In futuro l’utero artificiale sostituirà la madre surrogata

Valigia Blu
Mar 8, 2016 · 7 min read

In Scienza Blu di questa settimana: l’utero del futuro potrebbe essere artificiale|consigli per un corretto fact-checking delle notizie mediche|la cocaina induce le cellule del cervello a digerire se stesse|la maggior parte delle inondazioni negli Stati Uniti è correlata al riscaldamento globale

L’utero del futuro potrebbe essere artificiale

La trasmissione L’aria che tira, su La7, dedica un servizio all’utero artificiale, un dispositivo, per ora ancora ipotetico, che potrebbe essere utilizzato per prevenire aborti ricorrenti o per permettere di sopravvivere ai bambini nati prematuri. Tecnicamente bisognerebbe parlare di ectogenesi, cioè di sviluppo all’interno di un ambiente esterno artificiale. Il termine è stato coniato nel 1924 dallo scienziato inglese J.B.S Haldane, che predisse che entro il 2074 la maggior parte delle nascite sarebbe avvenuta al di fuori dell’utero materno.

L’utero artificiale è comparso spesso nella narrativa e nel cinema fantascientifici e anche in romanzi distopici come Il mondo nuovo di Aldous Huxley. Negli ultimi 30 anni la tecnologia ha già fatto passi avanti notevoli verso la possibilità di portare avanti la gestazione al di fuori dall’utero, una forma di parziale ectogenesi. Ormai, infatti, si è arrivati a far sopravvivere al di fuori del grembo materno feti prematuri di meno di 22 settimane. Nel 1996 un gruppo di ricercatori giapponesi sviluppò una tecnica chiamata incubazione fetale extrauterina. I ricercatori utilizzarono feti di capra immersi in un fluido amniotico artificiale e alimentati con sangue ossigenato attraverso cateteri collegati ai vasi del cordone ombelicale.

Attraverso la somministrazione di alcuni trattamenti farmacologici alla madre e il supporto fornito nelle unità di terapia intensiva neonatale, è oggi possibile salvare nati prematuri sempre più precoci. Quello delle 22 settimane potrebbe essere un limite oltre il quale impossibile spingersi, dal momento che l’organismo di un feto, per sopravvivere all’esterno, deve essere capace di svolgere le principali funzioni fisiologiche, soprattutto quelle polmonari. Ma questo limite potrebbe essere superato se il feto potesse proseguire la gestazione all’interno di ambienti riempiti con fluidi amniotici artificiali.

Un’altra area linea di ricerca è quella che potrebbe portare alla produzione in laboratorio dell’endometrio, il tessuto superficiale dell’utero. Questo consentirebbe di trasferire un embrione in via di sviluppo in un sistema, che se provvisto anche di placenta, supererebbe il limite costituito dalla mancanza di organi già funzionali. Si arriverebbe, perciò, all’ectogenesi completa, cioè alla creazione di uteri artificiali in cui impiantare già l’ovulo fecondato.

Come molte altre questioni legati alla riproduzione, anche l’ipotesi di utero artificiale si presta a essere oggetto di controversie per le sue implicazioni etiche. Già ora la possibilità di salvare feti molto prematuri mette in discussione, almeno secondo alcuni, i limiti legali entro cui garantire il diritto all’aborto. E l’utero artificiale renderebbe possibile interrompere la gravidanza mantenendo in vita il feto.

D’altra parte la prospettiva di una tecnologia di questo tipo evoca anche la questione del cosiddetto “utero in affitto” e la discussione intorno alla maternità surrogata. L’utero artificiale renderebbe superflua una madre surrogata. Alcuni ritengono che la gestazione all’interno di un ambiente artificiale privi il nascituro di un legame di intimità con la madre durante lo sviluppo. Altri, invece, notano come un utero artificiale potrebbe consentire, sia alla madre che al feto, di evitare rischi e complicazioni legati alla gravidanza e di monitorare l’intero sviluppo, dallo stadio di zigote fino al termine.

Consigli per un corretto fact-checking delle notizie mediche

Le notizie riguardanti la salute e la medicina sono tra quelle che più attirano l’attenzione del pubblico ma anche tra quelle di cui è più difficile verificare l’accuratezza e l’attendibilità rispetto alla fonte originaria, per esempio uno studio scientifico che descrive una nuova scoperta. Come afferma Gary Schwitzer, editore di HealthNewsReview.org e professore alla University of Minnesota School of Public Health, si può essere fattualmente corretti e tuttavia non essere quasi di alcuna utilità per i propri lettori.

Un’affermazione, infatti, può trarre in inganno, anche se esatta, a causa di omissioni o per la mancanza di un contesto che permetta di interpretarla correttamente. Schwitzer indica perciò alcuni suggerimenti per un corretto fact-checking delle notizie di medicina e salute.

Per esempio, può succedere che una notizia che riporta i risultati di uno studio su un nuovo farmaco ometta di specificare che i risultati sono stati ottenuti sul modello animale e che perciò potrebbero passare alcuni anni prima che vengano raccolte evidenze sull’uomo. Un altro elemento di cui tenere conto è quello dei possibili conflitti di interesse, sempre potenzialmente presenti quando si è di fronte a ricerche prodotte dall’industria, sebbene, quando vengono pubblicate, debbano comunque sottostare al processo di revisione paritaria.

Inoltre, è necessario esaminare direttamente il contenuto degli studi, senza fermarsi ai comunicati stampa, che anche quando sono emessi dalle istituzioni accademiche più rispettabili possono essere fuorvianti. Dice, infatti, Schwitzer che la disseminazione dei risultati della ricerca al pubblico è come una catena in cui ogni attore tende a inquadrare il messaggio in una luce più positiva di quello che l’evidenza supporterebbe.

Infine è fondamentale interpretare in modo corretto il linguaggio e i concetti utilizzati dagli studi. Per esempio, così come in altri campi, anche nella ricerca in medicina bisogna comprendere che il fatto che due fenomeni siano associati non significa, necessariamente, che uno sia la causa dell’altro. Spesso non vengono percepiti in modo corretto anche i concetti che riguardano la probabilità e il rischio, come la differenza tra rischio relativo e rischio assoluto.

Per esempio, una riduzione del 50% del rischio di insorgenza di una malattia in chi riceve un farmaco sperimentale, rispetto a chi non lo riceve, esprime una diminuzione del rischio relativo che può sembrare notevole. Ma lo stesso rischio può essere espresso in termini assoluti. Se a sviluppare la malattia è il 2% di quelli che ricevono il farmaco, mentre il 4% di chi non lo riceve si ammala, vuol dire che in termini assoluti la riduzione del rischio, anche se ancora c’è, è solo del 2%, un dato che dà una percezione diversa dell’efficacia di quel farmaco.

La cocaina induce le cellule del cervello a digerire se stesse

Un gruppo di ricercatori della Johns Hopkins University ha dimostrato che la cocaina, a dosi elevate, provoca la morte delle cellule cerebrali per autofagia, un meccanismo in cui le cellule attivano un processo di autodigestione dei loro componenti interni. Lo studio, condotto sui topi, ha evidenziato segni di autofagia anche nelle cellule di individui nati da madri che avevano ricevuto cocaina durante la gravidanza.

L’autofagia è un meccanismo fisiologico con cui le cellule, normalmente, degradano e riciclano componenti, come proteine o organuli intracellulari, e che aumenta in risposta a condizioni di stress, per esempio privazione di nutrienti o infezioni. Ma quando va fuori controllo può provocare la morte delle cellule. Misurando i cambiamenti nei livelli di alcune proteine che controllano il processo e osservando i cambiamenti fisici delle cellule, è stato possibile dimostrare la capacità della cocaina di scatenare questo meccanismo di autodigestione.

Da ricerche precedenti era noto che nell’autofagia causata dalla cocaina nelle cellule cerebrali sono coinvolti l’ossido nitrico e un enzima, la gliceraldeide 3-fosfato deidrogenasi. I ricercatori hanno perciò testato un farmaco sperimentale chiamato CGP3466B, capace di ostacolare l’interazione tra l’ossido nitrico e l’enzima, per verificare se fosse in grado anche di prevenire gli effetti della cocaina. Il farmaco si è rivelato capace di impedire la morte delle cellule.

CGP3466B è già stato sperimentato, senza successo, durante trials clinici di fase II contro la malattia di Parkinson e la sclerosi laterale amiotrofica. Ora, grazie a questo studio, potrebbe essere possibile impiegare questo farmaco per la cura dei danni cerebrali causati dall’abuso di cocaina. Ma saranno necessarie molte altre ricerche, prima nel modello animale e poi nell’uomo.

La maggior parte delle inondazioni negli Stati Uniti è correlata al riscaldamento globale

L’innalzamento del livello dei mari è uno degli effetti più preoccupanti del riscaldamento globale. Secondo un rapporto dell’organizzazione Climate Central due inondazioni su tre, tra quelle che hanno colpito le città di costiera americane dal 1950 a oggi, si sarebbero potute non verificare in assenza del riscaldamento globale. Il rapporto si basa, in parte, su uno studio che dimostra che il livello dei mari sta aumentando a una velocità senza precedenti negli ultimi 3000 anni.

Secondo alcuni studi il riscaldamento globale, dalla metà del XX secolo, a causa dell’innalzamento del livello dei mari ha fatto aumentare il numero di inondazioni.

Inoltre, è stato stimato che se non ci fosse stato il riscaldamento globale il livello medio dei mari in tutto il pianeta sarebbe aumentato di meno del 51% di quanto è stato osservato nel corso del XX secolo. I risultati di queste ricerche sono fondamentali anche per elaborare previsioni per il futuro e stimare il rischio per le città e le popolazioni costiere in tutto il mondo.

Se non verrà fatto nulla per fermare il riscaldamento globale e contrastare i cambiamenti climatici, il livello degli oceani potrebbe aumentare di un metro entro la fine del secolo. Secondo uno studio nello scenario peggiore l’aumento potrebbe raggiungere quasi il metro e mezzo, più di dieci volte rispetto a quanto avvenuto nel XX secolo.

Valigia Blu

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