5. Una lista poco speciale

I suoi baci avevano quasi iniziato a farmi sentire speciale, quando scoprii che teneva una lista: una lista delle persone che aveva conosciuto e frequentato nelle ultime settimane, da quando si era trasferito in città. Ero il decimo nome sulla lista.

Non ero speciale. Ero un nome, un nome su una lista.
Aveva sicuramente già chiacchierato con qualcuna di queste persone in precedenza su Skype. Aveva sicuramente invitato qualcun altro a cena, prima di me. Aveva baciato qualcun altro. Aveva sorriso a qualcun altro. Magari anche qualcun altro aveva commesso l’errore di sentirsi speciale ai suoi occhi.

Fingevo di trovare la cosa divertente. Qualcosa di cui ridere; ma quel pensiero — essere un nome e un numero in una lista — si insinuò nella mia mente come un tarlo. Non ero geloso del passato, anche se avrei voluto che fosse sempre stato mio. Ero furibondo, per essermi fatto incastrare.

Mi aveva fregato. No: mi ero fregato da solo. Io avevo corso troppo. Io avevo creduto di essere diverso da tutti. Io avevo creduto di essere qualcosa di più, di un nome su una lista.

Le sue parole, mi avevano ingannato. I suoi complimenti, mi avevano raggirato.
Le sue labbra. Quelle labbra.
Al mondo non esiste forma più perfetta di quelle labbra.
Il suo sorriso: quel sorriso; quel maledetto sorriso, che toglie il fiato dai polmoni. I suoi occhi. Quegli occhi che, se sei fortunato, almeno una volta nella vita vedi brillare — ed ho odiato ogni altra persona sulla faccia della terra che li abbia visti brillare prima di me.

Quegli occhi dovevano essere miei. Il suo sguardo doveva essere mio. Le sue attenzioni dovevano essere per me. Era me che doveva stringere addormentandosi. Era me che doveva costudire tra le sue braccia. Solo me.

Fottuto. Ero fottuto. Mi aveva incastrato.
Non avevo mai pensato di poter essere una di quelle persone che, nelle coppie, sono innamorate di più dell’altro.

Come se non bastasse amava la fotografia. Scattare fotografie. Insisteva per fotografare anche me e mettermi nella sua collezione di figurine.
Non lo potevo sopportare. Era una ferita non solo al mio orgoglio, ma al mio cuore: tutto ciò che avrei voluto, era essere qualcosa di speciale per lui. Essere quella persona diversa da tutte quelle incontrate prima, quel raggio di luce che illumina le giornate buie, quell’angolo di pace in questa vita piena di guai.

Volevo essere il primo e l’ultimo della lista, ma non volevo combattere per esserci. Volevo esserci perché era un mio diritto. Spettava a me quel posto. Per quello che ero. Volevo che riuscisse a vedere in me qualcosa che gli altri non vedevano. Qualcosa che nemmeno io riuscivo a vedere. Qualcosa che avevo dentro, non qualcosa che dovevo mettere in scena. Volevo essere per lui qualcosa che non si può scrivere su un pezzo di carta. Qualcosa che non si può immortalare in una fotografia.

Perché per me, lui lo era.


Show your support

Clapping shows how much you appreciated Virgilio Valenti’s story.