Quel poco che posso fare per te

Quanto leggi storie come questa è impossibile non sentirsi uno schifo. Un ragazzino di diciotto anni si butta sotto un treno, rifiutato dai suoi genitori dopo il coming out, e tu invece hai una vita piena, un fidanzato da baciare al ristorante e per strada, una famiglia che ti vuole bene.
Il mio coming out non è stato affatto difficile o traumatico nella sua scena clou, più che altro ardimentoso da elaborare prima, nel coraggio da trovare e nelle notti insonni a immaginare. Come sappiamo però, questa parte è una passeggiata in confronto agli scenari traumatici che possono diventare una realtà e un futuro.
Ho gestito il mal di pancia fino a quando non è diventato insopportabile, fino a quando non mi sono ritrovato a vomitare più volte al giorno a causa della tensione accumulata. E pensa che non avevo mai nascosto nulla, semplicemente non avevo detto verbalmente: sono gay.
Quando l’ho fatto ho trovato accoglienza e condivisione. E’ stato addirittura divertente, ho pianto e riso nello stesso tempo. Così è stato in famiglia, così con gli amici.
Sono un omosessuale comune con un percorso comune, le prese in giro, le molestie, la paura, e un coming out fortunato. Per questo mi sento responsabile per chi questa fortuna non ce l’ha, per chi non trova un lucky twist nella propria trama. Non sono migliore o più forte di te.
Non l’ho provato sulla pelle e non posso capire come ci sente ad essere rifiutati dalla propria famiglia, la mia faccia tosta mi ha salvato la pelle in più di una occasione ma non posso usarla in questo momento. L’unica cosa che posso fare è raccontarti di chi mi ha dato coraggio (e mi ha fatto smettere di vomitare!).
Ero su un frecciarossa Bologna-Milano e sapevo di non poter aspettare, era IL giorno, il mio limite di sopportazione. Prima di partire, a colazione, in tv avevo visto un servizio su una ricorrenza particolare: la giornata mondiale contro l’omofobia, bifobia e transfobia. Il 17 Maggio.
C’erano ragazzi, genitori di gay e lesbiche e rappresentanti di associazioni che in quelle interviste mostravano supporto, cercavano di infondere speranza. E io mi sono preso tutto quanto, l’ho usato come uno scudo: oggi mi sento protetto, oggi sono tutti con me.
Ovviamente davanti alla porta di casa dei miei mi sono bloccato. Non posso, mi dicevo, fra una settimana mamma compie gli anni, come faccio a essere così stronzo? Che poi era la stessa scusa che mi ero rifilato anche al compleanno di papà, a Natale, a Pasqua, Santa Lucia, al mio compleanno, onomastico, festa patronale, equinozi e solstizi. Sai che c’è, che sono uno stronzo se non lo faccio, oggi è una giornata speciale, non posso tirarmi indietro.
Com’è andata te l’ho già raccontato.
Non conoscevo nessuna delle persone che mi hanno dato la spinta decisiva, ma ho percepito un senso fortissimo di comunità, di famiglia, e come ho detto sopra, uno scudo. Per questo ti dico di dare un briciolo di credito a quelle quattro regine che sfileranno al Pride della tua città.
Pensi che il Pride sia un carnevale e che non serva a nulla? Ok, va bene, ci sto. Ma provaci, mischiati per una volta, forzati se serve, ma vieni a sentire cosa si prova, permettimi di essere il tuo scudo. Non posso capire in pieno il tuo dolore ma posso comunque darti qualcosa, e non mi riferisco al lip gloss, sorella.
