Il giorno in cui la sinusite vinse

e decisi che potevo andare avanti lo stesso

Tutto iniziò con un giro in motorino per le strade di Roma.
Il vento di gennaio soffiava imperioso, le strade luccicavano di pioggia e il sabato sera si profilava pieno di aspettative.

Poi arrivò l’imprevisto. Quello che ormai viene chiamato “the helmet visor affair”. La visiera del casco non si chiuse.

La visiera del casco non si chiuse. Essa rimase appena socchiusa, lasciando un malevolo spiraglio. Un sottile pertugio, insignificante, irrilevante. Una cosa da nulla. Come una microlesione nel profilattico che precede a una figliolanza sgradita. Come l’ultimo millimetro di spettro visivo del professore che ti fa beccare all’esame. Come quell’unica cozza che ti manda in ospedale a fare una lavanda gastrointestinale.

Quel piccolo, fottuto, maledetto, odiato dalla razza umana, pertugio nella visiera del casco fece entrare un sottile refolo di aria gelida. Che per innominabili, abiette e incomprensibili nella loro malvagità leggi della fisica andò a colpire con insistenza le nari, lo zigomo destro e la parte alta della fronte. Della mia povera fronte. Indifesa placca ossea, cava, delicata, inerme.

Così, la notte di quel sabato sera, in quella città tanto amata, finì in tragedia. Come una Cenerontola di noantri sono dovuto fuggire a casa dopo solo un paio di ore di danze. Preda dei più lancinanti dolori. E ora, a distanza di giorni, assomiglio a Darth Vader che fuma il sigaro con la mia fedele macchina per l’aerosol accesa a tutte l’ore.

Ma la vita continua e tra un dolore ai molari, una fitta all'occhio e quella pulsante sensazione di alien pronto al suo ingresso nel mondo che si presenta nello zigomo destro, tiro avanti. Cercando un senso migliore a tutto questo.

V.

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