L’ingresso del nuraghe di Santa Cristina. Vorresti entrare dentro tutto quel buio?

La Sardegna dalle ombre rovesciate

Vi siete mai guardati a testa ingiù? Cronaca semiseria di una passeggiata al Pozzo di Santa Cristina (OR) nel giorno dell’equinozio d’autunno, tra strani fenomeni e sette New Age.

L’autunno ha portato con sé un vento di indipendenza dalla vicina Catalogna, ed ecco che anche in Sardegna cade la solita ombra fatta di sentimenti contrastanti. Per molti l’indipendenza dall’Italia è la solita trovata folkloristica come tante ce ne sono durante l’estate. Altri invece danno risalto al commento di Enrico Mentana, che ha individuato la possibilità di un caro saluto dell’isola al resto d’Italia. Ombre d’indipendenza e sul futuro della Sardegna, ombre dei numerosi ombrelloni che quest’anno si sono riaperti nelle spiagge sarde come non accadeva da almeno un decennio.

Io però sono a caccia di un altro tipo di ombre, le mie. Già, perché dove sto per andare potrei averne addirittura due. La mia personalissima ombra rovesciata mi aspetta al Pozzo di Santa Cristina, un’area che si trova nel comune di Paulilatino, in provincia di Oristano. L’ultima e unica volta che ci sono stato ho passato la maggior parte del tempo in braccio a qualcuno. Ma ora che ho la macchina il mio viaggio solitario parte dal Sassarese, così lascio la SS 131 in direzione Cagliari e… mi perdo. Non so dove, ma mi perdo più avanti di Paulilatino.

Decido di entrare in paese, lo attraverso seguendo i cartelli e mi ritrovo in una viuzza stretta che si addentra nella campagna. Più avanti scorgo un pick up e un uomo con t-shirt nera e calzoni di fustagno che sta chiudendo un cancello. I cliché esistono. Chiedo ancora informazioni e riparto. Dopo circa tre chilometri mi ritrovo al complesso nuragico di Santa Cristina. Siccome è venerdì mattina penso di essere solo. Verranno tutti domani, forse domenica. Ovviamente mi sbaglio. Nel parcheggio all’ingresso ci sono macchine e autobus. E tedeschi. Perché il 22 settembre la stagione estiva da queste parti è ancora attiva. Buon per noi sardi, penso. Nonostante i problemi legati alla politica regionale e ad aeroporti fondamentali in forte crisi come quello di Alghero, quest’anno le presenze sono state tantissime, provenienti sia dal resto d’Italia sia dall’estero.

Ma nel mio caso qui si viene in occasione dell’equinozio d’autunno per vedere l’ombra rovesciata. Non mi interessa altro. Male che vada posterò la foto su instagram o facebook. E come un Peter Pan 2.0 vorrei sfidare la mia ombra che si stacca e poi ricucirmela per portarla a casa. Tiro fuori cinque euro e faccio il biglietto. Dalla veranda del bar scorgo i bellissimi muristenes, piccole costruzioni attorno alla chiesa campestre di Santa Cristina nati per ospitare noveranti e pellegrini. Attendo per qualche minuto la visita delle 10.30 insieme a due turisti toscani e al loro cane. Il villaggio cristiano costruito intorno al 1200 d.C. cattura la mia attenzione e mi fa pensare a un’altra località a qualche chilometro, San Salvatore di Sinis, a Cabras, per via delle case basse e la piccola chiesa.

I muristenes di Santa Cristina

La guida si presenta e iniziamo la visita al complesso. I raggi di un sole caldissimo scendono tra le fronde degli olivastri, e sento un vago olezzo di letame accompagnato dal suono dei campanacci degli animali al pascolo oltre il parco. La terra è dura e polverosa a causa alla siccità di quest’anno. Ne sanno qualcosa i pastori e pure mio padre, che quest’anno è andato incontro a una vendemmia triste e scarsa.

Il Pozzo di Santa Cristina

Dopo una velocissima camminata arriviamo al pozzo. C’è già qualcuno che aspetta in cima alla scala, mentre altri stanno seduti vicino alle mura che delimitano l’opera in attesa del fenomeno dell’ombra rovesciata, visibile oggi, nel giorno dell’equinozio. Il tronco trapezoidale e il vano scala del pozzo lasciano senza fiato, come se un’astronave fosse scesa dal cielo in tempi antichi e avesse trovato spazio in mezzo agli olivastri di Paulilatino. Guardarci dentro è inevitabile. Faccio anche qualche foto. Il sole non ha ancora illuminato niente se non un accenno di parete sinistra della scala, che sembra scendere dentro le viscere dell’isola. Mi prende un grande senso di inquietudine. I due toscani scendono, io no. Preferisco gustarmi la discesa più tardi. La guida ci spiega le caratteristiche del pozzo, datato tra l’XI e il IX secolo avanti Cristo. Un pozzo che non si riempie mai, nemmeno quando piove. I suoi antichi costruttori l’hanno progettato in modo tale da tenere il livello dell’acqua sempre a 50 centimetri. Sotto si infila un canale, nascosto alla vista, in cui credo scorra la linfa vitale, magica e arcana, di mezza Sardegna. Un collegamento spaziale, temporale, identitario, con tutta la miriade di luoghi sperduti o alla portata, secondo la visione dell’uomo contemporaneo, che pulsano magia nell’isola.

Al pozzo di Santa Cristina non si viene soltanto per fare un giro, o per turismo, ma anche alla ricerca di una risposta al proprio stato di salute. Certo, non ha lo stesso appeal di Lourdes o Fatima, ma è un’acqua antica quella che resta in silenzio nella camera ipogea di questo straordinario monumento. Però ha un potere di guarigione che non sempre funziona. La mia guida turistica ad esempio ha il busto. «Con me non fa effetto — mi fa sapere — eppure sono qui tutti i giorni».

Lasciamo il pozzo e continuiamo la visita verso il villaggio medievale fatto di casette e portoncini, tutti ambienti di proprietari privati costretti a pagare l’Imu, ci fa sapere la guida. La chiesetta di Santa Cristina invece è chiusa e apre soltanto in caso di funzioni religiose. Il parroco ha deciso così. Svicoliamo tutto a mancina, poi di nuovo a destra e ci ritroviamo in mezzo a un bosco. Se spuntassero fuori dei fantasmi, ora, alle 11 di mattina, non me ne stupirei. La guida spiega ai toscani cosa sono i nuraghi, poi ci saluta per iniziare un’altra visita. Io resto ancora ad ammirare il bosco, le costruzioni nuragiche e dei periodi successivi che spuntano fuori dal terreno. Se non fosse per un maledetto cartello di divieto potrei trovarmi benissimo in una mattina di qualche millennio fa. Ma su quel cartello dovrebbe esserci scritto Sardigna no est Italia. Perché qui non c’è niente che abbia a che fare con il resto della penisola. E forse neanche con la Sardegna attuale. Almeno non oggi, nel giorno dell’equinozio. Non ci sono balli tradizionali, fisarmoniche e launeddas, non ci sono gare di cavalli né sagre con costumi sardi, panini con carne e cipolla, e birra fresca. Non c’è balentia spicciola, non ci sono gingilli fatti di corallo né ambulanti provenienti da ogni dove.

Qui si respira un’atmosfera da Sardegna ancestrale, quella che senti se passeggi sotto gli olivastri secolari e di colpo ti ritrovi davanti le pietre squadrate e muschiose di un villaggio nuragico. C’è il rumore del bosco, con gli uccelli nascosti tra le fronde e gli scampanii in qualche campagna, oltre i muretti a secco e i cespugli. E nel bosco si sente una magia vecchia, non dissimile dal Fangorn tolkeniano. Una magia che fa paura, la stessa che davanti all’ingresso di un nuraghe ti fa restare fuori per qualche istante, perché dentro tutto quel buio antico e ostile non ci vorresti mai entrare. Ecco la Sardegna rovesciata da apprezzare e da visitare. Oltre le spiagge, oltre le feste.

Una parte del bosco nel parco di Santa Cristina

Mi riempio i polmoni di questa sardità dimenticata e torno al pozzo. È quasi ora, e la gente, perlopiù turisti tedeschi, gli stessi che a detta di molti conoscono la Sardegna più dei sardi (altro cliché), sono già lì. Ci si accalca tutti in cima alla scala, pronti a seguire il fenomeno solare. Purtroppo c’è chi ha preso spazio in tutti i gradini bassi della scalinata, a ridosso dell’acqua, come a teatro o sotto il palco di una rock band. E nelle retrovie si mormora, c’è tensione, tante energie negative fluttuano tra i corpi accalcati, tutti stanno con il naso all’ingiù. È iniziata la guerra fredda tra fotografi accorsi per immortalare l’evento dell’ombra rovesciata e chi invece è venuto fin qui per assimilare energie o pregare in silenzio. Una sorta di setta New Age che non voglio assolutamente disturbare.

Una foto dimenticabile in cima al Pozzo

Ora i 25 scalini scolpiti nel basalto si fanno più stretti, e dall’alto il sole inizia a scaldare la parete sinistra e ad allungare verso il basso le ombre di chi sta in piedi nel primo gradino della scala. Il turismo nostrano si dimostra meno comprensivo nei confronti di chi ha necessità di silenzio, e inizia a sfornare la tipica insofferenza del sardo per le manifestazioni di calca (terzo cliché). Scappano i risolini per le persone vestite di bianco e a piedi nudi, concentrati per il proprio rituale dell’acqua e del cielo. Mi ci metto in mezzo anche io, colpevolmente, e con prontezza vengo ripreso insieme a un gruppo di ragazzi arrivati da Porto Torres. In parte la colpa delle risate è smorzata dal fatto che uno di essi girava inconsciamente con la cerniera lampo dei pantaloni aperta.

Un momento di preghiera

A pochi minuti dallo scoccare del mezzogiorno lo stargate sardo è strapieno e in attesa di catapultare i propri passeggeri su un imprecisato mondo dove la luce solare è sinonimo di perfezione geometrica. Poco prima delle 12.00 qualcuno inizia a scendere e agitare le mani. Cala il silenzio. La parete del pozzo è illuminata, l’acqua brilla iniziando a rivelare anche qualche moneta (di rame) sul fondo. Le preghiere si svolgono anch’esse senza dire una parola e con varie evoluzioni delle braccia. In realtà il silenzio non è totale perché il fenomeno, chiunque scenda la scala e si piazzi in piedi a ridosso dell’acqua, è rotto da bisbigli, zip di cerniere di zaini e scatti fotografici. Si sentono anche un gong a cadenza e un ronzio, opera di un ragazzo vestito di bianco che regge tra le mani una ciotola d’ottone e scandisce il tempo del rituale.

Si scende tutti a turno verso il pozzo, e senza problemi riesco a ottenere il mio spazio. Sarà per l’attesa pianificata da settimane, oppure per tutta la situazione in cui mi sto ritrovando, ma anche io vengo catturato da un qualcosa che arriva da molto lontano nel tempo. Guardare il fondale dell’acqua, che non si presenta nera ma di un colore quasi argilloso, mi rassicura. Però c’è qualcosa che non va. Uno degli attempati turisti sta facendo una sorta di photobomb alla mia ombra. Eh no, non mi puoi rovinare tutto adesso! Reagisco e mi prendo la rivincita apostrofando malamente il signore che mi sta dietro. Lui cerca le scuse, ma io non perdono. Con tono deciso e un volto poco rassicurante prendo le sembianze di un’antica divinità nuragica venuta fuori dal pozzo con l’unico scopo di punire il malcapitato. Stavolta da parte mia non c’è nessuna comprensione per i suoi rituali. Così quello si dilegua e posso finalmente concentrarmi su ciò che vedo.

L’ombra rovesciata alle 12

La mia ombra è una sagoma dentro il trapezio di luce, ma è anche oscurità misteriosa dentro l’altro trapezio proiettato sul muro, in un gioco che non riesco e non voglio comprendere. Ciò che mi attrae in quei secondi è l’ombra rovesciata, quella maggiormente buia che mi ritrovo sul muro. Tutta l’incertezza che avevo in precedenza muta in una sensazione difficile da descrivere, come un qualcosa di sottovuoto arcaico, lontano da tutto ciò che sono, lontano dal Dove e dal Quando. Poi la mia mente torna nel ventunesimo secolo e mette a segno due o tre scatti, l’obiettivo materialistico per cui sono sceso fin qui.

Infine mi tolgo dai piedi e faccio spazio agli altri, che continuano a scendere e risalire. Rivesto i panni del turista nostrano padrone del cielo e della terra sarda e in questo caso anche dell’acqua, chiacchiero un po’ con i ragazzi di Porto Torres che hanno scattato un’infinità di foto. Ora sono le 12.25, e dentro il pozzo la luce è già diversa. La calca si allontana, restano poche ombre che si allungano sulla scala. Ma c’è chi con uno sguardo trasognato guarda il vai e vieni della gente, che lentamente lascia il pozzo e si avvia. Giambattista mi dice che lui viene qui spesso, perché è un appassionato che impazzisce per gli antichi monumenti dell’isola. E forse è per questo che, nonostante non abbia lavoro, non vorrebbe lasciare la Sardegna, se non per andare in Svizzera: «Lì non è come in Italia, o a Londra, dove si mangia da schifo», dice. Gli spiego che sono venuto a Santa Cristina pensando di non trovare nessuno, come nella maggior parte di certi siti archeologici che si trovano dislocati per la Sardegna. Oggi c’è tanta gente, ma a quanto pare non è sempre così. Qui ci si prova anche la notte, dopo aver scavalcato qualche muretto sotto i raggi della luna piena, quando il pozzo rilascia altre sensazioni e trasuda sardità in maniera differente. Si dice che ogni 18 anni e sei mesi, tempo della retrogradazione dei nodi (santa Wikipedia!), la luce della luna filtri dal foro della thòlos e illumini il pozzo verticalmente. L’ultima volta è accaduto nel 2007.

E nell’attesa del prossimo avvenimento, a me e a Giambattista non resta che riflettere su argomenti più terrestri, come il lavoro che non c’è, sul rientro a casa, e magari su una capatina in spiaggia di pomeriggio. Sono le 12.40 ed è la parete destra della scala a essere sempre più illuminata. Giù nella penombra il rituale continua, così come il rumore degli scatti di chi è giunto in ritardo.

Il pozzo visto dal foro
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