Confessione di uno che corre.
“The human body is not designed for that kind of abuse.” *
E’ stato un periodo di trambusto, questo. A dire il vero c’e sempre del trambusto nella mia vita. Neanche il mare mi tranquillizza più. Le onde riportano a riva i pensieri. Prima li inghiottivano. Forse è il tempo che manca, forse è la necessità di essere sempre veloci, o forse è solo il fatto che sto invecchiando e funziona semplicemente così. Non corro neanche più tanto, ultimamente. Sarà anche questo che mi rende irrequieto. Qualche tempo fa ho corso molto e molto veloce ed ero soddisfatto. Subito dopo è arrivato il dolore alla gamba destra, vicino al ginocchio. Forse un tendine malandato, non so di preciso. Succede quando ti spingi un pochino più in là. Fa parte del gioco.
I giorni dopo quel giorno sono stati parecchio brutti. Facevo fatica a camminare. Scendere le scale senza che la faccia si contraesse dal dolore era impossibile. “Fa parte del gioco”, mi continuavo a dire, “fa parte della vita, di quello che faccio”. Mi sono anche chiesto se valesse davvero la pena provare tutta quella sofferenza. Quando hai il corpo che ti fa male, il dolore non ha giustificazione, vuoi solo che smetta, in fretta. Attivi un meccanismo naturale: inizi a pensare che per eliminare il male devi estirparne la causa. La soluzione è non correre più. “Perché mi faccio del male così? Non è una cosa necessaria. Potrei fare altro”.
La corsa è come quando ti confessi a un prete e te la cavi con tre Ave Maria e un Padre Nostro. Prima eri tutto contrito, col capo chino e poi, da un momento all’altro, i tuoi peccati non valgono più, non sono mai esistiti. La stanchezza svanisce all’ultimo passo, il dolore non è più il tuo dolore.
- Perdonami Padre perché ho peccato!
- Tuo sarà ancora il regno dei cieli. Tuo l’asfalto che vi conduce.
Ecco che un attimo dopo l’assoluzione hai ai piedi le tue scarpe e sei di nuovo in strada.

I primi metri sono sempre quelli più difficili. Gli appoggi sono insicuri e la testa è totalmente impegnata a percepire ogni piccolo scricchiolio delle ossa, ogni contrazione anomala dei muscoli. Cerchi di capire cosa sta succedendo per decidere se continuare o meno. Intanto vai. Il fastidio al ginocchio torna, ma è sopportabile, forse è solo suggestione. Il corpo inizia a scaldarsi, la mente si concentra su altro, o forse si perde nel paesaggio, e così continui ad andare, affastellando passi su passi, metri su metri, chilometri su chilometri. Stai facendo quello che ti piace, il resto non conta, i ricordi brutti sono svaniti, c’è solo il qui ed ora, il prima non esiste e il dopo, di solito, è un gran bel stare al mondo. Di solito. Non questa volta. Il ginocchio torna a bruciare. Ancora. Ti fermi, il fiato corto, il viso smorfiato e sei lì nuovamente a darti dello stupido, con più forza, a batterti il petto recitando il mea culpa. “Caprone! Testa dura! Ora sei punto e da capo!”. Ancora dolore, ancora il proposito di mollare tutto. Fai girare un’altra volta la ruota. La fermi. La fai ripartire. Ancora e ancora e il prezzo non è mai giusto. Ti ritrovi a pensare che ultimamente stai pagando un po’ troppo quell’ora di felicità che la strada prima quasi ti regalava. Ora in ballo non c’è solo il corpo ma anche la tua anima. Finalmente capisci anche tu che in quello che fai non c’è nulla di naturale. Non lo fai per il tuo corpo. Lui sta male. Lo fai per altro.
Penso comunque di tornare in strada presto. Penso che è qui dove mi sono trasformato da “uno che corre” in un runner. Penso che è qui dove ho capito che la risposta alla domanda a cosa serve tutto questo dolore è: a evolvere.
*McDougall, Christopher. Born to Run: A Hidden Tribe, Superathletes, and the Greatest Race the World Has Never Seen. Knopf. p. 304. (ed. italiana disponibile su Amazon)