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Il gay Pride, ribadisco, è espressione del proprio io. Ognuno è libero di sfilare come crede, con le piume, senza piume, molto o poco vestito. Non è la sfilata dell’orgoglio dei burocrati giapponesi, ma l’orgoglio gay, che comprende persone di ogni genere, vestiti in tutti i modi, come si sentono. Quello che tu suggerisci è sfilare al gay pride cercando di sembrare il più possibile eterosessuali e maschili. Francamente è inaccettabile e umiliante. Non ritengo che i ragazzi femminili o le drag queen ledano all’efficacia del corteo, anzi, sono i più coraggiosi di tutti e magari ce ne fossero di più.

Anche perché, a conti fatti, io nella realtà queste grosse trasgressioni non le ho viste. Forse a forza di ascoltare determinate opinioni ci si è fatti l’idea che i pride siano un gran troiao, ma non c’è nulla di più falso. E anche qui mi tocca ribadire che l’esperienza fa la differenza.

Non confondere l’ufficio con una sfilata per i diritti (di qualunque tipo, dal lavoro, alla casa, ai diritti lgbtq), sono contesti diversi e il paragone non regge in nessun modo. Nessuno di noi va in ufficio in abito di scena o in jockstrap e anfibi.

Concludo dicendo che la stampa non ci ha mai distrutti. Nel senso che possono dire quello che vogliono, non ci siamo mai fermati.