Il segreto del sacrificio ovvero l’uomo è ciò che mangia

Conosciamo da tempo la relazione dell’uomo con il cibo dal punto di vista del fuoco, sia come esperienza culturale che psicologica, più problematica è quella tra l’uomo e i c.a.n.i. gestiti dall’industria alimentare.
Gianni Emilio Simonetti

Il detto “l’uomo è ciò che mangia” di Feuerbach è stato male interpretato e male utilizzato proprio come la massima mens sana in corpore sano di Giovenale (Sat. X, 356). Se con quest’ultima Giovenale suggerisce di non chiedere altro agli déi se non una mente e un corpo sani [1], con la prima Feuerbach intende invece demolire ogni illusione di divinità per ridare all’uomo fatto di carne e sangue il potere e la responsabilità pratici del proprio divenire. Lo ricordiamo soprattutto a tutti i devoti affinché sappiano che pronunciando o utilizzando questa frase starebbero di fatto rinunciando alla spiritualità del loro dio.

Per non fare ulteriore torto a Feuerbach, dunque, riporto qui i passi più gustosi della sua trattazione senza aggiunte e interpretazioni, e nell’ordine in cui compaiono nel libro L’uomo è ciò che mangia [2] che racchiude sia la recensione al libro del suo allievo Jacob Moleschott (La dottrina degli alimenti. Per il popolo) che l’arringa composta da Feuerbach stesso in risposta a coloro che avevano preteso ridurre, per schernirla, tutta la sua filosofia materialista alla sola frase “l’uomo è ciò che mangia”.

Ciò che segue è dunque la riproposizione in forma concisa dei suoi due scritti. Gli si farebbe però ancora più onore leggendo il libro per intero, che per’altro si legge in non più di due orette.


L’uomo è ciò che mangia

«Il governo si arroga il diritto di comandare sui nostri pensieri e sul nostro sentire, ci prescrive che cosa dobbiamo pensare e credere, nondimeno ci permette di usare i nostri cinque sensi? (25) Non è questa una mostruosa contraddizione? Qual’è però il fondamento di questo sentimento liberale verso la scienza naturale? Soltanto il ristretto intelletto di governo che non sa nulla del legame segreto, pericoloso per lo stato, della scienza naturale con la religione, la filosofia e la politica. Al primo sguardo superficiale in verità occuparsi della natura sembra essere la cosa più innocua […] Che nesso c’è fra i bisogni della vita e gli articoli di lusso dei nostri stati, fra le forze della materia e la retorica dei nostri ministri e deputati? La pulce distingue forse fra il sangue principesco e quello borghese, il fulmine fra una testa incoronata e una senza corona? Ma com’è l’oggetto, così è il soggetto, come la causa così l’effetto. Questo effetto invero si confà alla accozzaglia dei nostri governi in quanto il naturalista non è contro di essi; ma non è neppure a loro favore e questo basta già a renderlo altamente sospetto, infatti (26) sta scritto: “Chi non è per me è contro di me”. Del resto la natura non soltanto non si cura affatto della politica, ma ne è anche l’esatto contrario. Dov’è la natura, non c’è politica e dov’è la politica, c’è soltanto innaturalità. Il naturalista vede come la natura sia presa in un eterno progresso, come, una volta superato un dato stadio, non vi ricada più — mai più un uomo ritorna bambino, una donna ragazza, un frutto fiore, un fiore foglia — , come nella natura sia sempre il vecchio a estinguersi e questo soltanto al fine di essere concime per un futuro migliore; Il naturalista vede come nella natura non vi sia nulla di isolato, nulla di separato, come piuttosto in essa tutto sia collegato in un nesso necessario e grandioso (27) infatti la natura non sa nulla della pretese e finzioni attraverso cui l’uomo del diritto limita e coarta l’esistenza degli altri uomini accanto a lui.

L’aria appartiene per natura a ciascuno e quindi, nello stesso tempo, a nessuno, è un bene comune di tutti i viventi: ma la prepotenza ha reso perfino l’aria una regalia; “il vento appartiene al signore”. La natura (29) dà a ciascun ente ciò di cui ha bisogno; non ha creato nessuno per condannarlo poi alla fame. La fame è una necessità che deve la sua esistenza soltanto all’arbitrio di quello stato la cui essenza è lo stato, l’uniforme, l’apparenza, la futilità. […] la natura solleva solleva l’uomo al di sopra dei gretti limiti del diritto penale; essa rende l’uomo comunista, cioè liberale nel sentire e nel donare. L’”antico buon diritto” ha diviso l’umanità in nobiltà e canaglia, in signori e plebe […] Tuttavia la scienza naturale non conosce differenza fra un ventre nobile e un ventre borghese, essa ha notizia soltanto dell’origine comune e identica di tutti gli uomini. Un giorno l’anatomista Jodocus Lucius mostrando la posizione dell’utero disse: “Qui rispecchiamoci, o uomini, noi che facciamo sfoggio della nostra origine nobiliare e pensiamo di essere migliori degli altri, qui è la nostra prima dimora, fra l’urina e le feci”. Questi sentimenti comunisti in contrasto con lo stato e con il (30) diritto ci sono ispirati dalla natura! (31)

[…] come sono impotenti in genere le verità astratte! Come è invece del tutto diverso per la scienza naturale i cui principi sono fatti tangibili e i cui mezzi di dimostrazione sono strumenti materiali. (32) Chi crede ai miracoli nella Bibbia, crede anche ai miracoli fuori della Bibbia, ha la testa piena di miracoli. E viceversa: chi non crede più ai miracoli naturali, non crede più neppure a quelli religiosi.

Il primo rivoluzionario dell’età moderna fu perciò — stranamente — un polacco, l’autore dello scritto De revolutionibus orbium coelestium, Nicolò Copernico. Da autentico “sovversivo” ha messo in cima ciò che stava in fondo e in fondo ciò che stava in cima, ha attribuito alla terra l’iniziativa del movimento e per questa via ha spalancato le porte a tutte le più lontane e diverse rivoluzioni; egli ha dato per sempre il colpo di grazia aldominium mundi fantastico che aveva preteso di mettere la terra al di sopra dei corpi celesti, il papa al di sopra degli spiriti, l’imperatore al di sopra dei principi e dei popoli, l’uomo (33) al di sopra degli uomini; ma proprio in tal modo ha profanato il cielo mettendo alla pari con la terra gli astri celesti (34) ha tolto alla Bibbia il suo reazionario potere magico. Copernico ha inglobato nella schiera delle stelle erranti la terra, il centro fisico del mondo. (35) Una prova ben più vicina, più incisiva e attuale del significato universale, rivoluzionario della scienza ci è offerta dal nuovo scritto che ci sta dinanzi:Lehre del Nahrungsmittel. Für das Volk, di Jacob Moleschott. Questo scritto ha propriamente soltanto un fine e un oggetto gastronomico e, nondimeno, è uno scritto che stimola, e al massimo grado, la testa e il cuore, uno scritto rivoluzionario. (36) Anzi, io vado ancora oltre e sostengo che soltanto esso contiene i veri “Principi della filosofia dell’avvenire” e del presente e in esso troviamo risolti i problemi più difficili della filosofia. Quante volte i filosofi non si sono rotti la testa sulla questione del legame fra corpo e anima! Ora sappiamo, in virtù di fondamenti scientifici, ciò che da tempo il popolo sapeva per esperienza, ossia che mangiare e bere mantiene congiunti corpo e anima, che quindi il legame cercato è l’alimentazione. Ora sappiamo che noi pompiamo tutto dall’esterno, che non abbiamo nulla di proprio, che in noi non c’è nulla che non sia anche fuori di noi. (37) L’alimentazione soltanto è la sostanza, l’alimentazione è l’identità di spirito e natura; l’alimentazione è l’έν καὶ Πᾶν [uno e tutto] di Spinoza che tutto comprende in sé, l’essenza delle essenze. Tutto dipende dal mangiare e dal bere La diversità di essenza è soltanto diversità di alimentazione. (38) L’essere fa tutt’uno con il mangiare; essere significa mangiare; ciò che è (ist) mangia (isst) e viene mangiato. Mangiare è la forma soggettiva, attiva, esser-mangiato la forma oggettiva, passiva dell’essere, ma entrambe sono inseparabili. Oh! Sciocchi, voi che per la grande meraviglia di fronte all’enigma del cominciamento spalancate la bocca e non vi accorgete che la bocca aperta è l’ingresso all’interno della natura! Quello con cui si comincia a esistere deve essere anche quello con cui si comincia a pensare. Il principium essendi [principio dell’essere] è anche il principium cognoscendi [principio del conoscere]. Principio dell’esistenza è l’alimentazione, l’alimentazione quindi è il principio della (39) sapienza. La prima condizione perché tu metta qualcosa nel tuo cuore e nella tua testa è che tu metta qualcosa nel tuo stomaco. […] infatti se non c’è nulla nello stomaco, non c’è nulla neppure nella testa. La testa è la facoltà di concludere, ma le premesse, gli elementi di questa conclusione stanno nei cibi e nelle bevande. Rimane fermo pertanto: “la sostanza alimentare è sostanza del pensiero. (40)

“La vita è ricambio di materia” [5] E quanto più o meno cediamo di noi stessi, tanto più o tanto meno dobbiamo anche assumere in noi stessi. Purtroppo però se non abbiamo nulla da consumare, consumiamo noi stessi. (42) Dapprima sotto l’influsso corrosivo dell’ossigeno scompaiono i grassi, poi i muscoli, il cuore, la milza e il fegato, infine i nervi e il cervello (43) “L’affamato sente ogni pressione come se pesasse quintali, per questo la fame ha causato più rivolte che non l’ambizione di teste insoddisfatte.” [6]

Questo è il quadro delle terribili conseguenze della fame inappagata, questo è il fondamento del bisogno di nutrirsi, questo è il fondamento per cui la nuova sapienza del mondo prende come suo principio e come principio non più il nulla nella testa, ma il nulla nello stomaco — un nulla molto reale, poiché sensibile.

Rivolgiamo ora agli oggetti appetitosi con cui possiamo calmare la nostra fame. (44)

I cibi diventano sangue essendo composti dagli stessi elementi del sangue sicché nel sangue non c’è se non quello che c’è nei cibi, e viceversa. Questo è vero però soltanto in termini assoluti o astratti. In realtà i loro componenti (47) devono essere prima disciolti. “Se due sostanze possono essere sciolte con la stessa facilità, allora sarà più digeribile quella sostanza che ha maggiore affinità con un componente qualsiasi del sangue. Se invece in due sostanze alimentari la corrispondenza con i componenti del sangue è ugualmente grande, allora è più digeribile quella più solubile”. [7] (48) “Solo ciò che, come componente essenziale, passa nel sangue, deve essere considerato in generale sostanza alimentare, perciò un alimento è tanto più nutritivo, quanto più è digeribile.” [8]

Da qui vediamo in quale constrasto orribile, rivoltante per il sangue dell’uomo, sia il nostro preteso ordinamento morale del mondo e dello stato con l’ordinamento della natura. La natura ha predisposto che l’uomo consumasse sostanze ricche di azoto, ma l’rodinamento dello stato condanna innumerevoli a cibarsi di alimenti privi di questo essenziale alimento del sangue. Un simile ali(49mento inumano e contro natura è, prima di tutto, la patata se, come avviene nelle classi più povere, è l’unico o il principale alimento. Nella sua giusta indignazione l’autore esclama: “Fiacco sangue di patate, deve forse comunicare ai muscoli la forza per lavorare e al cervello lo slancio vivificatore della speranza? Povera Irlanda! Tu non puoi vincere poiché la tua alimentazione può destare soltanto impotente disperazione” [9]

Da questo possiamo anche constatare quale importante significato sia etico, sia politico rivesta la dottrina degli alimenti per il popolo. I cibi diventano sangue, il sangue cervello e cuore, sostanza del pensiero e dei sentimenti. La base della cultura e dei sentimenti umani è un’alimentazione umana. Se volete migliorare il popolo, dategli, invece di declamazioni contro il peccato, cibi migliori. L’uomo è ciò che mangia. (50)

[…] compito dell’uomo è quello di scoprire il fondamento della sensazione, di innalzare l’oggetto della sensazione a oggetto del sapere. Umano è prendere cibo non con la preghiera, ma con la conoscenza. (52)»


Il segreto del sacrificio ovvero l’uomo è ciò che mangia

«[…] qual’è il vero senso delle oblazioni di alimenti e bevande? (54)

L’uomo è ciò che mangia. “Che sentenza scurrile della pseudoscienza sensualistica moderna!” Eppure questo pensiero scurrile fu espresso già dal “padre della poesia greca” nel nominare i popoli secondo la loro alimentazione distintiva rispetto agli altri popoli. Come Omero, anche i geografi e gli storiografi greci designano i popoli appunto secondo i loro alimenti principali o caratteristici e parlano quindi di ittiofagi, mangiatori di pesce, di chelonofagi, mangiatori di testuggini, di acridofagi, mangiatori di locuste (55) […] di antropofagi, divoratori di uomini. Omero eleva perfino l’alimentazione a epiteto e segno caratteristico dell’uomo in generale: lo chiama sotofago, o articolandola in espressioni come “gli uomini che mangiano pane sulla terra”. Nell’Iliade si dice esplicitamente: “Gli déi non mangiano pane, né bevono ardente vino, perciò non hanno sangue e son detti immortali”.

Dio è ciò che mangia; mangia ambrosia, ossia appunto immortalità o cibo immortale, quindi è un immortale, un Dio; l’uomo invece mangia pane, mangia frutti della terra, quindi qualcosa di terreno, non ambrosia, qualcosa di mortale, dunque è un uomo, un mortale. (56) Com’è il cibo, così è l’essenza, com’è l’essenza, così è il cibo. Ciascuno mangia appunto ciò che è conforme alla sua individualità o natura, alla sua età, al suo genere, al suo ceto o professione, al suo grado. (57) I cibi saporiti, delicati, salutari, corroboranti, rasserenanti sono graditi agli uomini veri, quelli piccanti, aspri, salati, eccitanti agli uomini passionali, quelli disgustosi, nauseabondi, maleodoranti agli uomini tetri. In breve, ogni classe è ciò che mangia secondo la sua proprietà essenziale, e viceversa. Gli déi sono quello che sono giacché consumano ambrosia e nettare. Il nettare e l’ambrosia però sono il cibo degli déi solo quando essi si trovano fra loro, non quando sono fra (58) gli uomini. (59) […] così da mostrarci quanto si allontanino dal vero significato del sacrificio quelli che somministrano agli déei e agli uomini, anziché cibi e bevande, simboli e spiegazioni mistiche.

Il bisogno di cibo è proprio dell’uomo per sé stesso, ma il godimento di esso è condiviso con gli déi. (60) Pur trattando spesso e diffusamente della fame e della sete degli uomini, Omero non parla mai della fame e della sete degli déi. L’onore del godimento di cibi e bevande spetta e appartiene agli déi, ma la fatica connessa, il bisogno e lo scorno restano in dote agli uomini. (61)

Come però presso gli Indiani la linfa del soma rallegra e inebria déi e uomini, così nell’Antico Testamento “il vino rallegra déi e uomini”. Una prova estremamente lieta del fatto che il vino, l’olio e anche gli altri elementi sacrificali rivestano il medesimo significato culturale, religioso o teologico solo al loro effetto e significato reale, fisiologico e antropologico! (64)

Che le vittime siano volontarie o involontarie, vive o morte, intere o spezzettate, arrostite allo spiedo o cotte in pentola, che siano cotte o crude, che siano gettate nel fuoco o nell’acqua in onore agli déi, rimane fermo ciò: sacrificare significa nutrire gli déi.

È solo il dio pagano e non anche quello cristiano che — a prescindere dal sacramento dell’aucarestia — nutre e disseta gli uomini? Nelle loro teologie dell’acqua, dei pesci, degli uccelli, delle piante i teologi e filosofi cristiani non hanno forse dedotto, dagli alimenti infinitamente molteplici e buoni accordati all’uomo dalla natura, l’infinita bontà del loro creatore? (66)

I sacrifici sono banchetti comuni degli déi e degli uomini; ma porgere a un ospite cibi insipidi significa dimostrargli scherno anziché onore. “Se togli il sale, getta pure la carne ai cani”, dice un proverbio dei rabbini […] Il sale è “simbolo di amicizia, di fedeltà, come pure di patto”, ma non solo “perché preserva dalla putrefazione e dalla decomposizione la materia ad esso unita”, bensì perché è simbolo di cibo […] quando ricorre da solo, sia nella vita, sia nella lingua (69) indica, secondo una ben nota figura retorica, la parte al posto del tutto, cioè del cibo, ma la comunione nel cibo presuppone o ha come conseguenza comunione nel sentire, comunione nell’essenza. Perciò nel linguaggio orientale si parla di mangiare un unico sale come da noi mangiare un unico pane, che certamente implica in sé il fatto di “essere servitore di uno”, di “cantare all’unisono”. Ancor oggi gli Arabi, quando stipulano un patto, gustano col sale pane e i Greci nelle espressioni in cui il sale è simbolo di amicizia, in particolare di ospitalità, di santa amicizia vi aggiungono nello stesso tempo la mensa, i Romani imbandivano ai Penati sulla mensa sacra, oltre a una saliera, un piatto pieno di primizie così da ricordarci visivamente che al sale appartiene la mensa, alla mensa però il cibo.

Come è importante non dimenticare nel pensiero il nesso della testa con lo stomaco, del nervo col sangue, dell’anima col corpo!

[…] l’ebraico “patto del sale” (70) non significa altro che il patto del sacrificio o del cibo fra Jahvé e il suo popolo. Gesenius stesso nel suo dizionario approva la derivazione dell’ebraico berith, patto, da barah, ossia mangiare, giacché in Oriente “mangiare con qualcuno” equivale a stringere amicizia con qualcuno. Poiché il patto del sale è detto “eterno”, si è concluso che il sale sia qui simbolo della durata e della permanenza grazie alla sua proprietà di conservare e di preservare dalla decomposizione. (71)

In un proverbio tedesco altrettanto comune quanto vero si dice: “Mangiare e bere tengono insieme anima e corpo”; ma non solo anima e corpo, bensì anche Dio e uomo, io e tu. (74)

Mangiare e vivere sono tutt’uno. […] proprio come in tedesco si dice con lo stesso significato: vivere di qualcosa e nutrirsi di qualcosa. Perciò Demetra o Cerere è chiamata datrice sia di cibo, sia di vita. E nell’Antico Testamento consumare cibo, mangiare sta proprio per vivere. Perciò vi si dice appunto esplicitamente degli idoli, degli déi artefatti, morti: “Non vedono, non ascoltano e non mangiano“.

Tuttavia gli déi non mangiano ogni cosa senza critica e distinzione; al contrario, un dio mangia solo ciò che egli stesso è, ciò che ha la sua medesima proprietà. (76) Così la divinità mascile mangia animali maschi, quella femminile animali femminili, la vergine eterna una vitella vergine, la feconda madre terra una scrofa, il dio veloce il veloce destriero […] però il cibo del dio ebraico non è un cibo comune, bensì eletto, come anche lo sono i cibi delgi Ebrei giacché essi stessi sono un popolo eletto. Perché non devono mangiare nulla (77) di impuro? Perché l’uomo è ciò che mangia; chi mangia qualcosa di abominevole, è lui stesso abominio.

Gli ebrei non venivano derisi e odiati dai pagani anche perché disdegnavano i cibi che questi amavano? Rutilio non li chiama forse: “humanis animal dissociale cibis [animale inconciliabile con i cibi umani]?

[…] chi non mangia ciò che noi mangiamo, non è neppure ciò che siamo noi? (78) L’uomo mangia, ma non semplicemente con l’esofago, egli mangia anche con i sensi. In particolare l’uomo “divora” e, per di più, con tutti i sensi un oggetto “per amore”. In verità non amiamo ciò che mangiamo e non mangiamo, almeno formalmente, ciò che amiamo, perché ciò che si mangia viene distrutto e l’amore agirebbe contro sé stesso. Nondimeno esso vorrebbe divorarlo se non distruggesse allo stesso tempo con esso anche sé stesso. Di fatto ha luogo questa differenza fra il mangiare dell’amore e il mangiare comune. L’amore è un mangiare non rozzo, carnale, bensì cordiale e orale. In latino il vocabolo “bacio” è un di(79)minutivo di bocca, in greco amare e baciare sono un unico vocabolo: “filein“, e in tedesco baciare con amore è espresso in modo eccellente da “herzen“. [10] Se però amare è mangiare e l’amante “è ciò che ama”, allora l’affermazione secondo cui l’uomo è ciò che mangia ha dalla sua parte perfino l’autorità dell’amore divino.

Tuttavia l’uomo mangia non solo con i sensi; egli mangia e digerisce anche con il cervello. (80) Proprio per questo l’uomo ha trasposto la fame e la sete, il mangiare e il bere anche a cose che propriamente non sono mangiate e bevute. Perciò il cibo è il midollo non solo del corpo umano, ma anche della lingua umana. (81) Come si può, per esempio, biasimare più fortemente un principe se non chiamandolo divoratore del popolo, demoboron, come fa Achille con Agamennone? È un esempio del fatto che l’uomo, anche trasformandosi da ciclope a “animale politico”, non abbandona la “funzione animale” del mangiare, ma muta soltanto gli oggetti della sua voracità e da divoratore di uomini diventa divoratore di popoli.

Nondimeno che rapporto ha il cibo con l’essenza vera e propria dell’uomo? Questa consiste chiaramente nel fatto che egli sia autocosciente, che abbia per oggetto sé stesso. (82) La nostra prima e originaria alimentazione mostra sensibilmente il concetto del cibo. Il bimbo consuma la propria madre, l’essenza della madre; egli è ciò che mangia e mangia ciò che è, è quindi antropofago. Tuttavia questa antropofagia, questa unione fra soggetto e oggetto, fra godimento e oggetto del godimento non viene eliminata quando l’uomo passa dal latte materno al cibo vegetale e animale, piuttosto è un’assunzione critica. […] allora converte sia sulla mensa, sia sull’altare la carne umana in pane e carne animale, il sangue umano nel “san(84)gue della vite, dell’ulivo”, in acqua o ancora altri umori, poiché ora, bencé non secondo ragione, ma secondo la sensazione sa dai loro effetti che anche negli elementi nutritivi indispensabili al benessere umano gusta carne e sangue umano e li offre ai suoi déi per conciliarseli. (85)»


Note

[1] Orandum est ut sit mens sana in corpore sano [Bisogna chiedere agli dèi che la mente sia sana nel corpo sano]

[2] Come detto il testo qui di seguito riportato combacia con il libro ma ne è un estratto, Per brevità e chiarezza ho preferito evitare, dove possibile, l’utilizzo dei punti di sospensione […] che avrebbero dovuto indicare le saldature tra uno frammento e l’altro. Invece riporto il numero della pagina cui, nell’edizione che qui ho utilizzata (Ludwig Feuerbach, L’uomo è ciò che mangia, a cura di Francesco Tomasoni, Morcelliana, Brescia, 2015), le parti di testo corrispondono.

[3] Esso ruota, sostanzialmente, attorno ad un antico proverbio contadino tedesco: Man ist was Mann isst. Si è ciò che l’uomo mangia. Il gioco di parole che si nasconde dietro questo proverbio ne cucina il senso. Perché ist (è) si pronuncia come isst (mangia) e Mann (l’uomo) si pronuncia come man (si), in questo modo: L’uomo è ciò che si mangia. Se preferite, l’uomo diviene ciò che mangia. (Gianni Emilio Simonetti)

[4] Ludwig Feuerbach, L’uomo è ciò che mangia, a cura di Francesco Tomasoni, Morcelliana, Brescia, 2015, p. 53

[5] Jacob Moleschott, Lehre del Nahrungsmittel. Für das Volk, Erlangen, Enke, 1850. p. 66

[6] J. Moleschott, p. 68

[7] J. Moleschott, p. 81

[8] J. Moleschott, p. 83

[9] J. Moleschott, p. 124

[10] Da Herz, cuore. (Nota dell’autore)

Show your support

Clapping shows how much you appreciated vito gionatan lassandro’s story.