L’epidemia nostalgica dilaga anche in politica tra processioni, professioni e professoroni

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Gli anticorpi della politica contro il virus dei professoroni vaccinoni

Va bene tutto, eh? La nostalgia per gli esuberanti anni Ottanta. La malinconia di chi ha dovuto subire il passaggio all’euro dopo i fasti della nostra cara vecchia lira italiana. Lo struggimento (purtroppo non interiore) di chi soffre al pensiero di braccianti dalla pelle nera a raccogliere i nostri pomodori. E io dico: solidarietà per chi sta cercando di sopravvivere alla crisi di mezz’età grazie alla Retromania!

Io quando ero piccola, che poco poco c’avevo un cugino con una malattia esantematica, facevamo la processione a casa sua. Così tutti e sette i nipoti avevano la patologia. E se l’erano lavata dalle palle. Funzionava così all’epoca mia. Io sono cresciuta e ora ho 50 anni e sono vecchia. Mentre oggi pare che uno deve essere immune da tutto. Ok, ma lo posso almeno decidere io se e come immunizzarmi? …


Nuove pratiche di consumo per nuovi modelli di business.

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Walter che ci fai lì?

Con una mano si accende il televisore, con l’altra si tiene pronto lo smartphone. Una ricerca Nielsen-Yahoo dice che l’86% dei possessori di smartphone continua ad utilizzare il proprio cellulare (o altro device capace di navigare in rete) durante la visione di programmi in tv.

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Il succo della ricerca Yahoo-Nielsen

Lo studio Nielsen-Yahoo (campione di circa 8.000 utenti USA di età 13/64) conferma che la maggioranza di coloro che utilizza quotidianamente smartphone o pc continua a navigare in rete per comunicare sui social network mentre sta guardando la televisione. Il “secondo schermo” (ovvero l’altro monitor che guardiamo in contemporanea con il televisore) consente di arricchire l’esperienza audiovisiva vivendo contemporaneamente anche il tam tam sui social media. Se il succo della social tv è la condivisione via web del momento della fruizione audiovisiva, allora il cyberspazio conversazionale (con tutte le bolle annesse e connesse) si è espanso fino ad inglobare la televisione e il cinema. Una svolta industriale importante.

Per un po’ il concetto di social tv si stava per legare alle moderne smart tv capaci di sovrapporre allo spettacolo il flusso dei pensieri da e per la propria cerchia. Previsioni disattese dalle abitudini del pubblico che premiano l’utilizzo degli smartphone per queste pratiche. Resta la tendenza oramai inarrestabile di sovrapporre i piani della visione in una miscela di suoni, testi, immagini. …


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L’altro giorno James Cameron ha osato criticare il film Wonder Woman. Il dibattito e gli argomenti utilizzati mi portano alla domanda: c’è spazio oggi per discussioni sul piano della tecnica narrativa? Oppure è impossibile smarcarsi dal “fatto politico”? E poi: come si fa a parlare male di un film con Gal Gadot?

Sta di fatto che Wonder Woman ha un po’ riscaldato la scena perché si oppone a un luogo comune ormai consolidato: il supereroe è maschio. Soprattutto il supereroe ad alto budget. …


Mad Max: Fury Road è il quarto capitolo della saga cult di George Miller

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Nuovi sentieri selvaggi o strade già seguite e consumante?

Originariamente apparso su Quaderni d’altri tempi

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Avevamo lasciato l’ex-poliziotto Max Rockatansky a vagabondare nel deserto post apocalittico intorno a Bartertown (Mad Max — Oltre la sfera del tuono). Lo ritroviamo trent’anni dopo in Mad Max: Fury Road, quarto capitolo della saga cult concepita dal regista australiano George Miller. A settant’anni suonati, il cineasta non solo ha conservato inalterata la sua integrità artistica ma è riuscito, con furia giovanilistica, a divertirsi sul terreno delle trovateaction. Come ha scritto in un tweet Joe Dante, qui ci vorrebbe il sottotitolo: “70-year-old director shows those young whippersnappers how it’s done!” …


Sociologia dell’identità e finzione metaletteraria estrema

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Riusciamo a immaginare cosa parlerà di noi nel futuro, tra dieci o venti anni? La copertina di Time? Filmini di famiglia? Vecchie foto? O forse qualcosa di più vischioso e personale come ad esempio un diario? Essere Ricardo Montero, il primo romanzo del sociologo Gianfranco Pecchinenda, è una provocatoria trasfigurazione metaforica di quel laborioso gioco intellettuale che accompagna ogni tentativo di definire con certezza l’identità individuale oggi.

In un contesto di identità precarie, maschere sociali, mondi digitali è facile intuire quanto possa essere bugiarda una fotografia, specie se ingiallita dal tempo. L’atto di immobilizzare tecnologicamente l’essenza di una persona intrattiene un rapporto quanto meno ambiguo con la realtà: non sappiamo cosa resta fuori dal quadro e ciò che è nel quadro non può certo sfuggire all’interpretazione o al lavorio del tempo. Oggi la società dei consumi comunicativi non fa che incoraggiare la produzione di istantanee e di altre tracce digitali quasi come se nella moltiplicazione spensierata dell’atto di guardarci allo specchio possa davvero esserci la chiave per definire ciò che ci rende definibili. Ma va bene così: quasi sempre chi si mette in posa sa benissimo che la realtà è più complessa e sfumata di uno scatto. …

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Valerio Pellegrini

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