Partire è un po’ morire… dicono!

Quando ho lasciato l’Italia tutti volevano farlo, molti lo facevano davvero, tutti ne parlavano. Non me ne sono andata perché ero un cervello in fuga ma per scelta, perché avevo bisogno di quel cambiamento che l’Italia non aveva saputo darmi, quella spinta a fare che in Italia era stata surclassata dalla burocrazia, dall’inerzia dei lavoratori della banca, di quelli in ospedale, di tutti quelli che mi circondavano. Da un’apatia che non tolleravo più. La mia, in primis.

Oggi faccio parte di quella categoria di persone classificate come “residenti all’estero”, che se inventassero un abbonamento o una tessera punti Ryanair avrebbe già rilevato metà della compagnia irlandese, che ha fatto della passione un lavoro, che per lavoro viaggia. Una che fa cose, cose che si possono fare pure in Italia ma forse all’estero si fanno meglio. Anzi, diversamente.

Sono classificata e come me migliaia di altri italiani. Ci chiamano expat ma la parola expat la usano solo i giornali, la televisione, quelli fighi e quelli che fanno finta di esserlo. Gli altri usano la parola emigranti dove quella N messa lì quasi per caso rappresenta una sorta di movimento che la parola emigrati non riesce ad esprimere bene.

In realtà possono chiamarci come vogliono tanto abbiamo una sola certezza, noi che ce ne siamo andati: non siamo né carne né pesce. Siamo italiani ma siamo anche cittadini del Paese che ci ospita, siamo dei doppi, metà da una parte e metà dall’altra.

Abbiamo memoria storica dell’Italia degli anni passati, ci ricordiamo le merendine degli anni Ottanta, i film e le serie televisive, i volti della politica, i fatti e i fattacci. Oggi però viviamo la normalità di un altro Paese e sappiamo che merendine si mangiano, cosa si guarda alla televisione, chi sono i politici locali ma non sappiamo cosa si faceva negli anni Ottanta e anche nei Novanta se non per sentito dire o perché magari abbiamo studiato la Storia.

Viviamo con la mente abituata al passato italiano, al presente del Paese che ci ospita e ad un futuro che li conterrà forse entrambi, fin quando uno dei due non prenderà definitivamente il sopravvento.

Paghiamo il canone Rai e le tasse sulla casa in Italia perché il Governo non perde occasione per ricordarci quanto abbiamo sbagliato a voler tenere delle radici a casa nostra. Compiliamo il censimento dove viviamo ma quando arriva la domanda
PARLI IRLANDESE
dopo aver barrato la casellina NO vorremmo aggiungere “già è tanto che mi capite in inglese…”.

Viviamo in una casa anglosassone o americana, di quelle che vedi nei film e nei telefilm, ma bramiamo il balcone dove stendere i vestiti appena usciti dalla lavatrice e il profumo del ragù che si sente la domenica mattina nei condomini italiani.

Il venerdì sera se non è aperitivo e pizza ci sentiamo persi ma la pinta dopo il lavoro è diventata una piacevole abitudine e bere il cappuccino dopo la pizza, oggi, non ci pare più assurdo.

Prepariamo valigie sproporzionate: all’andata vuote e al ritorno piene di parmigiano, salumi, riviste italiane.

Dopo qualche giorno in Italia non vediamo l’ora di scappare, dopo qualche giorno nel nostro nuovo Paese non vediamo l’ora di tornare a casa per qualche giorno.

Le pratiche burocratiche italiane non le tolleriamo e ci sembrano roba da denuncia ma ad abituarci alla compilazione di moduli online e a ricevere risposte nel giro di 24 ore non riusciamo proprio.

Le cose dell’Italia le seguiamo come possiamo ma tanto “che ne sai tu? Mica vivi in Italia, beata te” e “facile andarsene eh?” come se fosse davvero facile mettere la propria vita in una valigia lasciandosi dietro il rimorso per chi resta, per chi continua a vivere la sua vita e va avanti senza di te. Per quei pezzi che ti perdi e quei pezzi che gli altri si perdono di te.

Viviamo nel dubbio perenne e nella consapevolezza che la nostra dualità e il nostro non essere più al 100% italiani e nemmeno al 100% nuovi cittadini di questo nuovo Paese che ci ha accolti ci accompagnerà per sempre.

Viviamo da doppi, siamo un doppio, cerchiamo di unire un passato e un presente diversi alla ricerca di un futuro, forse, migliore.

Non è partire è un po’ morire… è solo partire per darsi un’altra, o altre millemila, possibilità. Non si è eroi quando si parte, non si è eroi se si resta, non lo si è se non si torna più o se si torna subito indietro. Si fanno semplicemente scelte.

[Se ti piace questa storia condividila e se me ne vuoi segnalare altre simili lascia un commento o contattami come preferisci. Sto cercando di capire se questa storia di partire è un po’ morire solo io la trovo un po’ abusata…]