Comunicazione Ecosistemica

dalla comunicazione “militare” a quella no :)

Salvatore Iaconesi
Feb 18 · 9 min read

Piccola nota circa una conversazione con alcuni amici di Extinction Rebellion — Rome — Italy, la trovate QUI.

In mezzo ai commenti si era arrivati a una serie di punti interessanti, per esempio circa i modi di avere a che fare con la questione secondo cui “la conoscenza dei fatti/dati non cambia necessariamente il comportamento delle persone”, circa alcune implicazioni negative che derivano dall’estetizzazione dell’informazione (es: quando guardo le infografiche della temperatura che diventa sempre più rossa negli anni, sono schiacciato, posso solo guardare, sono spettatore; questo, attualmente, è tra i maggiori limiti della visualizzazione dei dati), e infine circa quali potrebbero essere le differenze tra quella che nel post viene chiamata, anche da me, “comunicazione centralizzata” (anche se, come vedremo tra poco, non è un nome corretto) e “comunicazione ecosistemica”.

Qui ci concentreremo su quest’ultimo punto. Spero che possa nascere una discussione su questo tema, perché secondo me è molto importante. E così, aiutandoci, possiamo tutti imparare qualcosa. (me compreso, ovviamente!)

Iniziamo, innanzitutto, dal perché avevo portato la questione in quel post.

A un certo punto della conversazione dicevo:

<<innanzitutto, per gli amici di XR dovrebbe diventare sia una questione di “brand” che di “sostanza”: hanno fatto un lavoro magnifico nel progettare un modello organizzativo non gerarchico, a potere diffuso (tranne ancora qualche cosa che non mi torna circa l’avere a che fare con il micropotere). Quindi è pericoloso (e bruttino), secondo me, rifarsi ai modi di comunicazione centralizzati, in cui c’è una sola testa pensante (anche se collettiva) che genera ed estrae valore e potere da gestire. Si parla di ecosistemi? Ci si organizza come un ecosistema? Anche la comunicazione deve essere ecosistemica, altrimenti qualcosa non torna. Servono nuovi strumenti e nuove intuizioni per fare anche quello.>>

Poi Daniele aggiungeva:

<<Prima di tutto volevo far presente che le comunità digitali (dalle quli XR si distanzia solamente per il fatto di avere degli output territoriali, abbracciando la glocalità della creazione nelle sue opere) sono acumunate da proprietà simili come la legge 90–9–1, dove il 90% delle persone sono lurker, il 9 editori e solo l1% si smazza il lavoro di creazione vero e proprio. https://www.nngroup.com/articles/participation-inequality/>>

Quante cose importanti! E, quindi, iniziamo.

Vediamo la definizione di Comunicazione su Wikipedia (a proposito: l’avete fatta la donazione?):

<<Per comunicazione (dal latino cum = con, e munire = legare, costruire e dal latino communico = mettere in comune, far partecipe) si intende il processo e le modalità di trasmissione di un’informazione da un individuo a un altro (o da un luogo a un altro), attraverso lo scambio di un messaggio elaborato secondo le regole di un determinato codice[1].>>

e, poco più giù nella pagina, viene indicato uno dei diversi modelli che si usano per studiarla, quello di Shannon-Weaver:

CC BY-SA 3.0, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=2666809

Nota importante: in questo modello, come in tanti altri, non c’è “scritto” da nessuna parte che la sorgente o il destinatario siano necessariamente degli esseri umani. Per quel che ne sappiamo potrebbero essere umani organizzazioni, animali, intelligenze artificiali o cos’altro.

Quindi, ci troviamo in questa situazione qui (scusate il disegno terribile):

[l’ho fatto tutto da solo, giuro]

Nel disegno ci sono una serie di simboli differenti, che rappresentano diversi attori di diversi tipi: i cerchietti potrebbero essere le persone, il cerchio più grande potrebbe essere una organizzazione, che potrebbe avere delle persone al suo interno, il triangolo potrebbe essere una intelligenza artificiale (un chatbot? un algoritmo che genera fake news?), il quadrato potrebbe rappresentare un bosco, o il mare (comunicare col bosco? col mare?), e così via.

Ognuno ti questi attori potrebbe essere protagonista di una o più comunicazioni, indicate nel bellissimo diagramma con delle lineette che interconnettono:

  • le persone si parlano,
  • le persone parlano con l’organizzazione,
  • le persone parlano con le persone dentro l’organizzazione,
  • le persone dentro l’organizzazione parlano tra di loro,
  • le persone parlano con l’IA,
  • le persone parlano col bosco
  • e così via, in tutti i casi possibili e i viceversa

Questo è l’ecosistema della comunicazione, quello che si studia nell’Ecologia dei Media.

Quando, però, si va a studiare come si comunica, ci viene raccontata una storia un po’ differente. La mostro attraverso tre altri bellissimi disegnini:

Leggiamoli.

Il primo: una organizzazione o una serie di persone, vogliono comunicare qualcosa. Per farlo si sceglie il Target, l’obiettivo. Caratterizzandolo (per età, genere, cultura, stile, valori…) potrà scegliere al meglio il linguaggio, il tono di voce, gli aspetti visuali da utilizzare nella comunicazione, e potrà quindi costruire al meglio il suo Messaggio. Una volta costruito il messaggio, lo sgancerà sul Target. Può farlo perché, conoscendolo, ha anche capito le sue abitudini, e cosa fa e con chi e quando, e quali sono i canali comunicativi che predilige: ha massimizzato le probabilità di poter prendere una buona mira con un missile del tipo giusto. Il messaggio parte e il comunicatore “militarizzato” incrocia le dita, sperando di colpire.

Il secondo disegnino: una organizzazione o una serie di persone, vogliono comunicare qualcosa. Ma non hanno la possibilità di colpire direttamente il proprio Target (perché è troppo grande o potente? ci sono tanti casi possibili). Quindi decide di fare un’altra cosa: di cercare di mobilitare più persone possibile, sperando che la loro azione congiunta possa far accadere qualcosa. Quindi sceglie un Target Intermedio, e cerca di capire cosa questo target intermedio potrebbe fare per ottenere il risultato con il Target Reale: qualsiasi cosa dal mandare lettere o mail massivamente, o distribuire viralmente un meme, o partecipare a un DDOS. Un po’ come l’ISIS: cerca di convincere le persone, tramite la comunicazione, che è necessario fare una certa cosa e, per farla, distribuisce armi e strumenti (che qui sono link, meme, immagini, lettere pronte da spedire, kit di comunicazione, ma solo perché sono “immateriali” non dobbiamo presupporre che siano meno pericolose, o che le persone non si faranno male, come per esempio sappiamo dall’Alt-right). Questa, quindi, è un’altra modalità di comunicazione di ispirazione militare: la bomba, invece di indirizzarla direttamente io, la distribuisco a tanti kamikaze inesperti che cerco di convincere, sperando che la loro azione congiunta possa ottenere il risultato.

Il terzo disegno è una variante del secondo: invece di tentare di convincere il Target Intermedio a produrre effetti in direzione del Target Reale, raccolgo i suoi comportamenti, cercando di stimolarne il maggior numero possibile. Quando ne ho raccolti tanti, li mostro al Target Reale, certo che così avrò maggiore possibilità di ottenere il risultato che voglio. Questa è la dinamica del voto, delle petizioni, delle raccolte di firme, dei concorsi in cui per partecipare devo convincere i miei amici a votarmi o a battere le mani, dei flashmob: si raccoglie consenso e l’evidenza di questo consenso viene portata al Target Reale per avere maggior potere contrattuale. È l’esercito: “caro Target Reale, guarda il mio esercito. Se non fai quello che ti dico te lo scaglio contro.” Un’altra comunicazione di ispirazione militare.

Tutte e 3 funzionano benissimo, se fatte bene. D’altra parte lo sappiamo: i militari sono molto efficaci ed efficienti. :)

Ma comunque, in tutti e 3 i casi, sono azioni a grande centralizzazione di potere: c’è un numero limitato e concentrato di soggetti che ha l’informazione e la conoscenza, e che la usa per sganciare “bombe”.

Non è, quindi, una dinamica di trasformazione della società che tenti di portarsi tutti appresso: è un modo di ottenere pochi cambiamenti subito (le “campagne”, incentrate su un tema/obiettivo specifico; guarda caso anche questo è un termine militare).

[Disclaimer: non ce l’ho assolutamente con chi fa la comunicazione in questo modo. Anzi, mi trovo in condizione di farla anch’io, spesso. Per fortuna ci sono tantissime persone che fanno questa cosa per motivi e scopi meravigliosi, e con effetti importantissimi, capaci di salvare vite e difedere diritti e libertà. Ma penso che sia necessario conoscere l’origine delle cose e il loro significato. Nel caso di XR e di quei movimenti e organizzazioni che fanno della decentralizzazione del potere un punto filosofico importante, inoltre, penso che sia anche una scelta strategica molto fondamentale.]

Ci potremmo chiedere, quindi, come si fa una comunicazione diversa?

Già il nostro amico Marco ha un punto di partenza importantissimo: il comunicatore in ascolto.

E noi partiremo proprio da qui, espandendo questo concetto.

Torniamo al nostro ecosistema:

Tutte queste connessioni tra persone, organizzazioni, software, boschetti e istituzioni, costituiscono miriadi di microstorie.

Nella comunicazione militarizzata che abbiamo esplorato più su, tutta questa ricchezza non trova posto, se non nell’estrarre alcuni parametri che si possono desumere da queste microstorie per classificare le persone secondo vari tipi di clienti. Tu ti esprimi circa il fatto che vai a sciare a St. Moritz? Sei un Target di tipo A. A te piace la carbonara “ignorante”? Target di tipo B.

È il lavoro che fanno gli operatori della comunicazione tipo Facebook: ci classificano a seconda delle nostre espressioni, per poi poterci vendere al migliore offerente.

[Nota: Questi operatori, attraverso le IA, ci classificano. Letteralmente: ci rendono Classe. Questa è la nuova lotta di Classe! Ma è una lotta particolare, perché non non sappiamo a che classi apparteniamo, né quelle a cui appartengono le altre persone. Quindi non possiamo riconoscere le persone delle nostre stesse classi. Il riconoscimento è la base della relazione. Tramite questo furto dello sguardo, ci viene sottratta anche la capacità di empatia e di solidarietà.]

È un meccanismo terribile e violento. Se la comunicazione dei 3 disegnini è una comunicazione di ispirazione militare, questa è di ispirazione petrolifera!

Possiamo, però, immaginare di costruire una alternativa.

Immaginiamo per un attimo che ci siano degli strumenti disponibili secondo cui le persone possano decidere di condividere espressamente le proprie microstorie, desideri, immaginari. Un sistema di autobiografia e autoracconto diffuso.

[Nota: non stiamo ovviamente parlando di un sistema di controllo globale, tipico degli scenari distopici. Stiamo parlando di potersi riappropiare di una modalità di espressione e di racconto. Quando abbiamo inventato GhostWriter, primo libro di un nuovo genere letterario che abbiamo chiamato “autobiografia algoritmica”, abbiamo fatto una operazione di questo genere. Ci siamo riappropriati di quello che era uno scenario tipico dei più paurosi episodi di Black Mirror, e lo abbiamo trasformato nella cultura, facendone uno strumento per le nostre opportunità e libertà di espressione, e per la promozione dei nostri diritti e delle nostre libertà. Possiamo immaginarne tante altre di queste invenzioni da mettere in campo. Oltretutto, usando tecniche come quelle degli Ubiquitous Commons è possibile per noi scegliere per quali fini possono essere usate queste storie e informazioni, e ad opera di chi. Quindi anche in questo senso lo scenario cessa di essere quello distopico di cui abbiamo giustamente tanta paura e rabbia, e si trasforma in opportunità per la cultura, l’espressione e l’amicizia.]

E, quindi, immaginiamo che sia possibile ascoltare e surfare queste microstorie, e le relazioni che raccontano. Che sia possibile per tutti — non solo per Facebook, o per la CIA o per una azienda grossa come l’ENI o cos’altro — conoscere queste storie e relazioni.

Se ciò fosse, inizierebbe ad essere possibile creare dei rituali (culturali, artistici, magici) attorno a queste storie. Dove finalmente ascoltarci, riconoscerci e provare solidarietà. E, nella solidarieta e nell’amicizia, decidere insieme cosa fare.

Questa cosa potrebbe estendersi ulteriormente, perché collegando software e sensori ai quartieri, ai boschi, al mare, anche questi potrebbero partecipare a questo ecosistema della comunicazione.

Com’è fatta l’autobiografia di un edificio? O di un bosco? O del mare?

La prospettiva si sposta enormemente, passando dal Militare al Culturale.

Noi questo scenario lo chiamiamo quello del Terzo Infoscape. Ispirandoci al concetto del Terzo Paesaggio di Gilles Clément, lo riportiamo nella comunicazione e nella cultura. Proprio come il concetto di giardino di Clément si pone domande importanti sull’ecologia, il Terzo Infoscape si pone questioni sull’ecologia della comunicazione.

In questo scenario diventa possibile anche un altro processo, che chiamiamo della Agopuntura Digitale. Questo è un libro che abbiamo scritto sull’argomento: nel caso specifico era applicato alle città, ma lo applichiamo anche all’ambiente e alla psicologia. (costa tantissimo perché è una pubblicazione scientifica: se lo volete leggere chiedeteci pure)

L’Agopuntura Digitale parla proprio di questa possibilità di comunicazione ecosistemica. Proprio come l’agopuntore può osservare i flussi di energie nel corpo, e decidere di inserire l’ago proprio dove serve, per creare dei piccoli vortici che riattivino flussi interrotti, l’Agopuntura Digitale parla di come in una condizione come quella di cui stiamo parlando, ci si possa riunire nell’osservare come va il corpo comunicazionale dell’ecosistema, e decidere insieme come e dove piazzare aghi, stabilire connessioni e magari farsi anche una bella sessione collettiva di Tai Chi.

È efficace?

Dipende da cosa si intende per efficace.

Sicuramente no, se per efficace si intende il riuscire a bombardare bene, o a estrarre dati e contenuti dal comportamento delle persone, per poi poterli vendere ai grandi operatori, in un modo o nell’altro. Un “militare” si metterebbe a ridere.

Sicuramente sì, se si ha come obiettivo trasformare la società in senso meno violento e più solidale, con gli strumenti della cultura e della psicologia, invece che con delle armi.

Noi facciamo così, e ci riusciamo tranquillamente a guardare allo specchio :)

Salvatore Iaconesi

Written by

Artist. President at https://www.he-r.it/, founder at http://www.artisopensource.net/. Teaches Near Future Design and Transmedia Design.

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