This story is unavailable.

Il gay Pride, ribadisco, è espressione del proprio io. Ognuno è libero di sfilare come crede, con le piume, senza piume, molto o poco vestito. Non è la sfilata dell’orgoglio dei burocrati giapponesi, ma l’orgoglio gay, che comprende persone di ogni genere, vestiti in tutti i modi, come si sentono. Quello che tu suggerisci è sfilare al gay pride cercando di sembrare il più possibile eterosessuali e maschili. Francamente è inaccettabile e umiliante. Non ritengo che i ragazzi femminili o le drag queen ledano all’efficacia del corteo, anzi, sono i più coraggiosi di tutti e magari ce ne fossero di più.

Anche perché, a conti fatti, io nella realtà queste grosse trasgressioni non le ho viste. Forse a forza di ascoltare determinate opinioni ci si è fatti l’idea che i pride siano un gran troiao, ma non c’è nulla di più falso. E anche qui mi tocca ribadire che l’esperienza fa la differenza.

Non confondere l’ufficio con una sfilata per i diritti (di qualunque tipo, dal lavoro, alla casa, ai diritti lgbtq), sono contesti diversi e il paragone non regge in nessun modo. Nessuno di noi va in ufficio in abito di scena o in jockstrap e anfibi.

Concludo dicendo che la stampa non ci ha mai distrutti. Nel senso che possono dire quello che vogliono, non ci siamo mai fermati.

Like what you read? Give Andrea G. Capanna a round of applause.

From a quick cheer to a standing ovation, clap to show how much you enjoyed this story.