Per la commovente tenacia dei ghiacciai

Primavera piovosa e solo appena un po’ triste, quanto mi hai dato da pensare. Le cose cambiate, dimenticate, riviste, la maggior parte le ho pensate nei risvegli inquieti e indesiderati o in macchina accanto a lui che guida veloce, che guarda la strada e poi me, distrattamente, mentre mi accarezza un ginocchio, lo fa con occhi strani che non hanno direzione, come non vedessero niente e si muovono insieme alla luce.

La prima volta che un ragazzo mi ha detto Ti amo indossavo la maglietta con la E di Emergency e quei pantaloni larghi e rotti che usavano nel 2005; la prima volta, quella volta eravamo seduti in stazione ed era l’estate quando finiva, era settembre al suo afoso inizio e lui aveva detto così.
Avevo sedici anni e sapevo le figure retoriche. Ossimoro, pensai, ghiaccio bollente.
Ghiaccio, era freddo e cadeva con un tonfo dal cuore allo stomaco e cadendo evaporava nel sangue, bollente. E ghiaccio bollente fu, quella volta, la prima. E tutte le altre volte per sempre.

Occhi strani, asimmetrici, dolci eppure indagatori e spaventosi che sembrano dirigersi alla parete, o al parabrezza, o al cielo e poi ritornano alle mie clavicole e alle pupille, alle labbra, ai capelli. Lui guarda, poi parla, poi guarda di nuovo e fuma e quando dorme io lo tengo, penso alle cose e alle stagioni, a tutto ciò che portano e che portano via: quella di ora, quella di prima.

Quella di prima, quella che non era troppo cerebrale per capire che si può star bene senza calpestare il cuore. Che ci faccio qui? Me lo sono chiesta durante le notti prima fredde poi piovose infine caldissime, le risposte le ho cercate nei ricordi più piccoli, una domenica ancora buia che seguiva un sabato etilico e violento, c’è un muro in questa città dimenticata da Dio che recita PER LA COMMOVENTE TENACIA DEI GHIACCIAI. Ed è stato per i ghiacciai, ma anche per l’albero che c’è nel cortile dell’ufficio in cui lavoro. Un albero enorme, verdissimo e vecchio, fa ombra alle panchine dove mi siedo a fumare e fa ombra alla strada che porta al liceo in cui andava mio padre. Quell’albero era lì quando Mario, piccolo, aveva lo zaino sulle spalle e andava al Manzoni ed è lì adesso a ripararmi dal sole — lo sa, quell’albero, di essere lì a scandire i giorni, in una tra le zone più belle ed autentiche di Milano, lo sa e resta, non cade e non muore, per la commovente bellezza degli alberi, per la commovente tenacia dei ghiacciai, per la commovente ingordigia con cui ho desiderato tutto ciò che lo riguardava, che lo riguarda ancora, che lo riguarderà poi. Quella di ora, Troppo cerebrale, ma fortunatamente non immune. Alla tenacia dei ghiacciai, alla bellezza degli alberi, agli occhi strani che non guardano da nessuna parte forse perché non hanno bisogno di guardare per vedere — non sono immune all’amarlo ed essere amata a mia volta.

Primavera piovosa, muri che parlano, alberi che restano, ragazzi che guidano, guardano, fumano, dormono, parlano, toccano, baciano, gridano, insultano, colpiscono, ridono, piangono, ballano aspettano, comprendono, sanno, vedono e sono e scoprirsi nuovamente capaci di ricordare le cose che hai sempre saputo: che a nullo amato amar perdona e che al cor gentil ratto s’apprende. Lo sapevo, come sapevo le figure retoriche, come sapevo che il ghiaccio può farsi bollente. Non lo so che cosa c’è al di là degli occhi lucenti e solo apparentemente smarriti, quali ricordi, quali storie, io non sono lui ma sono io e io mi sono appena ricordata. Che se succede, dopo che succede, allora è facile e sgorga fuori, se ne sbatte delle verità che nella tua presunzione credevi di aver visto, se ne sbatte di quel che è stato e sei di nuovo malata. Malatissima. D’amore.

Tutto si è rivelato incredibilmente semplice come abbeverarsi o mangiare, qualcosa di ovvio, di ineluttabile e non particolarmente importante: il fatto di averlo incontrato da qualche parte nella mia vita e poi averlo incontrato di nuovo e lasciare che dormisse nel mio letto, che lo riempisse di odore, di capelli, di sudore, di pieghe e mentre si stende ed è esile ma anche forte io mi stendo al suo fianco e penso che lo siamo entrambi. Esili. Ma forti. Il sangue ce l’abbiamo caldo e i nervi ce li abbiamo tesi e i capelli ce li abbiamo folti e le mani ce le abbiamo piccole e le idee ce le abbiamo chiare e la volontà ce l’abbiamo ferrea e il carattere ce lo abbiamo brutto e il cuore, comunque, ce lo abbiamo grande che riempie gli spazi, si prende quello dell’altro e lo rimescola, lo squarcia, lo rimette al proprio posto, spalle al muro. E siamo uguali, speculari, uniti, sporchi, palpitanti e veri. Tenaci come il ghiaccio. Commoventi come il fuoco.