I social network sono una dimensione deformante?

Non lo so. O meglio, da utente di Facebook, Twitter, Tumblr, Google+, Instagram, Swarm, about.me, Wordpress e, appunto Medium, posso dire che ciò che scrivo, condivido, pubblico è parte della mia vita e dei miei interessi. Tendo a essere una sorta di narratore “zero” della mia vita. Non sbilancio il corso dei fatti che mi accadono, non enfatizzo gli avvenimenti, espongo la mia opinione con la massima serenità senza rincorrere un numero di “like” da “social star”. Da “lavoratrice del web” osservo spesso che, per gli “utenti medi” (dove per “medi” intendo quelle persone che usano i social network solo per scopi personali e non professionali) non è così. C’è sempre di più la tendenza alla ricerca e alla raccolta di un numero di likes il più alto possibile. Da questo passa la ricerca di un consenso “sociale” che però non è nettamente definibile e oggettivabile, trattandosi di una dimensione (quella web) che sfugge a molti parametri d’indagine.

Da questo consegue che esasperare, allargare, dilatare, esagerare le nostre esperienze, i nostri pensieri, le nostre opinioni, fino a deformarli quasi totalmente, ci rende potenzialmente oggetto di più attenzione da parte della nostra rete sociale.

Più like per una dimensione che si stacca totalmente e quasi nevroticamente dal nostro vissuto reale. I social network se usati in modo poco oculato e se resi strumento di propaganda del nostro ego, sì, possono rappresentare un elemento deformante. Mistificazione della vita propria e (indirettamente) altrui.

Un uso più oculato di contenuti privati e pubblici, una maggior consapevolezza rispetto a ciò che effettivamente vogliamo raccontare di noi stessi, la genuinità di una comunicazione semplice e lineare, ci permetteranno di avere un’immagine social il più vicina e corrispondente possibile alla nostra vita reale.

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.