Per capire quanto siamo sostenibili partiamo dal consumo di acqua

Davide Ceper
Nov 5 · 3 min read

Tra gli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, accanto alla riduzione della fame nel mondo, alla battaglia contro la malnutrizione e alla promozione della sicurezza alimentare, si parla anche di “garantire sistemi di produzione alimentare sostenibili”. Sappiamo infatti che il settore agrifoodcontribuisce non poco a inquinamento e consumo di acqua. Secondo il progettoWaterfoot Print, uno dei più autorevoli in questo campo, l’agricoltura consuma il 70% delle risorse idriche mondiali, l’industria il 22%, l’uso domestico l’8%. Una delle unità di misura dell’impatto ambientale dell’agroalimentare, infatti, è l’impronta idrica: con questo termine si intende il volume totale di acqua dolce consumato da una persona, da un servizio o da un processo produttivo. Comprende l’acqua, prelevata da fiumi, laghi, falde acquifere (acque superficiali e sotterranee) e precipitazioni piovose, e che viene impiegata in agricoltura, industria e usi domestici. L’impronta idrica globale mondiale ammonta a a 1.243 metri cubi d’acqua dolce l’anno pro capite (i dati più aggiornati risalgono agli anni 2016–2017). Per quanto riguarda noi invece, l’impronta idrica media pro capite degli italiani è di 2.232 metri cubi di acqua dolce l’anno. Siamo i maggiori consumatori d’acqua d’Europa e secondi al mondo, dopo gli Stati Uniti che hanno un’impronta idrica media pro capite di 2.483 metri cubi di acqua dolce l’anno. Per arginare questo fenomeno non è necessaria soltanto una rivoluzione che parta dai campi, dagli allevamenti, dai processi produttivi e dalla supply chain, ma è fondamentale che il cambiamentoparta anche dalle nostre tavole. Se pensiamo che per produrre un hamburger di 150 grammi servono circa 2.500 litri d’acqua, per confezionare un chilo di formaggio ne servono oltre 3.000, mentre per produrre un chilo di mele ne bastano 822, possiamo avere un’idea abbastanza chiara dell’entità del problema. Così come possiamo intuire quanto le nostre singole scelte alimentari possano influire sui consumi di acqua. Secondo i dati elaborati dal Food Sustainability Index, adottando una dieta vegetariana il consumo di acqua virtuale oscilla tra i 1.500 e i 2.600 litri, mentre una dieta ricca di carne ne consuma 4.000/5.400. Al di là di mode e fenomeni editoriali (si pensi all’ultimo libro di Jonathan Safran Foer, “Possiamo salvare il mondo prima di cena”), questo è un aspetto su cui riflettere per adottare una dieta che sia sostenibile. Il discorso vale anche per le emissioni di gas serra: come spiega il Crea, il consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, seguendo alcune indicazioni nutrizionali si può ottenere una riduzione del 28% di gas a effetto serra (GHG). In Italia, modellando la dieta con la riduzione del consumo di carne (-70%) e il contestuale incremento di verdura (+30%) e legumi si potrebbe ottenere un risparmio del 50% di emissioni di GHG. Gli studi, numerosissimi, portati avanti nel tempo da diversi enti di ricerca, sono negli ultimi anni spesso accompagnati da manuali di buone abitudini alimentari. Il Wwf e la Fondazione Barilla, ad esempio, ne hanno stilati un paio, ma se ne possono leggere moltissimi. Tra i suggerimenti più frequenti troviamo “privilegiare piatti o pietanze a base vegetale”, “moderare il consumo di carne e di latticini”, “preferire cibi freschi e non troppo elaborati”, “mangiare prodotti di stagione”, “acquistare dai produttori locali” e via dicendo. In sintesi, diventare vegetariani non è certo la soluzione ai problemi ambientali, ma assumere un’alimentazione attenta, varia ed equilibrata è il primo passo per uno stile di vita sostenibile.

    Davide Ceper

    General Manager at Isagro S.p.A.

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