è iniziata.

Da principio, comunque, la nostra storia è stata banale e rudimentale come tutti gli innamoramenti. È stato negli anni che abbiamo imparato ad affinare i passi del nostro tango. Ad ogni modo, anche se ho avuto bisogno di più di un decennio, ora so la verità.

Credevo di saper fare due cose, ovvero scrivere e fotografare, sbagliavo: ne so fare solo una, perché un buon verso e una buona immagine si costruiscono allo stesso modo. Entrambe hanno bisogno di un soggetto e di un predicato, nonché di un determinato ordine fra le parti. Entrambe necessitano di pause: e se quando si scrive le si esprime in virgole e punti, quando si fotografa la pausa è nient’altro che uno spazio vuoto. Sono belle uguali, queste due donne, e a scrutarle in viso parrebbero gemelle. Delle due, tuttavia, una soltanto nasconde un’intelligenza affilata. Ciò detto, questo vincolo di sorellanza necessita di spazi più ampi per essere illustrato, e il poco tempo a disposizione tiene a bada le curiosità.

Per farla breve, la volontà di chi scrive di fare un certo mestiere, in un certo giornale, nasce da un mistero sbriciolato in circa 10.000 giorni. Un mistero che affonda le proprie radici in un vecchio casolare di campagna abitato solo da ultimi, sottoscritta compresa. Cinque furono le famiglie, tre i morti di cancro, uno l’infartuato, solo il vecchio suicida, unico il bimbo caduto da una finestra del terzo piano. Piena e succosa la rigogliosità della natura circostante (permetteva fughe precoci e arrampicate selvagge: l’indole si è formata lì). Due le nazioni che mi hanno generata: italiano il seme, ceco il seno (un solo divorzio: il senso di giustizia si è formato lì). Quattro le lingue che parlo. Sette gli anni passati al liceo, una l’insegnante di lettere che mi ha cambiato la vita. Dieci le estati passate a fare lavori umili (la voglia di fare si forgia sulle necessità, perché il benessere è equilibrio e l’equilibrio non ha bisogno di movimento: è il suo superamento). Quattro le edizioni del Festival del giornalismo di Perugia godute (la faccia tosta per estorcere interviste si è formata lì: Emmott, Ricucci e Jacona; Severgnini quello che si è segnato il numero e non mi ha più richiamata). Diluita la collaborazione col Messaggero Veneto Scuola. Poi l’università, Gorizia, Scienze internazionali e diplomatiche (la consapevolezza che l’università italiana è una merda si è formata lì). Bene, rallentiamo il ritmo. Quello che di buono mi ha dato l’università è il suo (piccolo) giornale, Sconfinare.

Ci sono entrata da ultima delle penne, poi ho imparato a usare Wordpress, a correggere gli accenti e a impaginare il cartaceo. Nel mentre ho messo in piedi una serata culturale affinché il giornale avesse più fondi: non siamo diventati ricchi, ma abbiamo imparato a fare locandine e gestire un evento dalla A alla Z. Alla fine ho iniziato a coordinare il giornale, e lì ho imparato a lasciare andare avanti gli altri.

L’anno scorso sono riuscita a farmi pubblicare un pezzo d’opinione sull’Espresso online, poco dopo qualcuno mi ha invitata a propormi per un posto a Le Iene, “mandami il curriculum e un video che hai fatto tu”. Certo! Peccato che non avessi mai fatto nessun video in vita mia. La settimana seguente, dopo un reportage improvvisato in Carnia, avevo inviato entrambe le cose. Il taglio era più da Mela Verde che da Iene, e non mi hanno presa, ma avevo imparato a girare.

Non molto dopo la Stampa online ha pubblicato un mio progetto fotografico sui migranti e l’assenza. Negli stessi mesi ho aperto un sito (e sono stata la prima in Italia a capire cosa ci fosse dietro a Freeda, o almeno a scriverne) e ho partecipato al Reporter day de il Giornale, ne sono uscita da finalista, ma ho mantenuto i contatti.

A febbraio di quest’anno ho partecipato al Workshop di videogiornalismo di TPI. Dopo il rientro, per mantenermi, ho aperto la partita iva. Ho fatto l’addetto stampa per un candidato regionale, nel mentre ho realizzato uno spot per un partito locale, e subito dopo mi sono travestita da social media manager per Vicino/Lontano. Ora collaboro con il consolato onorario della Repubblica Ceca, faccio la copywriter e tento di dare alla luce un reportage molto complicato.

Non mi potrò mai pagare una scuola di giornalismo, d’altra parte trovo inconcepibili le loro rette smaccatamente classiste. Quindi o qualcuno mi dà la possibilità di sbucciarmi i ginocchi per imparare a correre, oppure… oppure niente, un modo per entrare lo trovo.

Ad un direttore posso essere utile sia sul campo che come photo editor.

Mi chiamo Veronica Andrea, e sono nata in un giorno di neve inaspettato, perché giunto a metà aprile. L’anno era il 1991, la terra -ignara- quella battezzata col nome di Cividale del Friuli.

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