Perché, se «Libero» non ci piace, dobbiamo ignorarlo

Credo sia necessario andare oltre l’indignazione verso i titoli di «Libero» e cercare di capire quale sia la strategia — perché una strategia esiste — che si cela dietro queste apparenti battaglie politiche. Penso, infatti, che questo giornale sfrutti la nostra indignazione per ottenere facili ritorni pubblicitari: non è giornalismo, ma è marketing.
Qui di seguito ho provato spiegare per quale motivo, a mio avviso, le cose stanno così.

Partiamo da alcune considerazioni. Io non sono un lettore di «Libero», nel senso che non vado in edicola a comprarlo, né frequento il sito web di questo giornale. Addirittura, sarà un caso, il mio edicolante nemmeno lo espone, o lo nasconde di proposito oppure nella mia zona lo leggono davvero in pochi. A parte questo, nessuno in casa lo legge, come non lo leggono né i miei amici, né i miei genitori.
Allora per quale motivo sono così “aggiornato” su quello che «Libero» scrive?

Nella maggior parte dei casi mi trovo di fronte alla prima pagina di questo giornale perché qualcuno la condivide su Facebook. La questione più interessante è che, nel mio caso, non si tratta mai di condivisioni che ne approvano il contenuto, ma anzi di condivisioni fatte allo scopo di mostrare quanto questo giornale sia becero e deprecabile.

Perché, per i toni che utilizza, «Libero» è sopra le righe, giusto per usare un eufemismo, ed è sempre provocatorio quando non addirittura offensivo. È la sua dimensione.
Con questo non lo sto giustificando, ma voglio dire che, trovandoci in un Paese che per fortuna garantisce un certo livello di libertà di stampa, «Libero» può pubblicare (quasi) quello che vuole. Eventualmente dovrebbe interessarsene l’Ordine dei Giornalisti, che spero adotti la stessa intransigenza utilizzata in altri casi. Poi possiamo discutere degli effetti di queste condanne, ma ora non è il caso.

Torniamo a «Libero». Posso considerarmi un “fruitore” della sua prima pagina, anche se non lo compro, e come me tantissime altre persone. Questo perché nella mia timeline di Facebook compare di frequente.
Il motivo è che, puntando sull’indignazione, «Libero» “sfonda” i limiti del proprio pubblico, cioè quelli che lo comprano, raggiungendo in maniera formidabile anche quelli che non lo leggeranno mai. Quanti giornali possono dire di ottenere lo stesso risultato?

Guardiamo come è strutturata la prima pagina. Prendiamo, ad esempio, quella di oggi, 16 febbraio 2017.
La nostra attenzione è catturata subito dalla grande foto al centro, che rappresenta la presidente della Camera, Laura Boldrini. Decidiamo quindi di leggere il titolo per capire di più e spostiamo lo sguardo verso l’alto. Leggiamo: «Quando la Boldrini faceva le spogliatelle». Ci attira subito quella parola, “spogliatelle”, che non capiamo bene che voglia dire. Poi ci attira l’occhiello, che recita: «La tv smutandata della presidente».

Tralasciando il linguaggio da osteria, i discutibili neologismi e le allusioni, difficilmente leggeremo l’articolo, anche perché non possiamo, dato che abbiamo solo la prima pagina, l’unica che viene condivisa, e quel riquadro a sinistra è troppo piccolo.

Proseguiamo quindi il nostro spostamento verso l’alto e la nostra attenzione si sposta sul grande titolo: «A casa Fini girano milioni».
Solito tono colloquiale con modi di dire gergali che hanno soltanto l’obiettivo di spostare il nostro sguardo. C’è, infatti, quella linea rossa che si trova sotto l’occhiello. La vedete? Impossibile non vederla, al punto che passa in secondo piano persino la frase sottolineata.

Facciamo caso all’uso del colore rosso in questa pagina, che è notoriamente un colore che cattura l’attenzione. Qui è sempre utilizzato per qualcosa che “sta sopra”, che porta quindi a spostare lo sguardo verso l’alto. Anche la testata, «Libero», è sovrastata dalla data scritta in rosso.
Eppure, se ci facciamo caso, le scritte in rosso sono assai meno leggibili.

Se guardiamo bene, però, c’è ancora qualche “oggetto” colorato di rosso. Si tratta delle inserzioni pubblicitarie. Nel nostro viaggio verso la parte superiore della pagina, una volta superato il titolo non c’è più niente da leggere e la nostra attenzione si sposta sulle inserzioni. In rosso troviamo il nome del brand pubblicizzato, ed è l’unica cosa che si legge chiaramente.
Dando uno sguardo d’insieme, notiamo un’altra inserzione in rosso, in basso a destra. A quel punto, essendoci abituati a guardare negli angoli, sposteremo lo sguardo istintivamente in basso a sinistra, trovando la quarta inserzione, che però non è in rosso.

Quando la prima pagina di «Libero» viene condivisa porta con sé anche le inserzioni pubblicitarie, perché sono inseparabili dal resto.

Addirittura, anche quando fotografiamo parti della prima pagina per condividerla sui social e indignarci, senza rendercene conto condividiamo anche il brand.
Chiedo scusa all’autore di questa foto che ho trovato su Facebook, ma era un ottimo esempio. L’immagine è arrivata alla mia attenzione, pur non conoscendo chi l’ha pubblicata, semplicemente grazie alle condivisioni.

Dunque l’attenzione guadagnata da «Libero» aumenta l’audience potenziale delle sue inserzioni pubblicitarie, che interessano un pubblico eterogeneo: puoi consumare Ristora indipendentemente dal fatto che tu sia di destra o di sinistra, che tu legga «Libero» o no.

Lo scopo della struttura della prima pagina sembra, infatti, quello di farci leggere più che altro le inserzioni, senza che nemmeno ce ne accorgiamo.
E, per allargare il pubblico, «Libero» la spara ogni giorno più grossa, perché il suo scopo non è quello di aumentare i lettori, ma soltanto di aumentare la visibilità delle sue inserzioni. Non cerca apprezzamento.
Il “colpaccio”, poi, si ottiene quando «Libero» finisce nei telegiornali, con appositi servizi televisivi che mostrano la prima pagina del giornale e, naturalmente, anche Ristora. Tutto, ovviamente, gratis.

Il direttore di questo giornale, Vittorio Feltri, per me è un personaggio eticamente discutibile, ma credo che abbia accuratamente orchestrato questa strategia. «Libero», quando chiede soldi agli inserzionisti, può contare sul fatto che il proprio pubblico è ben più ampio dei suoi lettori. Non so dire quanto questa cosa conti (anche perché andrebbe misurata) ma di certo può essere messa sul piatto.

Per concludere questa lunga disamina sullo stile di «Libero», credo che, a questo punto, se non vogliamo sostenere questo genere di giornalismo forse sia il caso di ignorarlo e basta, perché le condivisioni indignate fanno esattamente il gioco di Feltri. Se non vogliamo dargli una mano, almeno smettiamo di parlarne.