L’Ospite

cinema e pittura

Il nucleo primigenio di un film è sempre un’immagine, o meglio, una visione. All’inizio l’urgenza creativa sembra contenersi tutta in un solo fotogramma, un unico, solo, misterioso fotogramma.

Un uomo che cammina, come in un sogno, in una villa dove ogni cosa, tavoli, sedie, quadri, è ricoperta da teli bianchi. Questa è l’immagine embrionale, ne L’Ospite, ed anche la chiave per comprendere il tono, il senso del film nella sua totalità.

Discutendo con il direttore della fotografia Giovanni Battista Marras (Segreti di Stato, Puccini e la fanciulla) abbiamo compreso subito che questo “fotogramma” , per analogia, sembrava ricordare in qualche modo le atmosfere metafisiche dei dipinti di De Chirico.

Sopra: un quadro di De Chirico, sotto: una scena dal film L’Ospite

Ne L’Ospite infatti viene rappresentato il mondo della coscienza e non quello fattuale. Il protagonista, nel suo isolamento, affronta i fantasmi della mente, come appunto in un sogno, o in un incubo, dove la linearità dello scorrere del tempo è definitivamente frantumata.

Questa riflessione sul Tempo e’ uno dei temi fondamentali dei dipinti dechirichiani, dove gnomoni e orologi bloccati, statue isolate e paesaggi immoti, rinviano tutti ad una sospensione enigmatica, mentre le ombre meridiane alludono ad una realtà che esiste anche oltre l’apparenza. Una realta’ metafisica, appunto.

Sopra: un quadro di De Chirico, sotto: una scena dal film L’Ospite

Partendo da questo spunto, da questa curiosa parentela iconografica, con il direttore di fotografia abbiamo lavorato, con un’attenta riflessione, sulla composizione dell’immagine, sulle ombre, sul senso dei rapporti geometrici all’interno dell’inquadratura, tenendo anche conto della lezione del Ragghianti, che considerava il cinema sostanzialmente un’arte figurativa.

Altre inquadrature, nel lungometraggio, traggono ispirazione dalla pittura del Rinascimento, soprattutto per il rigore compositivo e l’uso della prospettiva.

Sopra: una scena dal film L’Ospite, sotto: particolare di un affresco del Beato Angelico

Sono immagini e sequenze motivate non dalla ricerca di un mero preziosismo visivo fine a se’ stesso, ma dalla necessità di descrivere il Tempo come una dimensione sospesa e immutabile, e tali da indurre negli spettatori un certo senso di straniamento, di spaesamento.

Un’atmosfera ambivalente, tra veglia e sogno, quella del film, dove l’ambiguità del “reale” in qualche modo riesce a rendersi palpabile e cinematograficamente visibile.

Ugo Frosi

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