L’ovvio che acceca. Il nesso tra azzardopatie e innovazione.

Parte Prima: Progetto Ulisse

Obiettivo: Emersione del problema

Contesto

Le dimensioni del problema “slot machine” sono enormi. Sono enormi in termini assoluti: ~€12mld di perdite (~€9.6mld + nero; 500mln di ore-studio/lavoro), 12,376 persone in cura, 800,000 giocatori a rischio. Ma sono (se possibile) ancora di più enormi in termini relativi.

Per esempio, gli €1.1mld persi (ogni anno) in Emilia Romagna (€900mln + nero).

sono paragonabili alla somma spesa da Barack Obama nella campagna elettorale 2011–2012.

O agli investimenti annuali in seed capital (assegni da US$ 1–2mln) degli interi USA.

Le sale VLT sono gli anti-FabLab dove, invece di accumularli, vi si perdono tempo, denaro e capitale sociale. Uno spreco immane.

Marco Bicocchi Pichi, presidente di Startup Italia, parla di potenziale da €50mld per l’equity crowdfunding ma i €12mld del gioco sono il low hanging fruit da raccogliere. Per il bene di tutti.

Obiettivo: un sistema telematico di diagnosi precoce.

Gli studi epidemiologici sulle azzardopatie concordano nell’affermare che pochissime persone chiedono aiuto e la stragrande maggioranza di loro agisce quando è già sul lastrico. Il modo più facile di confermare (o eliminare) un sospetto è il pedinamento. Un professionista, però, costa €500/gg e servono almeno tre giorni per avere una qualche certezza. Per moltissime famiglie una somma troppo alta per un semplice sospetto. Il modo economico di effettuare il pedinamento è attraverso un software che “interroghi” le registrazioni delle telecamere di videosorveglianza posizionate nei pressi di esercizi dedicati al gioco, cercando il volto del parente prossimo che si sospetta soffrire di dipendenza.

Ulisse ha potuto esporsi al rischio della “dipendenza” (dal canto delle sirene) perchè si era impedito di soccombervi. A differenza di soluzioni reversibili (come i braccialetti), l’autorizzazione al trattamento dei dati personali che verrebbe chiesta mette ciascuna persona nella condizione di Ulisse. Se anche la dipendenza ottenebrasse la loro ragione non potrebbero sottrarsi alle conseguenze dell’autorizzazione che hanno dato quando ancora erano lucidi.

Sarà legale?

Visti i sei (6) articoli della Costituzione a cui le azzardopatie attentano (art. 29, 30, 31, 32. 41 e 47); visto che esistono già modalità analogiche (e costose) di acquisire informazioni riservate e visto che la soluzione proposta non richiede deroghe alla procedura standard (informativa e consenso esplicito), risulta difficile pensare che il Garante possa negare il suo nulla osta.

Sarà tecnologicamente ed economicamente fattibile?

Si tratta di cercare il miglior trade-off possibile tra costo e utilità. E’ chiaro che idealmente le telecamere non servirebbero “solo” alla diagnosi delle azzardopatie ma avrebbero anche un’utilità in ambito law enforcement. E’ chiaro altresì che, data la scarsa bandwidth di molte zone, servirà una soluzione a bassa intensità di dati (anche al netto del nuovo standard di compressione H.265/HEVC). L’approccio dovrà essere quello di migliorare il rapporto “segnale/rumore” in uscita dalla singola camera (decentrando il più possibile ”l’intelligenza”: mettendone nelle telecamere invece di lasciarla tutta nel database centrale). Uno spostamento verso l’activity based recording abbasserebbe sia i requisiti di storage locale che quelli di banda per il trasferimento verso il database centrale. L’idea generale è di dividere il frame in un “master” e un “dettaglio” (la porta d’ingresso di ciascun locale) e prioritizzare ciò che avviene a livello di dettaglio. La camera userebbe un algoritmo di motion detection unito un real time tracking dell’oggetto “porta”. Se la CPU-intensity necessaria a far “girare” l’algoritmo in tempo reale facesse aumentare troppo i costi di hardware si potrebbe adottare il modello Kapture. Il video sarebbe sovrascritto/cancellato di default dopo un tempo “x”, a meno che durante quell’intervallo l’algoritmo non trovi ciò che cerca, nel qual caso lo separerebbe dal resto e inizierebbe l’upload verso il database centrale.

Ciascuna camera acquisisce le immagini delle sole persone che hanno dato il loro assenso ma potrebbe riconosce (e taggare) l’ora di entrata e di uscita di ciascun avventore. Il tempo di permanenza all’interno di un esercizio è una proxy del denaro perso, specie se quell’esercizio è dedicato. Questo fornirebbe importanti metadati circa i luoghi in cui vengono perse somme più alte (maggiore rischio usura).

Chi scrive non è un ingegnere e quindi è più che possibile che la soluzione, sebbene direzionalmente corretta, sia migliorabile. Ci sono una moltitudine di elementi da considerare in termini di hardware, software, CPU, compressione file, storage locale, bandwidth, architettura di database. Serviranno diverse competenze ma se c’è un obiettivo che lo merita è questo.

Con il 6% delle sale, le video lottery producono il 25% delle perdite.

Ciascuna sala VLT è responsabile per la perdita di €700mila/anno (in media), ciascuna sala con slot €128mila/anno. E’ contro queste perdite, certe e ricorrenti, che bisogna misurare il costo di ogni intervento.

Peraltro non è affatto detto che, una volta terminata la fase di r&s finanziata dall’Agid, i costi dovranno essere sostenuti “solo” dal Comune. Basta pensare che, per il restauro dei portici di San Luca si sono raccolti €339 mila (ovvero 2 volte il costo necessario per clonare, a costi di San Francisco, il software di Uber — iOS+Android).

Il crowdfunding ha la sua più immediata utilità nella copertura di spese in conto capitale (CapEx) ma il contributo della cittadinanza potrebbe estendersi anche ai costi operativi (OpEx), costi non necessariamente saldati cash. Cosa intendo? Un design intelligente potrebbe concentrare il know-how professionale in una location dalla quale si presterebbe assistenza telematica ai cittadini durante la manutenzione del frammento di infrastruttura di cui fossero responsabili.

Sono cosciente del fatto che le tre categorie di incognite a cui ho accennato (legali, economiche e tecnologiche), per quanto pressanti, per un amministratore locale, non sono nulla rispetto alla “meta-incognita”, ovvero: “dove si trovano le risposte a quelle domande?”.

Le risposte si trovano all’Agid (Agenzia Italiana per il Digitale). L’Ing. Mauro Draoli, citando il decreto-legge 18 ottobre 2012, n.179 (art.19): mi ha confermato che l’ente territoriale che lo desideri può farsi assistere dall’Agid giacchè il progetto che vi sottopongo ha le caratteristiche per un appalto pre-commerciale gestito e (per la parte di r&s) finanziato dall’Agid. Ci si può postulare per:

  • lo sviluppo di una nuova tecnologia e l’integrazione di tecnologie esistenti in sistemi innovativi complessi che si traducono nella realizzazione di un prototipo di valenza industriale che sia in grado di qualificare un prodotto innovativo;
  • le attivita’ di ricerca finalizzate allo sviluppo di un servizio o di un prodotto innovativo in grado di soddisfare una domanda espressa da pubbliche amministrazioni;
  • i servizi di ricerca e sviluppo di nuove soluzioni non presenti sul mercato volte a rispondere a una domanda pubblica;

Parte Seconda: Progetto Teseo

Fuori dal labirinto e verso la luce del pensiero astratto

Per poter dare il via libera al “Progetto Ulisse” dobbiamo prima avere la certezza di poter curare, il modo efficace e scalabile, i malati, oggi ignoti, che grazie a quello emergeranno. Quanto ha letto nella Parte Prima è quindi, cronologicamente, la seconda fase del progetto. Ci sono arrivato passando attraverso una serie di associazioni mentali. Sono partito dal problema della scarsa domanda di innovazione che rende quasi impossibile la crescita organica delle startup italiane. Parole di Marco Cantamessa (PoliTo), non mie.

Digressione

Si è provato a suscitare domanda di innovazione (intesa come mindset orientato alla crescita, personale prima di tutto e più che come mera domanda di prodotti) ma i tentativi di social engineering usati dal 2010 ad oggi, hanno si installato parole, ma non hanno modificato i comportamenti. L’emulazione motivata dal desiderio non ha funzionato. Riccardo Luna può raccontare la storia di Federico Faggin o Massimo Banzi, ma se chi ascolta si convince che, a Faggin e Banzi, la vita ha servito carte migliori, nulla, nel loro esempio, servirà a motivarlo. Forse è il caso di provare con la peer pressure o, meglio ancora, se mi passate il neologismo, con la inferior pressure.

Invece di vendere il desiderio di innovazione (dando per scontato che ci siano compratori), creiamo il mercato vendendo la paura di essere lasciati indietro. Da chi? Da persone che quasi tutti considerano “inferiori” a sè stessi: i giocatori patologici.

C’è la possibilità di prendere diversi piccioni con una sola fava.

La terapia dei giocatori patologici costa già denaro. Perchè non usare (parte di) quel denaro per fare terapie sperimentali che siano riutilizzabili in modo scalabile? Non solo dai giocatori patologici ma da tutti i cittadini. Ma come, voi direte? Cos’hanno in comune i giocatori patologici con gli italiani “mainstream”? Ad entrambi serve un’educazione al pensiero computazionale (pre-requisito per skills digitali). Ma perchè gli stimoli intellettuali dovrebbero essere di qualche aiuto nella terapia dei giocatori patologici?

Secondo un recente studio di UC Berkeley, il perseguimento di attività intellettualmente stimolanti, modifica le connessioni neurali e protegge contro le dipendenze. Si tratta, di fatto, del rovescio speculare di Skinner, che testò sui topi il condizionamento operante alla base del design delle slot machine e quindi della dipendenza da gioco. Qui è dove le due policy (contrasto alle azzardopatie e formazione digitale) convergono. Abbiamo sempre saputo che c’era una domanda d’aiuto inespressa che non si sapeva come far emergere ma la nostra inazione erava moralmente scusata perchè non sapevamo come fare per farla emergere (e, d’accordo con Kant, “ought implies can”).

Ora sappiamo che, grazie al “Progetto Ulisse”, possiamo far emergere le richieste d’aiuto. Prima però dobbiamo essere certi di riuscire a rispondere, con le risorse esistenti, alle richieste che emergeranno. Le “terapie intellettuali” a cui mi riferisco, possono (in caso di successo) essere estese anche alla popolazione “mainstream”. Le terapie smetterebbe di essere un costo fisso (non scalabile) e passerebbe ad essere un investimento in r&s della Regione nella riqualificazione (scalabile) dell’intero capitale umano.

Le Regioni hanno l’obiettivo di facilitare il cambio di mindset di cui parlavo. Spesso ci si concentra sulle competenze ma le competenze più spendibili (su tutte il pensiero astratto) si acquisiscono se ci sono le motivazioni (vedi inferior pressure). Sappiamo tutti che la ricchezza di una nazione si accresce aumentando il capitale cognitivo. L’enorme e crescente gap in termini di reddito è quasi completamente spiegabile in termini di capacità di pensiero astratto. Per pensiero astratto si intende il processo attraverso il quale i concetti sono separati dagli oggetti. Quanti più oggetti una persona conosce e quanti più concetti riesce ad riconoscere in quegli oggetti quante più idee riuscirà a produrre.

Fino ad oggi la lunghezza e la tortuosità del percorso che conduce al pensiero astratto sono state il principale ostacolo alla sua diffusione. L’accesso all’astrazione è stato mediato per secoli da forme di trasmissione della conoscenza molto inefficienti (estreme generalizzazioni lessicali, arcane simbologie matematiche, etc).

Non più.

Sorprenderà pochi che l’Università di Stanford sia la più attiva nella sperimentazione di nuove modalità (esperienziali e interattive) di acquisizione di conoscenza (a tutti i livelli, dalla bioinformatica alla matematica). Mentre alcune “tribù”, finanziate da Andreessen Horowitz, cercano di migliorare la performance del cervello umano aumentando farmacologicamente la sua CPU, l’altro modo di ottenere lo stesso risultato è migliorare radicalmente l’algoritmo che processa le informazioni.

Un simile approccio (low risk e low cost) è quello che propongo di testare nella cura dei giocatori patologici (prima) e nell’educazione post-scolastica (poi).

Come?

Il format che propongo prevede quattro utenti e un facilitatore, con il compito di guidare la conversazione. Non si richiede nessuna conoscenza precedente ma, partendo da concetti primitivi (first principles), gli utenti vengono accompagnati (“per mano”) fino all’elaborazione di una teoria che percepiscano come organica e che possano quindi metabolizzare. La trasmissione dei contenuti avviene per “attiva osmosi” invece che per “passivo travaso”.

Ciascuna sessione ha un canovaccio di temi da affrontare e uno o più pattern di ragionamento di cui gli utenti si devono appropriare, ciascuno reagendo a proprio modo agli stimoli che il facilitatore gli provvede.

E’ più un’arte che una tecnica. C’è molto da esplorare. Concedo che molto dipende dalla preparazione, lucidità ed empatia del facilitatore ma dato che il suo lavoro è scalabile non è un grandissimo problema.

In che modo è scalabile?

Per ciascuna delle cinque persone si genera un feed audiovisivo (successivamente montato e trascritto con tecnologia speech-to-text). Ciò che abbiamo, a quel punto, è l’equivalente di una linea retta che collega numerosi nodi tematici. Gli obiettivi a breve termine sono:

  1. permettere al massimo numero di persone di fruire dei contenuti (la rappresentatività del coorte aumenta le certezza circa l’impatto della “terapia”)
  2. permettere la massima interattività (domande, meglio se in tempo reale).

Mi aspetto che questo:

i) rafforzi la domanda (vedi al punto 1)

ii) indirizzi la creazione di futuri contenuti, necessari per la scalabilità del modello.

Gli utenti non devono scegliere tra “diretta” e “differita”. I contenuti video saranno disponibili (via web and mobile, usando Teachable e Gotowebinar) sia come “webinar ibridi” (registrati, ma ai quali potranno reagire e ricevere risposte “in diretta”) che come MOOCs, dove le domande riceveranno una risposta entro 12 ore. Mi aspetto che la maggior parte delle risposte saranno “contro-domande” (retoriche o meno):

  • è coerente con il format,
  • mantiene aperta la conversazione
  • mostra (quando necessario) le erronee premesse, implicite nella domanda ricevuta.

Tutte le domande (trascritte speech-to-text) vengono raccolte e ordinate (tematicamente e cronologicamente, rispetto all’ordine delle sessioni). Dato che il percorso educativo è abbastanza lineare non c’è un numero illimitato di domande che è possibile fare, a partire da quei contenuti. Ne segue che, man mano che le domande (e relative risposte) si accumulano, diventa sempre meno costoso mantenere l’illusione della diretta, semplicemente automatizzando il retrieving delle vecchie risposte.

Se mi si chiedesse in che direzione vedo evolvere questo tipo di servizio la risposta sarebbe di assecondare la sua naturale “dinamica generativa”. Invece di riportare subito l’utente alla linea narrativa principale, cogliere (quando vi sono) gli spunti che permettono di creare nuove linea narrative. Siccome fare questo sarebbe parecchio labour intensive. Per mantenere sia l’illusione della continuità narrativa (necessaria per il binge watching) che la scalabilità sarebbe necessario “amplificare il facilitatore”. Le tecnicalità di questo ci porterebbero molto lontano, fuori tema rispetto all’oggetto di questo dossier. Ci tenevo però a lasciare agli atti che c’è un pensiero che non si esaurisce in questa, peraltro, ambiziosa visione.

Il mio obiettivo è risolvere il problema. Per me stesso ho altri obiettivi e il successo di questo progetto mi darà accesso alle persone di cui ho bisogno per realizzarli. C’è tantissimo lavoro da fare nel migliorare l’ecosistema dell’innovazione in Italia. Questo è solo il primo capitolo.

Conclusioni

Propongo un percorso scalabile che parte da una sperimentazione low cost: una ginnastica intellettuale per rinforzare il “muscolo del pensiero astratto”. Si fa con un piccolissimo gruppo di giocatori patologici e con contenuti diffusi attraverso software già esistenti.

in caso di successo:

  • Rende economicamente sostenibile, e quindi politicamente praticabile, l’emersione (per via telematica) di pazienti altrimenti non curabili con le più personalizzate e costose terapie attuali.
  • La pubblicità del successo dei pazienti nei confronti degli italiani mainstream (intesa come inferior pressure) dovrebbe fungere sia da pubblicità per i contenuti che da motivazione alla loro fruizione.

L’emersione (e la successiva cura) di un gran numero di giocatori patologici, riduce il drenaggio di risorse dai consumi interni, aumentando la domanda per nuovi prodotti/servizi che si possono far scalare e perfino esportare.

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