La parte della mia vita dove parlavo solo dei Duran Duran

Premessa: uso questo spazio per raccontare cose a proposito di Sara che poi magari nelle interviste e nella promozione del romanzo non escono, oppure per uscire escono, ma voi le interviste non le vedete. Ah ah ah, e giù le risate (*).

Il 90% di Mi chiamo Sara, vuol dire principessa è ambientato a cavallo tra il 1983 e il 1984. La scelta non è stata casuale, o dettata da qualsiasi nostalgia verso un periodo storico (a torto) individuato come un tempo sereno, senza preoccupazioni: un di là bellissimo dove tutto era ancora possibile. Uh, no. Se ho scelto quel momento è perché ho sempre saputo che quella piccola — ma cruciale — parte della storia umana di Sara era possibile soltanto in quegli anni in particolare: anni in cui la discografia mondiale — e italiana, oh, quanto italiana — faceva fare singoli a chiunque, senza bisogno di tirare in ballo faccende come “il talento” o “l’autenticità”. Tutto era falso e a tutti andava più che bene così.

In breve: ho sempre saputo che Sara era stata una one hit wonder adolescente, che quella parte della sua vita aveva avuto molte luci e molte ombre, e che era stata importantissima alla luce di chi, poi, Sara era diventata.

La questione del periodo storico, però, mi ha tirato in ballo in maniera incredibilmente personale. Da un lato, il biennio 1983/1984 fa parte del passato prossimo, e sembra lontanissimo, se si pensa che il mondo è cambiato ottocento volte nel frattempo (niente cellulari, niente Chi l’ha visto?, niente associazioni a tutela dei minori); dall’altro, io sono nata alla fine del 1977, e quegli anni sono la tappezzeria a tre dimensioni dei miei primi ricordi come essere umano. Io, il 1983, l’ho visto, magari con la coda dell’occhio; ero una bambina, però io c’ero. Le cose si potevano toccare e assaggiare. E molte cose, pensate magari per un pubblico di adulti, finivano in bocca a noi.

Nel dettaglio, decidere di scrivere quella che a tutti gli effetti è “una storia in costume” ha significato fare ricerca su un pezzetto di tempo precisissimo. L’archivio storico del quotidiano La Stampa è diventato il mio migliore amico per un po’. Mi sono smazzata una quantità impossibile di materiale documentario, dai filmati tecnici sulla metropolitana di Milano alle autobiografie prodotte dai principali ragazzi-oggetto del biennio, passando dall’iconografia degli spazi pubblicitari e da una lunga serie di playback commoventi. Questo, in concreto, significa che sono portatrice sana di una quantità invereconda di aneddoti sul conto di Roger Taylor e che per un po’ di tempo nessuno mi reggeva più. (“Oh mio Dio, è come quella volta che i ragazzi hanno suonato in diretta a Live Aid e David Bowie ha mangiato una patatina dal vassoio dell’addetto al missaggio!”. Silenzio.)

E poi, sempre in concreto, cos’altro rimane, a parte la ricerca, il sapere di essersi dati da fare per conoscere un periodo?

Rimane la consapevolezza che il passato non è una terra straniera, dove tutto brilla di colori spaventosi. Non è nemmeno un parco giochi dove si può appoggiare la storia di qualcuno convinti che “l’ambientazione” faccia tutto. La tranche di tempo a cavallo tra ’83 e ’84 è ancora figlia della coda degli anni ’70; la moda che si è soliti associare al decennio in questione stava ancora cominciando, così come l’ondata moralizzatrice che avrebbe portato alcune grandi star dell’epoca a bandire severamente l’uso di droga dalle loro tournée (Prince — sic, Prince — e Madonna furono tra i primi a dettare legge in proposito), e la maggioranza delle persone che, viste dall’esterno, sembravano viversela benissimo erano molto insoddisfatte di come stava andando la loro carriera — vedi alla voce l’arte, dov’è l’arte in quello che stiamo facendo, come lo rendiamo interessante per noi: John Taylor prendeva come una bruciante sconfitta personale le cattive recensioni sul New Musical Express, giornale simbolo delle sue speranze adolescenziali, mentre Roger Taylor era talmente oppresso dalle masse di ragazzine che li seguivano ovunque da mollare il suo gruppo all’indomani del Live Aid. Ci sono più aneddoti sui Duran Duran che stelle nel cielo, e io li so tutti, li so.

Quello che mi premeva, però, al netto di tutta la ricerca e delle domande esistenziali sul senso della narrazione, era rendere il più vera possibile la storia di Sara. E di questo magari parliamo un altro dei giorni che ci separano dall’uscita.

(* la locuzione “e giù le risate” fa parte del mio vocabolario quotidiano da quando ho letto La più amata.)

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