Saul Bellow — Herzog
L’effetto che si ottiene nel leggere Herzog è lo stesso che si ottiene entrando nel salone principale di Villa Palagonia, la “villa dei mostri” che tanto impressionò persino Goethe, dove il visitatore non può far altro che scrutare sé stesso mentre la propria immagine viene riflessa e spezzettata in mille frammenti dalle decine di specchi che ricoprono il soffitto e le pareti.
Herzog è un ebreo americano che, di fronte al fallimento del secondo matrimonio, inciampa senza rialzarsi, ma anzi comincia a rotolare sempre più forte, sempre più veloce e sempre più pericolosamente verso la pazzia. In questa caduta a perdifiato nei fallimenti di una vita intera, Herzog tiene a bada la nevrosi che minaccia di mangiarselo vivo scrivendo lettere indirizzate a chiunque gli venga in mente, dal presidente degli Stati Uniti a Nietzsche, al vicino di casa, al rettore dell’Università, persino a sé stesso — anzi, soprattutto a sé stesso — senza mai inviarle.
Si analizza scrivendo e scrive le sue analisi, centuplicando le sfaccettature del proprio io e amplificando sempre più il senso di smarrimento di fronte alle incertezze della vita. Alla fine, anche grazie ad una narrazione che scambia continuamente il punto di vista di Herzog con quello di un osservatore esterno, il risultato è che l’ignaro visitatore di questa villa dell’anima si perde a sua volta, e forse è proprio questo il punto: non si esce da soli da un labirinto.
Ma per se stesso un uomo non ha bisogno di felicità. No, egli può sopportare qualsiasi quantità di tormenti — coi ricordi, con le proprie familiari malvagità, con la disperazione. È la storia dell’uomo non scritta, la sua vittoria non vista, negativa, la sua capacità di fare a meno d’ogni soddisfazione personale purché ci sia qualcosa di grande, qualcosa in cui il suo essere, e tutti gli esseri, possano immergersi. Egli non ha bisogno di significato fintanto che tale intensità abbia vastità di raggio. Perché allora essa è evidente in sé; essa è significato.