#1yeartogo

Il tempo si è ripiegato su sé stesso come un origami, per tanti anni. L’estate era il tempo dell’imbarazzo, del nascondere i difetti giustificando in ogni modo appuntamenti in spiaggia mancati e insicurezze abnormi. Era il tempo della consapevolezza, un brandello di consapevolezza lucido che emergeva allo specchio. Il culo i fianchi la pancia le cosce, era un coprire e scoprire, un nascondere e risucchiare dentro costumi brutti e magliette larghe. Una volta l’allergia, poi il caldo, il bruciore della pelle, le gambe gonfie, il lavoro e poi “ho fatto tardi”, o ancora “tolgo la maglietta con i miei tempi” dicevo. Le scuse erano buone, più o meno tutte. Una donna insicura è insicura allo specchio, e lo rimane per moltissimi anni quando non riesce a guardarsi allo specchio. Quello che siamo riflessi è quello che vediamo di noi e che gli altri non scorgono. Quello che gli altri vedono di noi è quello che noi rifiutiamo di vedere. Un origami, ripiegato come il tempo. Tutto quello che riusciamo a controllare, gestire con meticolosità e ansia, quando la vita ci sfugge di mano e sfuggiamo a noi stessi lasciando il posto all’ombra. Il corpo, appunto. Un involucro ma anche un porto sicuro in cui inanellare angosce e mancanze, delle nostre relazioni sin dall’infanzia. Il metro giusto per non piacersi a tal punto da non guardarsi allo specchio e non perdonarsi mai sperando di perdonarsi un giorno. Una continua commedia stralunata.

Da anni andare al mare è stato un incubo. L’attimo in cui tutti rimanevano in costume era un crocevia di insulsi pensieri tristi e piagnucolosi. Dovevo sedermi, tenere il pantaloncino o la maglietta? Fingere cosa per non farmi vedere? Ma a chi importa veramente come siamo fatti? Quanto può essere ridicolo pensare che l’intera spiaggia si giri a guardare proprio te? E soprattutto, con quale cattiveria le persone che ti vogliono bene dovrebbero giudicarti per un corpo meno tonico o meno sportivo? Detta così sembra talmente banale che forse per molti è la solita storia delle donne frivole che badano all’apparenza. Balle. L’insicurezza è un tarlo che divora mente e corpo. Non è quello che si racconta per sembrare più intellettuali. E’ piacersi sapendo di dover piacere prima ai propri occhi, poi alle persone che contano. Farsi piacere il passato, accettare un corso di studi sbagliato o un viaggio mai continuato, un ritorno sbagliato, un uomo sbagliato, è perdonarsi di essere stata una seconda scelta per troppi anni, sino a diventare una seconda scelta per i nostri stessi occhi. E te ne accorgi quando ricominci a vivere. Un pomeriggio con le amiche. Quando tra i camerini di un negozio provi davanti a loro un paio di jeans che altrimenti non avresti mai indossato. Quando ti chiedono di spostare la maglietta per vedere come cadono sulle gambe e nei tuoi occhi c’è la bellezza che loro vedono in te. Quando ti invitano a comprarli e tu, incredula, entri in camerino asciugando piccole lacrime che rigano il viso, e che immediatamente lasciano il posto ad una carezza. Sempre davanti a quello specchio, per anni nemico.

Ho spiato le donne per moltissimi anni, e ho amato il passo svelto di molte di loro nell’indossare abiti succinti e maglie corte. Ho invidiato la fierezza del piacersi e la disinvoltura di non essere mai impacciate dinanzi a nulla, perché mai impacciate dinanzi a quel maledetto specchio. Ho spiato molte donne e molti uomini, senza spiare mai abbastanza me stessa.

Correre mi ha salvato la vita, e non solo per la disciplina che impongo alla mia quotidianità. Per la calma con cui adesso, davanti allo specchio, sorrido sapendo che niente di quello che accade, accade senza sacrificio. E che tutto, quasi tutto, si può conquistare con costanza e determinazione. 3 km, 4 km, 5 km, poi 7 km. E quei 10 km che sono un grande sogno ora, quel guardarsi allo specchio sorridendo, quell’arrivare al traguardo sotto i sessanta minuti così come rimanere in costume senza mai più tentennare. Correre mi ha salvato la vita perché adesso con le amiche rido dei miei difetti e quando mi sgridano, ascolto. Non scappo. Ascolto e vorrei abbracciarle. Perché non mi hanno abbandonata quando per tantissimi mesi mi sono nascosta dietro la mia ombra nera, cadaverica. Assente.

Da anni ho vagato incapace di realizzare il mio destino con la pienezza che desidero e sogno, spiando le voci. Quello che gli altri avrebbero accettato, quello che avrei voluto essere e quello che doveva essere perché era giusto.

Ma ognuno viaggia con la propria storia, stretta dentro di sé. “1 year to go” è la mia nuova storia, arredata di alcuni pezzi del passato che guardo con fierezza e orgoglio, ma anche tenerezza. La mattina, alle 5, con le scarpe da running e il rumore del respiro adesso meno affannato. Mentre corro e cerco di mantenere un equilibrio tra quello che la mente mi obbliga a pensare e quello a cui devo pensare. “1 year to go” è la mia storia, ed è quello che ogni giorno sto scegliendo di fare, delle volte con non poca fatica e dolore, per arrivare tra 356 giorni a rispondere ad alcune domande. Tra le cose semplici che spesso sono il miracolo che serve per rendere anche la felicità una cosa semplice, il perdono una cosa semplice. Perdonando, soprattutto sé stessi.

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