La vita quotidiana a Faro

Questo è il secondo episodio delle Cronache da Faro, Avventure pop-porno di un quasi trentenne che dalla Padania è andato nel sud del Portogallo.

Sono vivo ma desidero vivere António Ramos Rosa

Appoggio il piede destro, poi quello sinistro. Sono atterrato a Faro. Un’alba rosa mi dà il benvenuto e l’odore dell’oceano mi sputa in faccia. Non sempre lo si riesce ad annusare: solo a volte ti masturba il naso per un secondo (così forte, salino, e un po’ puzza) e poi, puff!, scompare.

Gabbiani che fanno il loro strano suono, odore di piscio che si mescola a quello di cacca di piccione che balla con un cielo che così vicino io non ho mai avuto. Nuvole immense che sembrano estendersi all’infinito e danno aria ai miei pensieri. E poi c’è il sole: qua è caldissimo.

Faro non è un faro. E’ solo una piccola città, che ti dà soddisfazioni se te le sai cercare. Tante — per miracolo stanno in piedi — casette distrutte: vivono in pieno centro senza provare quell’imbarazzo borghese che abbiamo noi per la povertà.

Bassissime, alcune con linee coloratissime, tetti senza tegole ma terrazze dalle quali vedi il mondo. Ma qua non siamo al centro del mondo. Qua ai party di tendenza preferiamo imparare a usare una lavatrice distrutta.

aro in italiano per me significa rinunciare. Rinunciare a scappare, a prendere la via più breve. Rinunciare al se stesso di sempre per provare a essere qualcosa che si è da sempre: sorridere alla barista con le unghie pittate di blu lattina della Pepsi, correre veloce veloce in Rua Filipe Alistão, cadere, sanguinare, rialzarsi e sanguinare di nuovo.

Come fai a non alzarti presto quando, oggi mattina, la Ria Formosa — grande grande palude — ti invita ad annegare tra le sue verdi braccia? Faro che si trova nell’Algarve, la regione del sud del Portogallo. Faro che ci sono i turisti ma per i turisti c’è poco da vedere.

Faro e stavolta proviamo a fare le cose per bene, ad accontentarci, a dirci Va bene così anche se hai la muffa in camera e quando sei sulla tavolezza del cesso ti sembra di fare serf.

Faro ma il terrore non scompare. Semplicemente lo accantoni, regalando spazio a bar nascosti dietro porte color rosso borgogna.

Abitare in centro, due passi e sei dentro moderne discoteche con donnine e omini alla Uomini&donne vestiti: muscoli, abbronzatura, tettone, tatuaggi, lacca, gomme americane in bocca. E come sempre ti senti piccolissimo. E come sempre corri con la mente, progetti il tuo futuro che oggi come non mai si chiama presente.

Chi è quel cretino che ha messo in giro la voce che felicità è vivere in una grande città come un qualunque (vuotissimo) episodio di Sex & City? Chi è che c’ha fatto credere che avere una moltitudine di scelte (‘sta sera questa discoteca, domani sera quest’altra cena…) sia sinonimo di libertà?


E se felicità fosse fermarci a pensare — caffè e pasticceria portoghese con torte grandi come la mia faccia — che non ha senso pretendere la felicità?

Se pensi non ti abbia raccontato niente, è proprio così: a Faro non c’è niente. Questo non è bellissimo?

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