Italo Calvino per amanti disorientati

«Certo mi sono messo al volante per arrivare da lei al più presto; ma più vado avanti più mi rendo conto che il momento dell’arrivo non è il vero fine della mia corsa. Il nostro incontro, con tutti i particolari inessenziali che la scena d’un incontro comporta, la minuta rete di sensazioni e significati e ricordi che mi si dispiegherebbe davanti — la stanza con il philodendron, la lampada d’opaline, gli orecchini — , e le cose che direi, alcune delle quali di sicuro sbagliate o equivocabili, e le cose che lei direbbe, in qualche misura certamente stonate o non quelle comunque che io m’aspetto, e tutto il rotolio di conseguenze imprevedibili che ogni gesto e ogni parola comporta, solleverebbero attorno alle cose che abbiamo da dirci, o meglio che vogliamo sentirci dire, una nuvola di brusio tale che la comunicazione già difficile al telefono risulterebbe ancora più disturbata, soffocata, sepolta come sotto una valanga di sabbia».

Stare in coppia è complicato. Alcune coppie funzionano senza stonature, pare. Ci sono quelle che ci riescono perché … no, vabbè, proprio non lo so. Inventerei di sana pianta. Anche perché poi che ne so io quali arcani potenzialmente inquietanti e lugubri celano quelle odiose coppie che sembrano perfette?! Scherzo. Ovviamente è tutta invidia. No, non è vero. Vabbè, sto divagando. Quello che so io è che, anche se si è così fortunati da poter condividere tempo e spazio con una persona che non vede il rapporto di coppia come un gioco a somma zero, c’è sempre l’imprevedibile e non voluto, ossia tutti quegli incomprensibili litigi inutili, che a lungo andare possono logorare un rapporto. A quanto pare, anche Italo Calvino condivideva, tanto da scriverci un libro. Anche se lui parlava non solo di coppiette di fidanzatini, ma di rapporti fra l’uomo e tutto ciò che lo circonda, quanto ho detto fino ad ora, secondo me, vale lo stesso.

‘Gli amori difficili’ è una raccolta di 15 racconti, o 13 più 2 se si considera che gli ultimi due, ‘La formica argentina’ e ‘La nuvola di smog’, sono concettualmente separati all’interno del lavoro andandone a formare la seconda parte, ‘La vita difficile’. Ogni racconto è un’avventura e ci viene presentato come tale (‘L’avventura di una bagnante’, ‘L’avventura di un miope’ …). Calvino qui usa ironia e storie di vita quotidiana per narrare la complessità del comunicare con l’altro e del raccontarsi al mondo. Questa difficoltà a volte stanca, ci fa tentennare e perdere occasioni:

«Amedeo classificò il tipo, la donna indipendente, in villeggiatura da sola, che preferisce agli stabilimenti affollati la scogliera più deserta, e le piace star lì a diventar nera come il carbone; valutò la parte pigra di sensualità e dicronica insoddisfazione che c’era in lei; pensò di sfuggita alla probabilità che offriva per un’avventura di rapido esito, le commisurò con la prospettiva d’una conversazione convenzionale, d’un programma serale, di probabili difficoltà logistiche, dello sforzo d’attenzione che sempre richiede il far conoscenza anche superficialmente con una persona, e continuò a leggere, convinto che quella donna non poteva affatto interessarlo».

Capita spesso, no? E non solo per approcciarsi alle tipe sulla spiaggia, ma con chiunque e in qualunque situazione! Come ho anticipato, Calvino comunica la frustrazione del relazionarci con gli altri, ma anche con noi stessi e con il mondo:

«Ad Amilcare, scioccamente se vogliamo, diventare così di punto in bianco ‘uno con gli occhiali’ un po’ seccava. Ma non è tanto questo: è che basta che cominci a insinuartisi il dubbio che tutto ciò che ti riguardi è puramente accidentale, passibile di trasformazione, e che potresti essere completamente diverso e non importerebbe nulla, ed ecco che per questa via si arriva a pensare che se ci fossi o non ci fossi sarebbe tutto lo stesso, e di qui il passo che porta alla disperazione è breve».

«Si trovava mettiamo a una fermata del tram, e lo prendeva la tristezza che tutto, persone e oggetti intorno, fosse così generico, banale, logoro d’essere com’era, e lui lì ad annaspare in mezzo a un molle mondo di forme e di colori quasi sfatti».

Il complesso e a volte scoraggiante rapporto con il mondo è proprio il fulcro della ‘Vita difficile’, in cui, fra chiari intenti di denuncia sociale sparsi qua e là, un’invasione di formiche e una nuvola di smog vanno a rappresentare metaforicamente la lotta quotidiana di tutti noi:

«E l’andare a dormire la prima volta nella casa nuova non fu come avrei sperato; a consolarci non era il sollievo dell’incominciare un’altra vita, ma il callo del tirare avanti sempre in mezzo a nuovi guai. ‘Tutto per due formiche’, era quello che pensavo io; cioè quello che pensavo di pensare, poi magari anche per me era tutto differente».

«Capivo, e capivo che non avremmo potuto capirci mai. Quelle facciate di case annerite, quei vetri opachi, quei davanzali a cui non ci si poteva appoggiare, quei visi umani quasi cancellati, quella foschia che ora col progredire dell’autunno perdeva il suo umido sentore d’intemperie e diventava come una qualità degli oggetti, come se ognuno e ogni cosa avesse di giorno in giorno meno forma, meno senso e valore, tutto quello che per me era sostanza d’una miseria generale, per gli uomini come lui doveva essere segno di ricchezza supremazia e potenza, e insieme di pericolo distruzione e tragedia, un modo per sentirsi investiti, a stare lì sospesi, d’una grandezza eroica».

«Feci un numero de ‘La Purificazione’ in cui non c’era articolo che non parlasse della radioattività. Neanche questa volta ebbi seccature. Che non fosse letto però non era vero; leggere, leggevano, ma ormai per queste cose era nata una specie di assuefazione, e anche se c’era scritto che la fine del genere umano era vicina, nessuno ci badava. Anche i settimanali di attualità portavano notizie da far rabbrividire, ma la gente sembrava prestar fede solo alle fotografie a colori di belle ragazze sorridenti in copertina».

Lascio a voi ogni dovuta e personale considerazione sulla panoramica depressiva degli ultimi N estratti da me accuratamente selezionati. Calvino ci racconta poi, tramite qualche vera e propria chicca, anche quello che io interpreto come un altro rapporto, cioè il rapporto con le idee. Che cosa significa pensare e, soprattutto, cosa significa farlo in maniera indipendente?

«Come professione, Antonio Paraggi esplicava mansioni esecutive nei servizi distributivi d’un’impresa produttiva, ma la sua vera passione era quella di commentare con gli amici gli avvenimenti piccoli e grandi sdipanando il filo delle ragioni generali dai garbugli particolari; egli era insomma, per atteggiamento mentale, un filosofo, e nel riuscire a spiegarsi anche i fatti più lontani dalla sua esperienza metteva tutto il suo puntiglio».

«Delia era un’ammiratrice del Sud, appassionata, addirittura fanatica, e sdraiata sul canotto parlava con trasporto di tutto quello che vedeva, e anche forse con un poco di polemica verso Usnelli che, nuovo di quei luoghi, le pareva partecipasse meno del dovuto al suo entusiasmo. […] Lui, diffidente (per natura e per educazione letteraria) verso le emozioni e le parole già fatte proprie da altri, abituato più a scoprire le bellezze nascoste e spurie che quelle palesi e indiscutibili, stava nondimeno a nervi tesi».

Insomma, come sono soliti commentare con acume eruditi e cultori delle lettere, questo libro è proprio bello. E pensate che Calvino non ci ha voluto srotolare solo un lungo gomitolo di insoddisfazione e avvilimento. Lo giuro. Io l’ho capito. Negli Amori difficili c’è insegnamento e speranza, che risiedono secondo me nella concretezza e nella sintesi. E dopotutto, da un punto di vista della lingua, — fermi tutti che mi improvviso critico — Calvino amava proprio la concretezza e la sintesi. Cosa significa questo in relazione all’amore? Anzi, agli amori. Ve lo dico con quest’ultimo metaforico estratto, che si può dire chiuda il cerchio con quello introduttivo e che, spero, serva a qualcuno di voi a chiarirsi qualche idea. E ora me la rido per essermi concesso questa conclusione profetico-criptica. Ahah.

«A guidare di notte anche gli occhi devono come staccare un dispositivo che hanno dentro e accenderne un altro, perché non hanno più da sforzarsi a distinguere tra le ombre e i colori attenuati del paesaggio serale la macchiolina delle auto lontane che vengono incontro e che precedono, ma hanno da controllare una specie di lavagna nera che richiede una lettura diversa, più precisa ma semplificata, dato che il buio cancella tutti i particolari del quadro che potrebbero distrarre e mette in evidenza solo gli elementi indispensabili, strisce bianche sull’asfalto, luci gialle dei fari e puntini rossi».