I primi passi di una scrittrice da Nobel. Alle origini di un mito

Avevo undici anni e ripetevo la quarta classe elementare; non perché fossi stata bocciata, ma perché nella mia allora piccola città di Nuoro non c’erano in quel tempo altre classi di scuole femminili.

Si andava, io e le mie compagne vicine di casa, molto volentieri a scuola: anzitutto diciamolo pure senza ipocrisia, per la scuola stessa e poi perché era un diversivo alla claustrale vita di famiglia.

Per arrivare alla scuola, che era in un antico convento di frati, si attraversava tutto il paese, dalle nostre straducole pietrose che sapevano di montagna allo sblocco glorioso della piazza dove le erbivendole sedute per terra esponevano le verdure brillanti di rugiada, e intorno ai cestini di cefali azzurrini del pescivendolo venuto dalla Baronia si affollavano le serve di buona famiglia; poi si scendeva trepidanti per il Corso, ci si fermava ancora una volta ad ammirare i balconi del palazzo di Don Antonio, o davanti a qualche piccola vetrina, o nella cartoleria a comprare un pennino e un quaderno( cinque centesimi a blocco) ; si dava qualche sbirciatina altrettanto rapidamente quanto assorbente ai clienti del Caffè; poi lasciato il cuore della città, giù nei quartieri popolari prima di arrivare alla scuola, si trovava il modo di comprare le castagne o le ciliegie a seconda della stagione; e finalmente sul margine della strada ancora campestre del Convento si coglieva un fiorellino e si dava uno sguardo amoroso alla valle che declinava giù lenta, tinta del verde degli orti e delle vigne, del glauco degli olivi e soprattutto del colore del mistero. Il mistero della vita, che si apriva con l’aprirsi dei fiori dei mandorli, con lo spalancarsi del cielo invernale sopra i monti dell’orizzonte.

Il Corso foto Nuoro Antica


A scuola, a parte la modestia, la prima ero sempre io, forse per i miei compiti fantasiosi; quando veniva il Signor Istruttore l’interrogata era invariabilmente Deledda Grazia; onore che non mi lusingava perché avevo una terribile soggezione dell’egregio superiore. Era un uomo tarchiato, con una testa di leone nero, tragico e colto come un gesuita. Ne abbiamo incontrato personaggi importanti nella vita; nessuno che facesse tremare le vene come l’Ispettore delle nostre scuole d’allora. La maestra, invece, sebbene anche lei avesse due lunghe zanne da cinghiale, era mite e intelligente, non eccessivamente colta, invero, se parlando di Silvio Pellicco ci additava con la bacchetta come luogo di prigionia del martire le isole Spitzberghe.

Finita di ripetere la quarta elementare, finiti i miei studi e forse la carriera da scrittrice. Ma ecco in ottobre arriva un nuovo professore d’italiano, dal Regio Ginnasio: arriva con un baule di libri, e va ad abitare in casa di mia zia Paulina, di rimpetto a casa nostra.

Questa zia Paulina era una donna intelligentissima. Piccola e grassa, col bruno viso camitico, sedeva sempre a filare sotto il fico del suo cortile, e parlava come un filosofo stoico. Il suo stesso avvocato andava a trovarla, apposta per sentirla discorrere: anche il professore di nuovo si fermava a conferire con lei. Così si fece amicizia e mio padre, che aveva anche lui studiato quella che ai suoi tempi si chiamava retorica, penso di mandarmi a prendere qualche lezione d’italiano presso il benevolo professore. Benevolo egli era gentile e gli piaceva risiedere nella nostra salubre città per il vino generoso di Oliena: quando leggeva i poeti del tempo piangeva come se le loro passioni fossero le sue. Eppure egli non mi ispirava la soggezione del signor Ispettore: anzi una certa fredda commiserazione: e non gli fu nè grata nè amica neppure quando un giorno, dopo aver letto un mio componimento, egli battè sul foglietto il dito bianco e scarno, dicendo come a stesso:

- Questo si potrebbe anche pubblicare.

Freddezza esteriore, però da parte della scolara: dentro un subbuglio di orgoglio, di ambizione, di sogni.

Un bel giorno, cioè una notte, il professore sparì, senza più far ritorno. Aveva da pagare alcuni debiti fra i quali il fitto della camera; in questa però, onestamente, lasciò i suoi libri. E su questi libri, un po’ per volta emigrati a casa mia, io continuai da sola ad inoltrarmi nella meravigliosa selva fiorita dell’arte poetica.

- Tu non crescerai mai, e mai sarai buona a niente, perché leggi troppo; – mi dicevano in casa; ed io leggevo e scrivevo di nascosto. Di nascosto mandai una prima novella a un giornale di Roma.

La novella viene immediatamente pubblicata, non solo, ma la Direzione ne chiede un’altra. Mi pareva un sogno: e il mio nome stampato, per la prima volta, mi dava come un senso di allucinazione. Lo fissavo a lungo: le lettere si ingrandivano, nere, vive, allarmanti. Ero io, quella? No, non ero io, la piccola, la segreta, la quasi misteriosa scrittrice: eppure quel nome era l’eco del mio, che rispondeva a una lontananza infinita, di là dei monti, di là del mare ancora a me sconosciuto: rispondeva al grido del mio essere anelante di espandersi in quella immensità. Ancora adesso il mio nome stampato mi produce un riflesso di quella prima impressione.


Ma all’ebbrezza del successo seguirono amarezze e scoraggiamenti profondi. In famiglia non volevano che pubblicassi le mie cose, non perché non fossero vere fanciullaggini, ma perché non stava bene che una ragazzina di buona famiglia, con quei suoi atti di indipendenza spregiudicata, nuovi del luogo, si esponesse alle critiche della gente.

E che critiche! Di quelle personali non mi importava: non guardavo in faccia nessuno: ma una mattina di primavera, mentre ci si dispone ad andare a trascorrere la giornata in campagna, e contavo di godermela a modo mio, fra le ginestre in fiore, con gli usignoli, le coccinelle, le farfalle del buon Dio, ricevo una larga busta con dentro un foglio di carta protocollo scritto minutamente e non firmato. Mi parve una di quelle sinistre irrevocabili sentenze notificate per mano d’usciere ad un colpevole di gravi reati. Era infatti una solenne stroncatura delle cose da me pubblicate: e la bella giornata si mutó per me in quella dei morti. Si disse che la critica feroce era opera di una donna: io però avevo l’impressione che fosse stata scritta da un uomo; un uomo che viveva una strana vita solitaria, di studioso e di poeta, del quale tutti però conoscevano ed apprezzavano l’ingegno. E il dubbio mi avviliva tanto, che smisi di scrivere. Un giorno, invece, bello e memorabile anche questo, ricevo un sonetto dello stesso poeta, che forse aveva voluto rendere un atto di giustizia alla povera maltrattata Grazietta. Eccolo qui, scolpito sulla lapide della memoria:«Tu, dell’ingegno figlia benedetta,

non sogni lo svanir delle viole,

ma forte e ardente come la vendetta,

hai l’impeto dell’odio nelle parole.

Su, in alto, ov’è la palma che t’aspetta,

su ne l’immenso azzurro che ti vuole

vola – e selvaggia libera aquiletta

ti sublima oltre i monti e affissa il sole

Noi seguiamo i tuoi voli; in alto, in alto

in alto l’ali tue sbatti e dilata

dà al cielo ed alle folgori l’assalto

Vola, aquiletta, vola, finché amore

non ti richiami al nido ove sei nata,

e l’ardor de la mente avrai nel core»


Il poeta si chiamava Giovanni Antonio Murru. E l’aquiletta riprese la penna. E svolazza di qua e svolazza di là, trovò anche l’editore che pubblicò il suo primo volume, non solo, ma lo compensò con la cospicua somma di lire italiane cinquanta (senza percentuali, s’intende).

E che la femminilità non fosse spenta in me dalla smania di scrivere, come pretendevano i miei nemici, lo prova il fatto che il primo acquisto pagato coi guadagni letterari fu quello di un fazzoletto di seta azzurra, che avvolto intorno alla mia testa dava risalto al nero dei capelli e procurò alla scrittrice la prima dichiarazione d’amore.

Adesso, nella sua casa di Roma, ella possiede un quadro di Michele Cascella intitolato L’invito. È un cancello aperto su un campo di lino fiorito: i temi più deliziosi dell’azzurro vi si fondono, con un’armonia che, oltre il sentiero dorato attraverso la discesa celeste del campo, invita gli amanti dei sogni a perdersi nella sua divina luminosità. Ogni volta che la scrittrice solleva gli occhi verso questo quadro, ricorda il suo fazzoletto azzurro.

Grazia Deledda, Corriere della Sera, 30 giugno 1930

Foto Casa Natale di Grazia Deledda, Nuoro

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