I progressisti sono sexy. 
No-City nel Sud degli Usa, città inventata, ora locale: molto tardi dopo le 23:00.
I telefoni squillavano, ma tutto sembrava tacere nel momento di rivincita seppur con le dovute proporzioni all’indomani della vittoria della Paura nello scenario nazionale. Un risveglio sancito dalle urne, legittimato, vero. Tutti applaudivano in sala stampa, strette di mano, abbracci, i collaboratori più stretti del neosindaco di No-City si stringevano attorno a lui che, però, cercava solo uno sguardo, solo un viso, un viso che non c’era. 
Amy, china sul suo computer nell’ufficio al piano di sopra in fondo alle scale della palazzina a due piani in Grant Avenue affittata dal Comitato centrale del candidato alle Amministrative Tim Carell, era da sola seduta alla scrivania. Aveva deciso un po’ per l’agorafobia che da sempre l’aveva contraddistinta, un po’ per spirito di sopravvivenza, di guardarli da sola i risultati di quella logorante campagna elettorale durata mesi e non aveva accettato l’invito di colleghi e amici a salire su in sala riunioni a festeggiare quella vittoria così poco sperata, così necessaria in un piccolo centro in cui ormai anche i nani da giardino possedevano un’arma da fuoco. Un miracolo, insomma. Sentì bussare. In cuor suo avrebbe voluto che da quella porta entrasse solo una persona, persona appunto, non personaggio, perché se era rimasta da sola in una stanza nel momento “clou” di quella corsa era stato perché conosceva bene la differenza tra lavoro e sentimenti e questa volta il rischio di abbracciare chi non avrebbe dovuto neanche guardare non voleva correrlo. “Avanti” rispose timidamente e sperando che i desideri non si avverassero, quanta fottuta paura aveva di quei suoi desideri così tanto più enormi di lei, così inopportuni. 
Entrò Steve Mulligan, fidato capo — ufficio stampa, un amico più che un capo, forse il primo con cui Amy era riuscita a rompere il ghiaccio e stranamente per una volta non per motivi legati al sesso, semplici affinità elettive e anche del tutto casuali aggiungerei visto l’abisso di rango professionale che si ergeva come un muro di gomma tra i due, ma Steve faceva parte della setta di quelli che il potere se lo perdono per strada e di certo non lo vanno a far pesare alla stagista carina. 
-“Ti ho portato un bicchiere di champagne. Ma si può sapere perché non sali? Hai paura di me?”- disse sorridendo con quei suoi occhi chiari e poco espressivi. Vuoti e freddi come i laghi che si ghiacciavano nella regione in inverno. Uno squalo, ma uno squalo simpatico pensava lei. Lei che invece si sentiva un pesce palla là dentro nonostante l’esile figura del tutto oscurata dalla capacità di far cadere qualsiasi cosa da qualsiasi ripiano dell’ufficio nel raggio di pochi metri. Un pesce palla intelligente e dotato pensava lui. 
-“Guarda che se è per quella storia dei sondaggi di Carell usciti giovedì invece che venerdì, ti ho perdonata sa?”- scherzò lui.
-“No Steve, figurati, dovevo scrivere una mail al mio professore di antropologia, vi raggiungo tra cinque minuti.”- disse sorridendo, quando un urlo stracciò la calma apparente della stanza. 
-“Mulligan! Cristo santo, questi maledetti telefoni continuano a squillare, dove cazzo stai?”- 
La voce di Patricia Annesley era inconfondibile. Spietata iena di Partito inviata direttamente dagli organi centrali. La donna che aveva costruito l’immagine del Sindaco Campione basandosi sul linguaggio del Rugby. Una vera stronza. Amy aveva imparato a conoscerla e grazie a uno stage per una tv locale nel backstage del programma televisivo più trash e più seguito dal Texas al New Jersey in cui aveva conosciuto le iene vere, quelle dei palinsesti e dei dati di share, gente abbronzata con camicie improponobili, gente da cui scappare, sapeva come muoversi con Patricia. In fondo gli stronzi sono tutti uguali, sia a destra che a sinistra, sia quelli col fucile in casa e degli orrendi completi sgargianti che quelli che mangiano sushi e guardano mostre al Moma. 
Ebbene Amy sapeva sempre cosa dire a Patricia e come dirglielo. Per questo quando il Grande Capo voleva comunicare alla Iena delle incongruenze mandava lei, la ragazzina di periferia che gli aveva fatto tremare le ginocchia fin da subito. Nessuno ci era mai riuscito. Neanche lui si spiegava il perché. 
“Scusami Amy. Vado sennò la Annesley mi impaglia e mi usa come fermacarte.”- 
-“Vai vai. Ci vediamo dopo.”- 
Amy si alzò, avanzò verso la finestra, la aprì e si fece travolgere visivamente dalla folla di sostenitori del nuovo Sindaco che dal cancelletto della palazzina si estendeva fino alla quinta strada. Un arcobaleno di voci. Non sembrava neanche più notte. La ragazza prese una Winston blue sfilandola dal pacchetto che sporgeva dalla tasca del cappotto poggiato sulla scrivania, la portò alle labbra già socchiuse quando un colpo al cuore la fece deglutire. Una voce chiara, forte, sincera. La persona, non il personaggio, era mezzo metro dietro di lei. 
-“Signorina Bleaker, in ufficio non si fuma. E poi non dovrebbe a prescindere.”-
Amy rimase per un attimo ferma, bloccata, impietrita. Non lo aveva sentito entrare perché Steve, uscendo, aveva lasciato la porta socchiusa. Sì, ok, era abituata a vederlo il Grande Capo, la star. Ma a parte fargli cadere i fogli davanti ai piedi e versargli il caffè pregando il Signore di non buttarglielo addosso e non capire perché i suoi collaboratori mandassero sempre lei a trattare con la Iena, grandi scambi di battute non c’erano mai stati. Di occhiate, però, sì. Anche se le era sempre risultato talmente assurdo che -in fondo in fondo- non ci aveva mai davvero creduto. E poi che lei si mordesse il labbro ad ogni video da montare in ufficio da sola sulle sue interviste mentre parlava di diritti e di tutte quelle cose che in una dimensione in cui sesso e politica vanno a braccetto Amy si sarebbe voluta sentir dire all’orecchio, a chi gliene importava? Così Aveva sempre pensato. Forse si sbagliava.
Si girò. Tim Carell era poggiato sullo stipite della porta ancora aperta. Le braccia conserte, i capelli spettinati, le maniche della camicia azzurra tirate su ma soprattutto lo sguardo di sfida di chi sprezzante di tutto sa che sta guardando esattamente ciò che vorrebbe guardare in un modo in cui proprio non dovrebbe farlo. 
Se lo immaginò così sempre, da quel giorno in poi ogni volta che glielo nominarono . 
Tim Carell, non l’uomo del presente e del futuro come recitava quel terribile slogan coniato dalla Annesley, non il neoeletto Sindaco dalle idee innovative, belloccio, quarantenne e brizzolato e neanche il leader della fazione più controversa di un Partito che continuava a perdere consenso in tutto il Paese, ma solo Tim Carell con una camicia di alta sartoria e poche ore di sonno addosso, si chiuse la porta alle spalle e girò una volta la chiave, si avvicinò a Amy e le si stagliò davanti con gli occhi scuri e sinceri, non “cattivi e risoluti” come qualche giornale li aveva descritti. 
-“Chiudi la finestra”.- le disse con un labiale da antologia che neanche tutta la letteratura erotica della miglior risma avrebbe mai saputo doppiare, e lei lo fece.
Amy accompagnò la finestra lentamente come se fosse l’ultimo gesto della sua vita che le sembrava essere trascorsa solo per arrivare a quel momento. La ragazza tirò anche la tenda e quei cori osannanti della folla indirizzati all’uomo che in quel momento si trovava così terribilmente vicino a lei sembrarono per un attimo lontani ed estranei, un attimo perfetto. Il Sindaco si avvicinò a pochi centimetri dal volto della ragazza e le spostò una ciocca di capelli dietro l’orecchio. 
-“Dio se sei bella, è sempre stato un problema.”- 
E la baciò. Un bacio esitante all’inizio che prese ad aprirsi dopo qualche secondo di finto ed insopportabile rispetto. Gli occhi chiusi, la folla fuori, le luci così poco intime dell’ufficio, la scrivania così vicina, la parete addosso a cui Carell la spinse da cui si staccò un manifesto elettorale dai colori per niente azzeccati, le mani, dio santo le mani. Quelle mani che tante volte lei aveva studiato nei discorsi e nei comizi e osservato fino a diventarne così esperta che persino in quel momento non la stupirono di niente. 
Quelle mani potevano fare davvero qualsiasi cosa, e la fecero. 
E allora, così, poggiati alla parete dall’altra parte della finestra, la ragazzina timida e impacciata e il grande Uomo di Stato si guardarono davvero, fu un attimo solo in cui trattennero il respiro, poi stop. 
Lui le tirò su la gonna con un movimento sbrigativo, e le sfilò le mutandine hipster di Oysho dalla tinta vagamente infantile che Amy maledì con tutto il cuore di aver indossato quel giorno. Le gambe toniche della ragazza sembravano avere la consistenza perfetta sotto il tocco delle mani grandi e abbronzate di Carell che non avrebbe mai creduto di poter spegnere il cervello in quel modo nello spostare una ciocca di capelli anche se lo avrebbe voluto fare tante volte a fine riunione, mentre Amy giocava con la matita leggendo dati e sondaggi e si ritrovava a discettare nervosa dei report raccolti nelle telefonate ai cittadini leggendo velocemente mentre i capelli continuavano a nasconderle il viso. Lo faceva impazzire quella ragazza imbranata. Carell si trasformò nel giro di pochi attimi dal rassicurante padre di famiglia aperto a supportare le battaglie dei più deboli a tutto quello che Amy aveva sempre cercato in un uomo. Ed Amy tra sé e sé non riuscì a non sorridere pensando che mentre i telefoni squillavano, gli addetti stampa in corridoio imprecavano chiamandolo, l’uomo del momento se la stava scopando tenendole una mano sulla bocca addosso a un muro. 
-“Lo senti cosa dicono? Dicono il mio nome. Cosa dicono?”- 
-“Tim..”- 
-“No.”- 
-“Sindaco Carell..”- disse lei ansimando e vennero insieme.
-“Brava.”- 
Lui la guardò negli occhi in un istante che sembrò durare un’eternità. 
-“Ci vediamo in riunione Signorina Bleaker.”- e dopo essersi rivestito uscì dalla stanza. 
Amy, completamente rossa in viso e con la testa svuotata da mille pensieri ma piena di tanti perché recuperò la sigaretta scivolata sul bordo della scrivania e guardò fuori dalla finestra. 
Centinaia di persone gridavano il nome di Carell. Sorrise.

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