LILA…UNA STEVE JOBS MANCATA CHE AVREBBE POTUTO CAMBIARE IL MONDO

La mia Napoli, e non solo, viene rappresentata magistralmente in questo magnifico romanzo di Elena Ferrante, Storia della Bambina Perduta. Le speranze di cambiamento — puntualmente deluse — e la voglia di fuggire dal degrado e dallo squallore del “rione” che le due protagoniste interpretano, ciascuna a suo modo, sono ciò che incredibilmente mi sono trovata a sperimentare in molte fasi della mia vita. Fuggire…restare…restare perché? Fuggire da cosa? Sono le chiavi di lettura che mi hanno accompagnato per tutta la “saga” di Lila (Raffella Cerullo) e di Lenù (Elena Greco) e che mi hanno toccato profondamente.

I commenti e le recensioni su Amazon (quasi 90!) sono incentrati sull’amicizia e sulla psicologia femminile che sottende al rapporto tra le due donne. Ma, per quanto mi riguarda, quello che più mi ha ammaliato di Storia della Bambina Perduta è una “filosofia” di vita che pervade le azioni e le scelte di Lila piuttosto che di Elena, affettuosamente chiamata Lenuccia. Una scappa dal rione, studia alla Normale di Pisa, viaggia, vede il mondo ed entra a far parte di una classe sociale molto più elevata di quella di origine. L’altra, invece, resta a vivere a Napoli — quasi come un monaco buddista — conscia che “tanto…che senso ha”?

Un altro messaggio che mi è sembrato di cogliere nel romanzo della Ferrante, forse perchè è successo anche a me, è quello che “protestare”, “scrivere”, non serve a nulla. Lila resta delusa dalla inefficacia di quanto Elena, sebbene sia una scrittrice famosa e affermata, fa (sollecitata dalla stessa Lila) denunciando i disastri di una politica e di una collettività corrotte da sempre e per sempre. Ma è tutto inutile!

Terribile è anche come viene rappresentata la figura maschile, quella di Nino Sarratore. Un uomo meschino, vile, ruffiano e manipolatore oltre che falso, e che però riesce ad ingannare e ammaliare due donne di quella levatura e che, alla fin fine, sembra essere colui che, tutto considerato, meglio si è adattato ai suoi tempi e alle storture della politica e della società.

L’ultimo — ma non secondario — aspetto del libro che mi ha affascinato– è stato il racconto del rapporto di Lila con l’innovazione, le nuove tecnologie, i computer. Incantata dall’informatica e dal software ai loro albori, Lila ne è soggiogata. Novella Ada Lovelace, Lila li conosce, li studia, crea la sua azienda in tempi in cui “start up” era una parola che non voleva dire nulla. Una “Steve Jobs” in gonnella nata nel posto sbagliato al momento sbagliato e che, forse, avrebbe potuto diventare una imprenditrice di enorme successo e “cambiare il mondo”…rompendo “il filo di chiacchiere seducenti, promesse, inganni, sangue che impedisce alla mia città (Napoli) e al mondo ogni vero miglioramento”.