Vincenzo Nespeca
Aug 23, 2017 · 2 min read

È un caldo pomeriggio di fine Agosto, ma non siamo né al fiume, né al campetto, né a salutare un amico che riparte. Perché non c’è nessun fiume, nessun amico che riparte.

Questo mese sembra tutto fuorché Agosto, nessun volto nuovo, nessuna festa di paese. Nessun paese. Siamo tutti in città, chi al mare in hotel, chi in casa in provincia, luoghi poco verdi e poco silenziosi, luoghi estranei che innestano il vizio nostalgico di tornare tra le nostre montagne.

Per fare cosa? Per renderci conto che ciò che è andato mai più ritornerà, che nessuno ci darà indietro quei giorni d’Agosto con gli amici di un tempo, e tantomeno quei luoghi carichi di ricordi ora perduti per sempre?

Finché il luogo ricettacolo del ricordo esiste, quest ultimo si mantiene con la speranza di ripresentarsi ad ogni occasione, ma quando il luogo viene cancellato, allora resta solo quell’amaro ricordo privo di speranza, un paziente in coma da mantenere in vita, un paziente senza possibilità di ripresa.

C’è chi gli sussurra nel sonno: “presto potrai svegliarti, hanno promesso di rimettere in sesto ogni cosa, ogni casa”, ma molti non ci credono, quelle promesse odorano di menzogna consolatrice, un analgesico utile ad addomesticare i cuori più infermi, ma anche più ingenui.

Ed eccoci qui, noi chiusi in quattro mura, interdetti e incapaci di abbandonare quei vaghi ricordi, ma al contempo con gli occhi smorti, consapevoli di dover costruire un futuro senza poter contare su di un solido passato, come una casa che si regge su deboli fondamenta. Cadono così le case, quelle reali e quelle immaginarie, e noi salutiamo l’ultimo amico, il dolce ricordo di quei tempi lontani.

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