4. L’uomo sbagliato

Fui io a decidere di incontrare l’Uomo sbagliato. Non fu una di quelle cose che capitano e basta.

Ero arrabbiato, affranto, deluso da una realtà che continuava ad illudermi. Sogni che non si realizzavano. Scelte giuste e ponderate che non mi avevano portato da nessuna parte.

Mi lasciai sedurre ed impressionare dalla sua voce calda, che usciva come un ruggito. Odiava tutto, era furioso.

Diceva che c’era una ragione dietro ad ogni incontro. E ripensandoci ora, il motivo per cui entrò nella mia vita, fu quello di mostrarmi le mie debolezze, quel lato oscuro che ognuno tiene nascosto dentro di sé.

Al terzo spritz avevo già perso il contatto con la realtà.
Al terzo appuntamento, avevo già perso me stesso.
Non passò molto tempo prima che ogni ricordo che avevo diventò una menzogna. Le amicizie, gli affetti, la famiglia. Non misi in discussione tutto questo: lo cancellai. Lo ripudiai. Un nuovo lato di me aveva preso il sopravvento.

Sapevo di sbagliare. Ma sbagliare mi faceva sentire vivo. E più sbagliavo, più volevo sbagliare. Più mi allontanavo dalla mia vita ordinata, fatta di sicurezze, più avevo voglia di scendere in basso, addentrarmi nella penombra. Più le persone provavano a salvarmi, più sentivo di voler prendere la mia strada.

La prima volta che riuscii a vedere il suo vero volto, ne fui spaventato. Ma non abbastanza.
Il viso rosso, gli occhi spalancati, le vene pulsanti sulla fronte. I segni della violenza sulla mia pelle. Quale altro uomo avrebbe potuto desiderarmi con così tanto impeto da voler impedirmi di andarmene con tutte le sue forze? Perché passata la furia del momento, lo vedevo, era stremato. Era fragile, era un debole. Avrei potuto andarmene se avessi voluto. Ma una forza mi tratteneva: poterlo tranquillizzare, dirgli che non lo avrei lasciato solo, poterlo perdonare e tranquillizzare mi dava uno scopo.

Il demone che aveva dentro uscì molte altre volte. Sempre più frequentemente. Sempre più aggressivo. Lo odiavo, ma non potevo e non volevo allontanarlo, perché era tutto ciò che avevo, perché la sua morbosità mi faceva sentire indispensabile; il modo in cui prendeva il controllo su di me mi dava quelle emozioni che avevo perso.

Lui era tutto per me ed io ero tutto per lui, in questo insano rapporto che all’epoca pensai fosse l’unica forma d’amore, e di odio.


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