Bijî Kurdistan!

Gli italiani nella resistenza curda. Chi sono e perché lo fanno

di Manuela Gatti e Ambra Orengo

Bijî Berxwedana, in curdo “Viva la resistenza”

«Voglio partire per contribuire al cambiamento di quella parte del mondo. È un discorso personale, ma anche politico». Aggregarsi alle milizie curde che stanno combattendo l’Isis non è difficile. Per tanti, come per Daniele, il primo passo è quello di accendere il pc e connettersi a Facebook. Trovare pagine che reclutano combattenti desiderosi di partire per la Siria e l’Iraq è semplice: sono pagine pubbliche, tutti possono leggere e commentare, chiedendo informazioni.

Daniele Biasci è di Livorno, ha 44 anni e un figlio di 6. Ha appena ceduto la sua attività e ora sta prestando servizio come volontario nelle zone terremotate del centro Italia insieme alle Brigate di solidarietà attiva, nate dopo il sisma de L’Aquila da attivisti dei centri sociali e militanti di Rifondazione comunista. «Nessuno sa che mi sto informando per partire: sono separato, non devo rendere conto a nessuno di quello che sto facendo. Mio figlio lo capirà più in là», racconta al telefono in un pomeriggio di metà marzo. Daniele si definisce «politicamente molto vicino a gruppi di sinistra», ma spiega di essersi avvicinato alla causa curda da solo, informandosi online, senza passare attraverso associazioni o altro. Per capire come arruolarsi, ha chiesto informazioni sulla pagina Facebook The Lions of Rojava, una delle più attive. Non gli hanno ancora risposto. «Le richieste arrivano da persone di tutti i tipi, anche solo per solidarietà. Io mi sono fatto l’idea che in questo momento loro (le unità curde, ndr) stiano cercando solo persone con una determinata preparazione militare. Poi io ho 44 anni — ride — , magari non rientro neanche nel target di età che cercano». E se gli rispondessero? «Sarei pronto a partire. In Kurdistan stanno vedendo la luce progetti politici importanti che vanno nella direzione di un forte cambiamento, ad esempio da una società patriarcale a una matriarcale. Ci sono progetti di autosostentamento, di cooperazione, anche progetti culturali. Vorrei capire se sono fattibili e contribuire alla trasformazione di una zona così fortemente disagiata. Quando la popolazione è unita si riescono ad avviare percorsi differenti da quelli proposti e le istituzioni poi si adeguano, che si tratti di Kurdistan, Marche o Abruzzo».

Screenshot dalla pagina Facebook The Lions of Rojava

Il progetto politico a cui si riferisce Daniele è il confederalismo democratico sperimentato ora in Rojava, la regione del nord della Siria a maggioranza curda, de facto autonoma seppur non riconosciuta dal governo. Il concetto è stato elaborato da Abdullah Öcalan, fondatore e leader del Pkk (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), la formazione armata turca che da oltre trent’anni combatte per l’indipendenza dalla Turchia e che è considerata un’organizzazione terroristica da Usa e Ue. Öcalan è in carcere dal ’99 con l’accusa di attività separatista armata, dopo aver inutilmente cercato asilo politico in vari Paesi, tra cui l’Italia. Ora il movimento non aspira più alla creazione di uno Stato-nazione curdo, ma ad allargare zone di autonomia e autogoverno basate su forme di democrazia dal basso. In Kurdistan, la regione abitata da circa 30 milioni di curdi e il cui territorio si divide tra Siria, Iraq, Turchia e Iran, esistono partiti e movimenti con ideologie diverse.

Pkk e Ypg, le formazioni curde turche e siriane, sono le protagoniste della lotta all’Isis e dell’applicazione del confederalismo. Oggi queste istanze si mescolano e si sovrappongono in quella che viene definita generalmente “rivoluzione curda”.

Se vuoi prenderne parte, però, devi conoscerne la storia. Questa è una delle cose che hanno richiesto a Francesco D.G., 30enne di Agropoli (Salerno). Anche lui aveva cercato informazioni su The Lions of Rojava e, al contrario di Davide, ha ricevuto una risposta. «Mi hanno scritto prima in italiano e poi in inglese da un altro indirizzo. Non ricordo i nomi degli account perché ho cestinato tutte le mail dopo averle lette — spiega — Mi hanno mandato alcune domande e una specie di test della personalità, in cui ti chiedono ad esempio se hai mai tentato il suicidio, come ti comporteresti nelle varie situazioni, perché ti vuoi unire allo Ypg e se ne conosci la storia. Ho già mandato tutte le risposte, in inglese ovviamente. Ho fatto da solo, le parole che non conoscevo le ho cercate sul traduttore». Francesco studia Comunicazione dei beni culturali e fa l’arbitro di calcio.

«Mi mancano due esami, poi faccio il passaporto e vado. È la prima volta che mi appassiono così a qualcosa. Penso che sia una cosa giusta: loro pensano a difendere il loro territorio, vogliono autonomia. Io vorrei partire per dare una mano contro l’Isis, per fermare quei pazzi. Se non ci fossero i civili metterei una bomba su Raqqa e la finirei così».

Dall’account di posta elettronica gli hanno spiegato come muoversi: «Bisogna arrivare a Sulaymaniyya (nel Kurdistan iracheno, ndr) e poi ti vengono a prendere loro. Si rimane almeno sei mesi». Lì c’è un campo di addestramento apposta per gli occidentali: dopo un mese si sceglie se andare al fronte, stare nelle retrovie o fare da guardia alle basi. «Se avrei il coraggio di uccidere qualcuno? Non lo so, forse solo per legittima difesa. Credo che starei nelle retrovie». Francesco non ha detto a nessuno che si sta interessando a come andare in Kurdistan. «Lo direi solo alla famiglia, agli altri direi che vado a fare un viaggio».

Qualcuno che ha già fatto questa esperienza c’è. Solo da Milano sarebbero una decina i ragazzi partiti per prendere le armi in Kurdistan a favore della rivoluzione confederale. Alcuni sono tornati, qualche storia è uscita sui giornali e qualcuno è anche diventato famoso. Karim Franceschi è il più noto: 28 anni, di Senigallia, madre marocchina e padre partigiano nella Resistenza italiana, Marcello (questo il suo nome di battaglia) ha raccontato la sua esperienza a Kobane in un libro, Il combattente (2016, ed. Rizzoli), e nel documentario Our war (2016). «Direi che la maggior parte dei volontari italiani si è unita allo Ypg per questioni ideologiche e vicinanza politica, per vedere come funziona una rivoluzione e prendervi parte», spiega Benedetta Argentieri, una dei registi del film.

«Però attenzione: anche se l’antifascismo in senso ampio è identificabile con quello che sta accadendo in Rojava, non dobbiamo etichettare con nostre convinzioni le lotte altrui. Nelle motivazioni di chi sceglie di andare a combattere a volte esiste una parte molto individuale».

In totale al momento sarebbero circa 850 gli occidentali arruolati nelle unità internazionali. Le provenienze sono varie: oltre all’Italia, in crescita ci sarebbero anche Francia e Germania, le più colpite dagli attacchi terroristici firmati dall’Isis in Europa. Tanti hanno già fatto esperienza di combattimenti altrove — chi nel Donbass ucraino, chi in Egitto ai tempi della rivolta del 2013. A Raqqa sarebbero quattro gli italiani impegnati in “Rabbia dell’Eufrate” — questo il nome dell’offensiva per la riconquista della capitale dello Stato Islamico in Siria. Altre formazioni occidentali sono l’International Freedom Battalion, di cui fanno parte anche alcuni turchi, e l’Ait, il Battaglione antifascista internazionalista, nato ufficialmente a dicembre 2016 da «un gruppo di compagni antifascisti, internazionalisti, anarchici, comunisti, libertari e socialisti» e ispirato «ai rivoluzionari che combatterono in Spagna nel 1936», come riporta il comunicato di nascita. Fino a pochi mesi fa era attiva anche l’unità 223, formata da ex militari europei e statunitensi, ora sciolta. La maggior parte degli occidentali, però, decide di non unirsi a gruppi internazionali, ma di combattere tra le fila delle unità curde o curdo-arabe, come lo Ypg (Unità di Protezione Popolare), il braccio armato del partito curdo che governa il Rojava. Tra quelli che hanno preferito questa strada c’è anche Davide Grasso, rientrato a ottobre 2016 dalla Siria.

Una foto del Battaglione antifascista internazionalista (fonte Twitter)

«Ho chiesto esplicitamente di essere assegnato ad un’unità completamente mediorientale, perché volevo entrare a fondo nella loro mentalità, ideologia, modo di vivere e di combattere», racconta Davide, 36 anni, camminando per la sua Torino. Già attivista No Tav, Davide è partito per la Siria a marzo 2016 con l’idea di fare il reporter, autofinanziandosi con l’aiuto di alcune redazioni indipendenti. È stato in Palestina, Iraq e poi in Rojava: per un paio di mesi ha mandato interviste e contributi dal fronte e dai campi profughi.

«Nei giorni successivi agli attentati del 13 novembre a Parigi mi trovavo esattamente qui, a Torino, in questo quartiere, e seguivo le notizie. L’Isis aveva colpito me, la mia generazione, gli studenti Erasmus. Credo, e credevo allora, che i governi occidentali siano responsabili di quello che accade in Medio Oriente e non volevo che si ergessero a paladini della gioventù europea. L’unica alternativa coerente era andare in prima persona a spendersi in quei territori», spiega Davide nel cortile dell’Askatasuna, il centro sociale torinese che ha sempre frequentato.

«Per quanto si voglia aiutare, rimane comunque un divario enorme tra quello che un ragazzo europeo rischia tutti i giorni per la giustizia e la libertà e quello che rischia un ragazzo siriano. Questo, unito al fatto di vedere tanti internazionali anche più giovani di me combattere l’Isis sul fronte insieme allo Ypg, mi ha fatto sentire l’esigenza di dare un contributo, anche se minimo».

Davide ci tiene a fare una distinzione: «Quella dello Ypg è l’unica rivoluzione in Siria che sta portando benefici, anche se i media non lo stanno raccontando. Però non è la sola: esistono due rivoluzioni contro Bashar al-Assad (il presidente della Siria, ndr), parallele ma opposte. Oltre a quella dello Ypg e delle Sdf (Forze siriane democratiche, ndr), che puntano a creare una società confederale laica e democratica, c’è anche quella teocratica e oscurantista portata avanti dagli islamisti più fanatici, che non si riduce solo all’Isis: quando si sente parlare di ribelli moderati, ci si riferisce in realtà a questi miliziani tagliagole, che non hanno rispetto neanche per il popolo siriano. Ypg e Sdf combattono contro queste forze, purtroppo a lungo sostenute dai governi occidentali contro Assad e tuttora supportate dalla Turchia».

In Rojava Davide non ha incontrato altri italiani. Conosceva la storia di Franceschi e aveva letto il suo libro. Franceschi, che ora si trova a Raqqa, fa parte del Battaglione antifascista internazionalista. «Penso che aver formato quest’unità antifascista sia un’idea ottima, però parlare di antifascismo per quanto riguarda l’Isis, secondo me, ha i suoi limiti. Anche se la violenza e l’oppressione esercitate dallo Stato Islamico non sono così diverse da quelle che l’Italia ha subìto sotto il fascismo e in entrambi i casi si tratta di una battaglia per la libertà, le ideologie e i fenomeni sono diversi e non li sovrapporrei. Chi oggi va a combattere contro l’Isis va a sostenere una soluzione possibile per la Siria e oltre la Siria, che è quella della convivenza, dell’uguaglianza, della rivalutazione del ruolo della donna».

Da quando è tornato in Italia Davide non ha mai smesso di girare per università e associazioni per raccontare la sua esperienza. Prima, però, si è preso un mese di «riposo assoluto» per metabolizzare quanto visto e vissuto in Siria. «Solo chi vive certe cose può comprenderle. L’esperienza umanamente più difficile? In generale tutta l’offensiva di quest’estate nella città di Manbji, a est dell’Eufrate, che ha tagliato i collegamenti tra Isis e Turchia, è stata una carneficina orrenda. Quella dell’Isis è una guerra sporca: disseminano il campo di mine e trappole esplosive e bombardano senza alcun ritegno i civili mentre combattono la loro guerra contro gli “infedeli”, cioè noi».

«Non bisogna per forza andare a combattere, ma è necessario fare qualcosa», è l’appello di Davide, che non esclude di tornare in Siria in futuro. «È importante informare e chiedere conto ai governi occidentali delle loro politiche e delle loro alleanze in Medio Oriente, oltre a donare alle staffette sanitarie e a tutte le associazioni italiane che portano concretamente aiuto. Spero veramente che questa attenzione aumenti perché, allo stato attuale, è del tutto insufficiente».

Combattenti dello Ypg e dello Ypj (fonte Flickr)

L’aiuto concreto di cui parla Davide arriva dalla vasta rete di associazioni, organizzazioni e gruppi italiani che da anni si mobilitano in diversi modi per sostenere una causa e una popolazione spesso sconosciute ai più.

«Prima che mi espellessero dalla Turchia, senza una spiegazione ufficiale, organizzavamo tre viaggi all’anno nel Kurdistan turco. Lo scopo era sia portare i soldi raccolti dall’associazione e consegnarli direttamente alle delegazioni curde, sia portare con noi chi volesse conoscere la zona». A parlare è Antonio Olivieri, presidente della Onlus Verso il Kurdistan. «Ora andiamo per lo più nel Kurdistan iracheno. La frontiera con il Rojava è chiusa». Ma alcuni membri dell’associazione sono riusciti ad attraversarla l’anno scorso, esibendo tesserini da giornalisti. «Lì in Rojava, a Kobane, hanno incontrato alcuni ragazzi italiani che stavano combattendo nella resistenza — spiega Olivieri — È un’esperienza tipo quella della guerra di Spagna del ‘36. Un’esperienza molto importante, per chi la può fare». Qualcuno si è mai rivolto a lui per consigli su come raggiungere la zona e combattere con i guerriglieri curdi? «Una volta un ragazzo si è messo in contatto con me chiedendo informazioni per partire e io gli ho dato il contatto di Uiki, l’Ufficio d’informazioni del Kurdistan in Italia. So che è partito come giornalista, poi, una volta là, gli hanno fatto la proposta di addestrarsi e partecipare alla resistenza. È rimasto sei mesi».

La storia è un caos di stati gassosi che si scontrano, fanno attrito, producono nuovi elementi, e d’un tratto vorticano, spazitempo che sono un precipitato di collisioni inaudite: e lì la storia si addensa. Quegli eventi hanno un significato che va ben oltre la ristretta dimensione spaziotemporale in cui appare confinato. La guerra di Spagna, ad esempio: in quel paese periferico passava una linea del fronte che riguardava l’intera umanità, quella tra fascismo e antifascismo. E non a caso lì erano accorsi da tutto il mondo: migliaia e migliaia di uomini e donne con braccia disposte a impugnare fucili, e gli Hemingway e gli Orwell pronti a usare come fucili le loro penne. La resistenza dei curdi al Daesh da lontano appare come un altro di quei precipitati spaziotemporali.
La guerriera dagli occhi verdi — Marco Rovelli

Nata nel 1998 su proposta di alcuni membri della Cgil di Alessandria e di altri esponenti di partiti di sinistra e associazioni di volontariato, Verso il Kurdistan conta circa 100 tesserati e diversi simpatizzanti di varie età e provenienze. «Ci sono anche molte persone mature, con un passato magari in associazioni politiche. Di certo il numero è aumentato negli ultimi anni, c’è più attenzione al tema rispetto a quando l’associazione è nata», dice Olivieri. La Onlus fa parte di Rete Kurdistan, coordinamento nato nel 2013 e composto da 18 associazioni italiane che si occupano in modo specifico, ma non esclusivo, della questione curda.

Il supporto al popolo curdo passa anche attraverso iniziative simboliche. «Nel 2015 abbiamo sostenuto il gemellaggio tra un liceo di Roma e uno di Kobane, in occasione della firma del protocollo d’intesa tra le due città», racconta Matteo, attivista del Lambretta, il centro sociale che più di tutti a Milano è attivo per la questione. «In questi anni abbiamo dato protezione internazionale a tanti compagni. Insieme alle altre associazioni di Rete Kurdistan abbiamo organizzato diverse staffette di solidarietà, come Rojava Calling a Kobane e un’altra permanente a Suruç (città turca sul confine con la Siria, ndr)». Il loro impegno è anche istituzionale: «Durante la seconda tornata di elezioni in Turchia, nel novembre 2015, abbiamo presenziato ai seggi di Diyarbakir come osservatori internazionali con una delegazione di quaranta italiani».

Un impegno, quello del monitoraggio internazionale, condiviso da Uiki Onlus. «Siamo l’associazione che più di tutte rappresenta politicamente il Kurdistan. In pratica, siamo un’ambasciata del Kurdistan». A parlare è Firat Ak, curdo originario di Diyarbakir. «Dal 1999 siamo presenti in diversi paesi e facciamo parte del Congresso Nazionale del Kurdistan (organizzazione “ombrello” con sede a Bruxelles che raccoglie tutti i partiti delle quattro regioni del Kurdistan, ndr). Uiki ha un ruolo prevalentemente politico: porta la voce del popolo curdo nel mondo — spiega Firat — L’attività più importante è quella di intermediari: mettiamo in collegamento partiti, giornalisti e associazioni con gli amministratori del Rojava e con i deputati del Kurdistan iracheno e dell’Hdp turco (il Partito Democratico dei Popoli, formazione filo-curda presente nel parlamento turco, ndr). Oltre a ciò coordiniamo anche avvocati, giudici o deputati che volessero recarsi in Kurdistan come osservatori internazionali, per monitorare e scrivere report sulla situazione».

Un murales nel quartiere di Garbatella, a Roma

Anche Firat è dello stesso parere di Olivieri: «Negli ultimi anni l’interesse per la causa curda è aumentato. La vicenda del Rojava e dei guerriglieri curdi che combattono contro Isis, che è il nemico di tutti i popoli, ha mosso molte persone che hanno deciso di informarsi su come dare un contributo a chi sta lottando contro queste barbarie — continua Firat — Noi, però, non forniamo informazioni su come andare a combattere. Chi vuole può mettersi in contatto direttamente con il battaglione antifascista, tramite una mail o su internet». Racconta che «quando Nessrin Abdalla, comandante dell’Ypj (Unità di Protezione delle Donne, istituita nel 2012 come la brigata femminile dell’YPG, ndr) è venuta in Italia nel 2015, molti sono andati da lei a chiedere come arruolarsi. Lei diceva loro di contattarli tramite internet e che avrebbero dovuto passare una selezione. Non è che chiunque può andare, fare un’esperienza di una settimana e tornare». Ma arruolarsi non è l’unico modo di sostenere la causa curda sul campo: «Il punto non è solo andare lì, prendere un’arma e combattere — sottolinea Firat — Ci si può rendere utili in tanti modi diversi, anche facendo il giornalista. Vai lì e documenti quello che vedi. È molto importante che qualcuno lo faccia».

Un combattente del Battaglione antifascista internazionalista (fonte Twitter)
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