
Sui cervelli in fuga
E’ davvero un problema, quello degli italiani che partono dall'Italia per lavorare all'estero?
Ieri pomeriggio, a Bianco&Nero, si affrontava l’argomento dei cervelli in fuga.
Per sentire entrambe le campane erano stati chiamati ad intervenire Tizia, un ingegnere che ha deciso di accettare una proposta dalla Norvegia e andare a lavorare lì, e Caio, un ingegnere che ha deciso di rimanere in Italia e aprire un’attività tutta sua insieme ad altri amici.
Dopo aver domandato a Tizia come, quando, perché si sia trasferita in Norvegia e in che modo abbia affrontato le difficoltà pratiche di un’esperienza simile (in primis, la lingua) è stato chiesto a Caio di raccontare la sua storia.
Lui comincia subito a snocciolare i suoi meriti scolastici, dicendo che si è laureato con lode a 23 (o 24? Non ricordo bene) anni — laurea 3+2, ricordiamocelo!) e che, il giorno dopo la discussione della tesi, ancora con il mal di testa per la fatica sopportata, anziché partire per un viaggetto premio come tutti i suoi compagni di corso ha preso in mano pala e piccone e ha cominciato a lavorare nel cantiere dell’azienda di famiglia, da cui ha imparato molte cose. Continua dicendo che, dopo questa esperienza, si è seduto dietro la scrivania dell’azienda in questione ma guadagnava assai meno, roba che l’operaio di cui sopra guadagnava molto di più, e che, dato che la crisi ha colpito anche l’angolo felice che era l’attività di famiglia, ha deciso di aprire uno studio di progettazione insieme agli amici, oramai diventati fratelli. Aggiunge che la soluzione alla crisi risiede dentro di noi e che solo noi possiamo migliorare, invece di piangerci addosso, e conclude il suo discorso ripetendo ciò che ha detto appena presa la parola, ancora prima di snocciolare i suoi meriti scolastici, e cioè che lui è rimasto qui in Italia perché “non ha paura di mettersi in gioco” e “gli piacciono le sfide”. Aggiunge inoltre che la soluzione alla crisi è quella di reinventarsi, migliorarsi e non fare discorsi autoreferenziali.
Alla faccia.
Ogni volta che sento discorsi di questo tipo, mi sale la mosca al naso. Perché questo tipo — e tutti quelli che danno questo genere di risposte — devono sentirsi in dovere di giustificare la loro permanenza in Italia? Non sarebbe stato più semplice dire che “Sono rimasto in Italia perché avevo già un lavoro” e, se proprio si vuole essere precisi, aggiungere “nell’azienda di famiglia?” Perché si è sentito in dovere di precisare che lui si è laureato giovanissimo, cum laude, ha preso in mano pala e piccone etc etc…? Io non trovo assolutamente niente di male nel dire che si ha già una base da cui partire, non lo trovo sbagliato, né immorale né credo che quelli che lo facciano siano meno capaci di altri. Sarei ipocrita a dire che, nelle stesse condizioni di Tizio, avrei rifiutato di lavorare nell’azienda di famiglia, avrei abbandonato tutto e sarei partita alla volta della Norvegia ignorando un approdo sicuro e che la situazione mi abbia agevolata anche da un punto di vista psicologico durante gli studi e post laurea. Trovo stupido non sfruttare una situazione del genere, se la si ha a portata di mano, come trovo stupido non partire per la Norvegia se si riceve una buona proposta di lavoro. Ovviamente, se la situazione interessa chi vi si trova: se invece di essere ingegnere Tizio era interessato a diventare avvocato, certo l’azienda di famiglia non andava bene per cominciare a lavorare.
Se non si hanno le capacità, qualsiasi impero “ereditato” fallisce, anche il più grande.
Caio non è più bravo di Tizia, né Tizia è più brava di Caio. Caio si è messo in gioco — quanto odio questa espressione — allo stesso modo di Tizia. Semplicemente, lo hanno fatto in modi diversi perché in situazioni diverse.
Gli italiani che partono per andare a lavorare all'estero non sono un problema. Dal mio punto di vista, è cosa buona e giusta che lo facciano. Il vero problema è che per 100 italiani che partono, 40 stranieri arrivano per venire a lavorare qui, cosicché noi inviamo intelligenza, ma non la riceviamo. Ho paura che per gli stranieri, l’Italia sia solo un bellissimo villaggio vacanze, e questo a causa della burocrazia fangosa, degli stipendi assai più bassi della media europea, della scarsa cultura della ricerca che fanno desistere un inglese o un tedesco di venire a lavorare qui da noi. Magari sulle prime sono felici e non vedono l’ora — e quale pazzo non vorrebbe venire in un posto meraviglioso come l’Italia? — ma poi, a conti fatti, la praticità avrebbe la meglio e deciderebbero che è meglio rimanere dove sono.
No, la fuga dei cervelli non è un problema. E’ la permanenza dei problemi cronici italiani, il vero dilemma da risolvere.