Incantesimo 5

Quando nel gennaio 1994 Berlusconi scese in campo, si disse che era un dilettante della politica, che il suo era un movimento improvvisato, che i temi della sua campagna elettorale erano troppo semplicistici, i suoi slogan troppo facili, i suoi martellanti spot elettorali sulle sue tv ridicoli. Tre mesi dopo vinse le elezioni. Quando pochi mesi dopo quel governo cadde per mano della Lega, si disse che il berlusconismo aveva mostrato tutta la sua inconsistenza, che si era trattato di una breve parentesi. Berlusconi continuò a guidare l’opposizione di centrodestra, accumulando per anni consenso facile fino alle elezioni del 2001. Altra campagna elettorale televisiva martellante, altre canzoni, altri manifesti, altre promesse impossibili. Si disse che il suo metodo era ingenuo, il suo gioco scoperto, i suoi interessi personali troppo evidenti, le sue bugie ridicole. Stravinse. Governò per anni con una maggioranza, in Parlamento, nelle Regioni e nei Comuni, mai vista nella storia della Repubblica. Realizzò ben poco per l’Italia, parecchio per sè, cominciò ad accumulare malcontento. Alle elezioni regionali del 2005 subì una pesante sconfitta, si aprì una crisi di governo, lo diedero per spacciato. Due giorni dopo le sue dimissioni fece un rimpasto e si presentò alle Camere con il suo terzo Governo. Campagna elettorale per le politiche del 2006, passiamo dal passato remoto al presente narrativo, lui continua a mentire, parla come se avesse governato un altro e non lui, promette l’abolizione di qualunque tassa. Qualunque sondaggio lo dà per sconfitto, morto, finito. Pareggia. A Prodi tocca governare con una maggioranza inesistente, senza i numeri per fare qualunque cosa; lui va comodo all’opposizione e ricomincia ad accumulare consenso. Alle elezioni del 2008 ripropone tutti i suoi temi classici: parlare come se lui fosse appena arrivato, dire che tutte le sue promesse sono state mantenute, promettere ancora. Si dice che ormai la gente ha capito, che tra poco comunque i suoi processi lo sommergeranno e che, giudiziaria o politica che sia, la sua fine è vicina. Rivince. Quarto Governo Berlusconi, peggiore, molto peggiore degli altri. Abbandonata ogni parvenza di rispetto per le istituzioni e della cosa pubblica, occupa il Parlamento per far approvare le riforme che servono a lui. Non si parla d’altro, non ci si occupa d’altro. Cominciano gli scandali sui festini e sulle femmine, alcune delle quali addirittura messe a ricoprire cariche pubbliche. Le gaffe internazionali non si contano più. I suoi comizi sono un misto di vecchie barzellette sporche, di menzogne spudorate e di offese a tutte le istituzioni dello Stato, compresi Capo dello Stato e Magistratura. I suoi alleati lo abbandonano, alla fine del 2010 viene presentata in Parlamento una mozione di sfiducia al suo Governo. Numeri alla mano lo danno per spacciato. In quei pochi giorni, misteriosamente, fa cambiare idea e casacca a molti parlamentari. Si salva. Tira a campare un altro anno, ma il suo Governo è instabile e non dà alcuna garanzia ai mercati. L’economia è a rotoli, l’Europa non lo vuole, la Borsa e lo spread mostrano valori preoccupanti. Cade, male, come meritano di cadere i dittatori sudamericani: nel novembre 2011, pressato da Napolitano, dai mercati e dall’Europa, rassegna le sue dimissioni. La gente, in strada e in rete, festeggia. Trenini, spumante, canzoni, caroselli, fischietti, hashtag. Lui non fa una piega, riesce contemporaneamente a sostenere per un anno il Governo Monti per senso di responsabilità nazionale e insieme a criticare costantemente il Governo Monti come se la situazione tremenda del Paese fosse nata ieri. Come se fossimo nati ieri noi. E infatti siamo nati ieri perchè ogni giorno non parliamo d’altro che della sua cazzata del giorno prima, senza capire che è sempre lo stesso trucco da anni. Accumula consenso per un anno e mezzo, ma nessuno se ne accorge. Ancora, tutti lo sottovalutano, ridono dei suoi comizi, delle puttane, delle barzellette, delle bugie infantili e sgamate, delle gaffe a ripetizione. Lo danno per finito, ridicolo, triste e solo. Alle elezioni del 2013 prende il 30% dei voti, pareggia e ricomincia il giro. Lo condannano in via definitiva e non si dimette, decade da senatore e, nel giorno in cui qualunque uomo si andrebbe a nascondere, lui tiene un comizio in piazza per lanciare la sua campagna da leader extraparlamentare. Nel mezzo, in questi anni, avvisi di garanzia e processi, prescrizioni, assoluzioni e condanne, leggi ad personam e barzellette, femmine e gaffe internazionali, promesse e bugie. Sempre dato per finito, solo, triste, spacciato, morto. Accusato, insultato, sfottuto, deriso, o difeso e votato, per i motivi giusti e per quelli sbagliati. Ma finito mai, dimenticato mai, superato mai. Da vent’anni discutiamo per lui, litighiamo per lui, rispondiamo a lui, leggiamo di lui, scriviamo di lui, ridiamo di lui, manifestiamo per lui o contro di lui. Ma parliamo sempre e solo di lui. É lì che ci frega, è lì che ha ragione lui, è lì che ha già vinto.

Originally published at unveroeproprioarsenale.wordpress.com on November 28, 2013.