A THOUSAND THRILLS

Marine Traffic, ship tracking service AIS-based
Un centinaio di taniche da 25 litri. Da non riempire di carburante, né d’olio, neppure di vino, ma colme di acqua del canale di Otranto: recipienti di plastica accatastati per alzare un muro. Era il 2001 e l’artista Adrian Paci realizzava After the wall there are some walls, video installazione della durata di 12 minuti, in cui si affronta il tema del dialogo tra scafisti (italiani) e guardia costiera. Era il 2001, l’argomento non era “scottante” come ora. La sensibilità di Paci, che da allora è cresciuto professionalmente sempre di più e senza mai dimenticare le tematiche a lui care, come quello appunto dell’emigrazione, era già presente in ogni sua opera e con essa la capacità di captare la densità di alcune esperienze biografiche e allo stesso tempo di interesse sociale e di attualità.
Sbarchi e trasmigrazioni di popoli attraverso le coste italiane ci sono sempre state, tra le più recenti e numerose si ricordano, a fine anni Novanta quelle dall’Albania come attualmente la Sicilia è approdo da altre terre. Le barche che all’epoca non riempivano le prime pagine dei giornali iniziavano ad affollare comunque il mar mediterraro, fino ad arrivare ai giorni nostri. Qualsiasi app che consente di tracciare il traffico marittimo (per esempio “Marine Traffic”, che registra quasi 20 milioni di posizioni di navi ogni giorno), fa saltare all’occhio l’odierna densità di imbarcazioni di ogni tipo che transita per il mediterraneo, che è una “pozzanghera” (per le dimensioni) rispetto all’oceano, una macchietta colorata di rosso e di blu e di viola e di giallo.
Ogni imbarcazione ha un colore, un nome, un tragitto, un viaggio, una storia, una speranza, un sentimento, un’emozione.
Il dialogo, in barca, di per sé è già una storia: siamo tutti naviganti “simme tutte naviganti, allez, allez il n’y a pas de barrière nous sommes tous enfants de la même mer il n’y a pas de pirate il n’y a pas d’émigrant nous sommes tous des navigants” cantava Eugenio Bennato nell’album “Che il mediterraneo sia”, del 2002, all’incirca stesso periodo della video installazione di Paci.
C’era la sensibilità per un tema, non l’ “urgenza” che c’è ora, non i titoli gravi di giornali alla deriva più di alcune barche, non c’era tutta questa retorica, non il braccio di ferro sui cantieri navali, non i decreti che marcano “una raya en el mar”, come scriveva nel 1998 Manu Chao in Clandestino, una linea tra chi firma e chi no, tra le organizzazioni non governative che scelgono di ubbidire ad alcune regole ed altre che seguono etica e parametri differenti.
Come alcune persone rigide di testa e di gambe sfidano la gravità del peso corporeo pur di salire precariamente su una barca a vela, autoconvincendosi che la crociera possa essere leggera anche senza spazio vitale nella cabina in condivisione (e nonostante l’impegno dello scarico in bagno), così istituzioni e leader politici hanno fatto finta di non vedere quello che gli artisti già ci raccontavano. Approdi più o meno prevedibili. Alcuni evitabili, altri no.
Adesso è un gran viavai e non si vede più la soluzione logica che può essere dietro l’angolo, basta solo guardare meglio, magari ascoltando anche i suggerimenti degli artisti: non saranno pareri di esperienza in diritto internazionale ma sono in grado di avvertirci in anticipo di ciò che accade.
PS Il titolo di questo post, “a thousand thrills”, si ispira a una frase del testo di The Crystal Ship, contenuta nell’album The Doors, 1967
PS2 Non c’è nessun braccio di ferro sui cantieri navali: “ Quanto fatto dal governo francese non è segno di forza.”
