Abbiamo veramente bisogno della mail?

A novembre 2011, Thierry Breton, amministratore delegato di Atos, colosso mondiale dei servizi informatici, dichiarò che aveva smesso di usare la posta elettronica da tre anni e si aspettava che in 18 mesi tutti i dipendenti Atos smettessero di dialogare via mail e riprendessero le buone abitudini di parlarsi, di persona o al telefono, al limite di inviarsi brevi messaggi o utilizzare i software di collaborazione aziendale.

La notizia ebbe una certa risonanza e riprendeva una questione che periodicamente tiene banco tra gli esperti della comunicazione digitale.

Già nel 2009 un blog post comparso sul Wall Street Journal prevedeva laconico “The email is dead”, morta, defunta. Il post non ebbe tanti proseliti, anzi, suscitò le reazioni piccate di chi con l’email marketing ci faceva, e ci fa ancora, dei soldi. D’altronde, secondo un report di Radicati Group, nel 2018 — esattamente 40 anni dall’invio della prima mail pubblicitaria — il mercato dell’email marketing varrà 23,5 miliardi di dollari.

La patologia del check mail

Ho 110mila mail da leggere, ma non mi preoccupo”, dichiarava a Cnet l’anno scorso Douglas Rushkoff, scrittore di saggi di successo ed esperto di media, motivando che, se negli anni 90 il quotidiano controllo della posta era atteso con entusiasmo, oggi lo si vive come un incubo. Al punto che puoi anche avere 110mila mail da leggere, che peraltro occupano molto spazio sul server di posta, e non preoccuparti per niente, anche se, dopo mesi, magari scopri che tra i messaggi c’era quello della scuola di tuo figlio che ti chiedeva di andare a prenderlo perché si è sentito male.

Con l’avvento degli smartphone, l’ansia da “check-mail” è diventata una patologia, e il fenomeno è stata la prima “crisis management” — gestione della crisi — che i responsabili della comunicazione di BlackBerry hanno dovuto affrontare.

Oggi la stessa ansia si risolve facilmente: non rispondendo ai messaggi, proteggendosi dietro il più classico dei “non l’ho ricevuta” o “è finita nello spam”.

Sistema antico o obsoleto?

Per contro, la posta elettronica è il sistema di comunicazione digitale più vecchio, lo implementò Ray Tomlinson nel 1971, più di 45 anni fa, e più usato. Sempre secondo il rapporto di Radicati Group, gli utilizzatori della posta elettronica potrebbero sfiorare quota 3 miliardi nel 2019, un terzo della popolazione mondiale. La percentuale di crescita degli account di posta rimarrebbe costante al 6/7% dal 2016 al 2019 e così la percentuale di crescita degli utilizzatori (+3%)nello stesso periodo.

Il numero di mail circolanti nel 2015, sempre secondo Radicati, è stato di circa 205 miliardi al giorno che dovrebbero diventare 246 miliardi nel 2019. Ma anche in questo caso la crescita è costante (+5% all’anno) e, per contro, il Visual Networking Index Global IP Traffic Forecast, 2015–2020 di Cisco prevede un incremento del 37% degli utilizzatori di Internet in 5 anni.

Insomma:

Il tasso di crescita degli utilizzatori di Internet nel quinquennio 2015–2020 è superiore al tasso di crescita degli utilizzatori della posta elettronica nello stesso periodo

che, con buona approssimazione, potrebbe essere in un intorno del 30%. A questa considerazione ne aggiungiamo un’altra: secondo una ricerca eseguita in Francia nel 2011, solo l’11% dei francesi di età compresa tra gli 11 e i 19 anni usano la posta elettronica come sistema di comunicazione. E si tratta di un censimento di sei anni fa, un’era geologica se si parla di tecnologia.

Quindi, immaginiamo un possibile scenario nel 2020. Sarà ancora presto per celebrare il funerale della posta elettronica ma, a quella data, alcune tendenze saranno ancora più chiare.

L’89% dei ragazzi francesi che avevano 19 anni nel 2011 e che hanno risposto al sondaggio, nel 2020 avranno 28 anni e presumibilmente saranno entrati nel mondo del lavoro: siamo sicuri che useranno la posta elettronica per comunicazioni ufficiali? E, evidentemente, lo stesso discorso si può ipotizzare per chi nel 2020 sarà in età di laurea, ovvero tutti i ragazzi nati alla fine degli anni 90. D’altronde, chiedete a vostro figlio adolescente quando è l’ultima volta che ha controllato il suo account di posta, avrete delle sorprese.

Benzina sul fuoco, poi, sarà gettata dai giovani di una economia ormai consolidata come la Cina. Lì l’uso della posta elettronica è naturalmente scoraggiato da alcuni fenomeni già evidenti.

Se chiedete a un John Chen qualsiasi un indirizzo di posta, potrebbe rispondervi che non se lo ricorda per poi sfoderare un ajf56t893@3456.com — dopo un controllo, l’indirizzo mail associato automaticamente alla sua username su WeChat, il sistema di messaggistica di proprietà di Tencent, il colosso cinese che, grazie anche all’altro sistema di messaggistica QQ, gestisce praticamente tutta la comunicazione digitale del Paese.

Altro che ricerca spasmodica del nome più facile da ricordare per l’account su gmail, in Cina le nuove generazioni non comunicano via mail ma usano sistemi molto più veloci e diretti. E una certa tradizione culturale a concludere gli affari di persona con una stretta di mano non fa che confermare che di indirizzi di posta non ce n’è bisogno.

Le nuove generazioni, inoltre, avranno più dimestichezza con un dispositivo mobile e con memorie in cloud, ambienti non ideali per un sistema di posta elettronica.

Nel caso, anche le chat si possono salvare

Il messaggio di posta elettronica rimane come prova in ambito lavorativo. Questa è la classica obiezione che potrebbero fare i difensori dell’old style. Ma anche le chat si possono salvare, come testo o come immagine, le chiamate vocali e video si possono registrare e i sistemi di messaggistica integrata aziendale garantiscono la reperibilità completa, e molto più organizzata, di ogni tipo di conversazione.

Alla fine a cosa serve un messaggio di posta? A convalidare l’iscrizione a un certo servizio, o a controllare l’identità di chi vi accede, anche se tutti i servizi oggi prevedono un controllo via sms. E poi? E poi ci sono le newsletter, appunto. Il mercato dell’email marketing che certo sarà duro a morire. Poi c’è lo spam. Secondo alcuni dati vale il 75% dei totale delle mail circolanti nel mondo, secondo altri si attesta attorno al 60%, un valore comunque enorme.

È in quest’ottica che forse andrebbe vista la recente offerta d’acquisto fatta da Amazon a Slack, servizio valutato 9 miliardi di dollari. La piattaforma di collaborazione fondata nel 2013 dal canadese Stewart Butterfield, già creatore di Flickr, che appena l’anno scorso vantava 4 milioni di utilizzatori al giorno di cui un milione paga per la versione Premium.