Pensieri sparsi su Sons of Anarchy

Con colpevole ritardo mi sono approcciato a Sons of Anarchy, una delle serie più sottovalutate della storia. Proprio per questo le mie colpe sono da spartirsi con i network che hanno curato la programmazione italiana della serie. Fortuna che Netflix mi ha dato la possibilità di recuperare questo gioiello creato da Kurt Sutter.

La qualità di alcuni prodotti televisivi non è mai casuale. Spesso c’è un filo diretto con opere precedenti che trasferiscono parte del loro DNA. SoA, per dire, ha un legame di sangue con The Shield, un caposaldo della serialità televisiva. Legame che si palesa nell’ambientazione californiana, nella fotografia, sporca, e nella regia, anfetaminica. Ma che è evidente in particolar modo nella miriade di personaggi che hanno avuto un ruolo chiave in entrambe le serie. D’altra parte lo stesso ideatore si è fatto le ossa sceneggiando diversi episodi di The Shield.

Al di là dall’aspetto da “motociclista bifolco” che gli permette anche di ritagliarsi un ruolo magistrale all’interno della serie — quello di Otto Delaney — Sutter è uno che ha studiato e ha fatto bene i suoi conti. Egli è partito dal concetto di Anarchia di Emma Goldman, l’ha calato nel contesto di un club di motociclisti criminali e ha dimostrato in un viaggio durato 7 anni quanto quel concetto sia pura utopia.

Attraverso il punto di vista del protagonista della serie, Jax Teller, e in sella a una rombante Harley abbiamo vissuto le tappe di un percorso distruttivo e autodistruttivo che mette in evidenza due cose: 
- ognuno di noi deve fare i conti con i propri mostri interiori; 
- la natura shakespeariana della serie. L’amore, forse la forma più pura di anarchia, è il filo conduttore della serie ma ha sempre un epilogo tragico, richiamando senza riserve le opere dell’immortale drammaturgo.

L’amore di Jax e Tara viene ostacolato e troncato in malo modo dall’ingerenza familiare che, nella fattispecie, assume le sembianze di Gemma Teller; la morte di Opie, personaggio che incarna alla grande concetti di lealtà e fratellanza, si porta con sè proprio quei valori tanto cari alla serie, innescando il crescendo di violenza delle ultime 2 stagioni; il sacrificio di Unser, non ucciso dal cancro ma da Jax, a pochi passi dove, di lì a qualche minuto, sarebbe morta anche la sua amata; la stessa morte di Gemma è preceduta da un suo monologo che sembra veramente una messa in scena teatrale.

In generale tutte le morti più significative, pure quelle dei personaggi che maggiormente abbiamo odiato, come Clay e Juice, sono precedute da una redenzione del personaggio agli occhi dello spettatore che è un fattore più comune al palcoscenico che al piccolo schermo. Non è un caso che, prima di uccidere Ortiz, Marylin Manson, fighissima guest star della settima stagione, si rivolga a lui esclamando: “Bellissima uscita di scena, tesoro”.

Non fa eccezione Jax, la figura più shakespeariana di tutti. Se nelle prime puntate sembri la controfigura del Pete Dunham di Hooligans, tutto sorrisi e cazzotti, Charlie Hunnam cresce in maniera esponenziale regalandoci un personaggio gigantesco, controverso e capace di amare e odiare a una potenza spaventosa. Il suo suicidio va in una duplice direzione: 
- quello di salvare l’amato club che predicava l’anarchia ma nei fatti era solo la marionetta di giochi più grandi di lui (malavita e bureau); 
- salvare i suoi stessi figli da un destino criminale al quale egli non ha potuto sottrarsi.

A differenza di John Teller il suo è un sacrificio. In questo modo egli tenta di spezzare la tragica eredità che suo padre gli ha tramandato: ai figli non lascerà alcun manoscritto, soltanto un pessimo ricordo di sé, come repellente per quel tipo di vita.
I need my sons to grow up hating the thought of me”. È un concetto terribile, pur nella sua bellezza e nella sua profondità.
La redenzione di Jax è anche frutto di una componente religiosa che assume le sembianze della vagabonda più volte incrociata dal nostro protagonista (e un paio di volte anche da Gemma). Il suo elevato potere simbolico è evidente soprattutto nell’ultimo episodio della serie, quando restituisce a Jax la coperta che già gli aveva donato nell’ultimo episodio della prima stagione: cioè quando era cominciata l’ascesa (o, dal punto di vista morale, discesa) di Jax.

Quello che Sutter ha messo su è una tragedia shakespeariana on the road e, come tale, non poteva concludersi in altro modo. Da un certo punto di vista il finale era scontato ma il modo in cui si è arrivato a quel punto è ineccepibile. D’altra parte si può anche decidere di considerare la penultima puntata come il vero finale, quello in cui Jax elimina Gemma, il vero villain. D’altra parte cos’è SoA se non una lunga riflessione sull’importanza della famiglia che ti viene imposta e quella che sei tu a sceglierti?

Ci sarebbero tantissime altre cose di cui discutere, ma ognuna meriterebbe di essere trattata con la dovuta cura: dalle musiche azzeccatissime, all’importanza di personaggi come Opie, Chibs, Bobbie, Nero, Tig.

Insomma, Kurt Sutter è la testimonianza che l’abito non fa il monaco. Dietro il suo aspetto da bad guy si cela il creatore di un’opera colta, complessa e intrigante.

E No, Sons of Anarchy non è una serie come le altre e non è soltanto una storia di motociclisti che giocano a fare i gangster.
Basti pensare al vuoto che ti si crea dentro una volta terminata: lo stesso vuoto di un motociclista al quale hanno appena sottratto la sua Harley.