Illusioni

La cronaca di una disavventura si trasforma in una serie di considerazioni sulla società del controllo.

Stazione di Porta Susa a Torino, binario 2. Sono le 16 e 30 di un Sabato pomeriggio, e siamo lì a prendere il treno per tornare a Roma.

Oriana poggia un attimo lo zaino per terra per vedere sul cellulare che carrozza e posti abbiamo. Saliamo rapidamente sul treno. Poggiamo le valigie. Ci guardiamo intorno: lo zaino non c’è. Oriana corre strillando “Ferma! Ferma! Il mio zaino!” Non c’è nulla da fare: la porta del treno s’è chiusa e il treno inizia a muoversi. Oriana vede dal finestrino il suo zaino, che era ancora lì, allontanarsi progressivamente.

C’era dentro tutto: il cellulare, il laptop, il portafogli, un libro a cui tenevamo particolarmente. Grazie al cielo esiste il cloud e i danni al materiale di lavoro sono praticamente nulli, ma lo stesso ci manca un pezzo di mondo: foto, documenti privati, oltre al browser che ha le sessioni aperte su amministrazioni di pagine social, siti e persino sul conto corrente.

Subito chiamiamo il capotreno. “Certo, agiamo subito”, ci dice: si fa raccontare alcuni dettagli e chiama al cellulare. “Ho avvertito la PolFer”, dice, “adesso controllano”.

Il capotreno se ne va a controllare i biglietti e noi restiamo lì come degli stupidi. Decidiamo di agire velocemente: bloccare tutto (accessi ai siti, al conto corrente, cambiamento delle password di Google, Facebook e tutto il resto), e di contattare anche per conto nostro le attività.

Con qualche difficoltà, ma riusciamo a bloccare tutti gli account principali. Alcune volte ci troviamo bloccati: per bloccare serve non solo accedere, ma anche avere il cellulare, a cui vengono inviati automaticamente i codici per autenticarsi, per le conferme della procedura, per gli alert del conto in banca eccetera. Ma il cellulare sta sul treno.

Decidiamo di navigare i labirinti del call center (a 0.60 euro al minuto) e alla fine arriviamo a parlare con un essere umano che capisce un po’ e un po’ no (siamo agitati, e non so se siamo stati molto chiari), ma alla fine trova un modo di operare: blocca qualsiasi operazione sul conto online, e lunedì ripristineremo tutto all’ufficio delle Poste. E meno male che Oriana non aveva la App del conto sul cellulare: sarebbe stato tutto enormemente più difficile.

Troviamo il numero della PolFer di Porta Susa e chiamiamo. Sono gentilissimi e pronti ad aiutare, ma non sapevano nulla: “ma non vi ha chiamato il capotreno?” “No” Gli diamo i dettagli, ci scambiamo un numero di telefono diretto e il riferimento per contattarci, e attacchiamo. Siamo bloccati su un treno: non possiamo fare una denuncia e loro, in mancanza di una denuncia, non possono fare granché. Lo stesso, però, visto che sono delle brave persone e capiscano benissimo quanto sia grave perdere cellulare, laptop, documenti eccetera, si mobilitano: otterranno le immagini delle telecamere a circuito chiuso dal binario e dall’ora che gli abbiamo detto, e fanno un sopralluogo.

Inizia l’assurdo.

Intanto torna il capotreno: “La PolFer non ha trovato nulla”.

“La PolFer non sapeva nulla: ma chi ha chiamato?” gli rispondiamo noi.

“Ho chiamato il customer care in stazione di Trenitalia: sono andati sul binario e non hanno trovato nulla”, ci dice.

Iniziamo a presagire che non ci sarà nulla da fare: gli chiediamo come mai ci aveva detto di aver chiamato la polizia e invece non l’ha fatto, ma il capotreno esibisce una indole autistica niente male, e risponde solo a quello che vuole capire — sempre molto gentile, eh, per carità, ma tra un “sono desolato” e “spero che si trovi lo zaino” evade domande e si barrica dietro la Procedura, che viene eretta a limite dell’Universo, oltre cui non solo non si può andare, ma è anche impossibile vedere, o pensare.

Lo liquidiamo per non perdere tempo e perché le banalità che dice ci fanno solo arrabbiare di più e procediamo.

La cosa che ci sconforta è che nessuno sembra avere mezzi e metodi per fare nulla. Per esempio, non si può fare nessun uso pratico delle telecamere installate in abbondanza nella stazione. L’uso è completamente bloccato da una procedura.

  • Le immagini vengono gestite non dalla polizia ma da una azienda che ha un centro di controllo sotto la stazione.
  • Per poter avere le immagini la polizia deve avere una denuncia.
  • Noi non possiamo fare la denuncia perché siamo su un treno.
  • In ogni caso, le immagini vengono fornite dietro richiesta, e non in tempo reale: passa del tempo tra quando si richiedono e quando si hanno a disposizione

Le immagini, visto che le telecamere sono posizionate in ogni dove, potrebbero essere utilizzate molto facilmente per:

  • vedere chi ha preso lo zaino
  • dove è andato

E invece no. A che mi serve sapere 3 giorni dopo (tanto ci vuole) che un signor X ha preso lo zaino di Oriana e se ne è andato a prendere la Metro?

Siamo circondati da telecamere che ci riprendono in continuazione, causando implicazioni nefaste sulla nostra privacy, diritti e libertà, e quando poi alla fine ci potrebbero servire non possiamo neanche beneficiarne: a cosa diavolo servono?

L’Illusione

Il cellulare: lo possiamo tracciare.

La realizzazione ci colpisce come un fulmine: usiamo le caratteristiche del telefono Android che tramite il servizio Find My Device può essere localizzato se è rimasto acceso, se prende la rete, se ha credito e se ha la localizzazione abilitata.

Accediamo al servizio ed eccolo lì, lo vediamo davanti a noi, sulla mappa: il telefono di Oriana è ancora alla Stazione Porta Susa.

Chiamiamo rapidamente la PolFer: “È lì, è lì! lo vediamo!”

Le persone, gentilissime, si fanno raccontare la mappa che vediamo (“posso mandarvi uno screenshot” “no, no, meglio di no, ci spieghi”) e inviano delle persone in perlustrazione. Nulla.

Intanto il cellulare si sposta: prende la metropolitana, o forse un treno.

Scende a Porta Nuova, esce dalla stazione e inizia a camminare per la città.

La PolFer ci dice che “è uscito dalla stazione, non possiamo fare nulla, chiamate la centrale operativa della polizia e dite a loro.”

Lo facciamo immediatamente. Chiamiamo. Siamo molto concentrati. Il cellulare è lì, davanti a noi, sulla mappa di Torino, lo seguiamo: c’è batteria in abbondanza e il segnale prende bene, e anche la localizzazione GPS è buona.

Ci rispondono dalla Centrale Operativa: spieghiamo e diamo le coordinate, e ci offriamo di dare assistenza dal treno, e addirittura di dargli le credenziali del nostro account u Google, così che se lo possono seguire in autonomia, magari da una volante. È lì, e si sta muovendo, è troppo un peccato non cogliere questa occasione di riprenderlo.

E succede.

“Eh, no, ma non è così semplice”

Come?

“Il segnale GPS può essere poco preciso”

e noi: “ce l’abbiamo davanti agli occhi, è il massimo possibile, sarà massimo 50 metri”

“ma in quel raggio ci potrebbero essere 50 persone” argomentano.

Adesso. No. Vuol dire che sono assenti delle tecniche investigative di base. E non va bene.

Sì, in quell’istante in quei 50 metri di raggio ci sono 50 persone.

Ma poi si ha un’altra posizione. E di quelle 50 persone che erano nella posizione di prima, anche a voler esagerare in negativo, ce ne saranno al massimo 25 che sono venute nella nuova posizione, perché le altre saranno andate di là, dall’altro lato. E così per la posizione dopo, e quella dopo ancora. Facendo un rapido calcolo, dopo 5 svolte ne rimangono solo 3 di persone (50, poi 25, poi 12, poi 6, poi 3), e già, mentre perdevano tempo a cercare di spiegarci come il GPS prende male a Torino (aaaaarrghhhhh!), ne avevamo fatte già 7 o 8 di svolte.

La persona con il nostro cellulare era a piedi, in pieno centro di Torino, con il segnale mobile e GPS perfetto. Bastava seguire il percorso e guardare chi rimaneva per l’intero percorso: alcuni avrebbero girato di qua e di là, e ben presto, nei 5–10 minuti necessari a far 5 o 6 svolte, sarebbe stato lampante chi aveva il cellulare, senza nemmeno la necessità di fare perquisizioni o cos’altro, semplicemente guardando la mappa, seguendo il percorso, e guardando chi vi rimaneva aderente.

E, invece, il poliziotto continuava a esprimere pillole di saggezza:

“Ma in quei 50 metri ci potrebbero essere 50 persone con quello stesso zaino!”

(giuro, l’ha detto)

Il signore della centrale operativa, in buona sintesi, ci attacca il telefono in faccia. (il che per me è gravissimo, e stiamo capendo cosa possiamo fare a riguardo per denunciare l’accaduto)

E poi, una svolta: l’autobus.

Per un certo tempo, la persona con il cellulare stava camminando a piedi: andava piano, prendeva delle strade in contromano, era sicuramente a piedi.

Poi è arrivato a Piazza Solferino, fermo davanti a dei locali (un bar, una osteria, un caffé), e a una fermata dell’autobus.

Noi lo immaginavamo a pasteggiare cornetti e cioccolate calde con i soldi nel portafoglio di Oriana. E invece no: a un certo punto parte di nuovo, molto più veloce. Ha preso l’autobus.

E qui facciamo un piccolo capolavoro: sulla mappa sovrapponiamo i percorsi degli autobus che fanno la fermata a Piazza Solferino per vedere su quale autobus sta: è il 29. Ne siamo certi: dopo un po’ di svolte può essere solo quello.

Giù, chiamiamo di nuovo. Dalla centrale operativa non ci rispondono. Chiamiamo di nuovo i gentilissimi della PolFer di Porta Susa. “Eh, ma così non va bene! Vi devono rispondere!” Ci dicono. “Io li chiamo e vi faccio da ponte, però non va bene così: richiamateli e pretendete che vi aiutino!” ci dice. Magari, aggiungo io, che quelli ci hanno chiuso il telefono. Robe da pazzi.

Comunque, gli diamo le indicazioni sul bus su cui si trova il nostro cellulare, dove è adesso, dove sta andando, e che fermate fa quella linea (non lo sapevano). Offriamo di nuovo di cedergli le credenziali per accedere e tracciare da soli, magari da una volante, gli spostamenti. Ma nulla, non vogliono, non rispondono: prendono le poche informazioni, invece che la possibilità di seguire in tempo reale gli spostamenti, e chiudono.

È l’ultima volta che li sentiamo.

Il cellulare e la persona che lo porta con sé rimangono sull’autobus fino alla periferia di Torino.

Scendono a via delle Pervinche, entrano dentro il civico 8a.

E stanno ancora lì.

Nel senso che il cellulare è ancora lì.

Ha ancora batteria. Ed è sempre lì, come indicato sulla mappa qui sotto.

Non si è mosso da ieri sera.

L’ho fatto squillare qualche volta, a tutto volume, con le funzioni di Find My Phone. L’ho bloccato mettendo un messaggio sul display, con un’altra funzione, indicando che posso pagare una ricompensa e mostrando il numero di telefono a cui chiamarci in caso di ritrovamento. Nulla.

Per adesso sta lì.

Potrebbe anche essere stato gettato in un secchione dell’immondizia (da StreetView si vede che ci sono dei secchioni proprio lì).

Se volete un Samsung andate a cercarlo, sta lì, ve lo regalo :)

Arrivati a Roma, scesi dal treno, siamo andati a fare la denuncia alla PolFer di Stazione Termini. Una gentilissima signora poliziotta ha preso le nostre dichiarazioni. Abbiamo anche dialogato un po’ su quanto avvenuto. E ci ha anche spiegato meglio, dal punto di vista della Polizia, perché non ci hanno dato tanto retta alla Centrale Operativa. Se fossimo stati là, presenti, per esempio, sarebbe stato differente, perché non ci sarebbe stato il rischio di essere vittime di uno scherzo telefonico: “mi hanno rubato il cellulare! ce l’ho sulla mappa! fermate il bus 29!” Perché in quel caso saremmo stati presenti, come parte danneggiata, con la flagranza dell’illecito, e avrebbero potuto agire in modo più efficace.

Conclusioni

Questa vicenda ci ha fatto pensare alcune cose. E vi invito tutti ad aprire un dialogo costruttivo.

Innanzitutto: non siamo ancora pronti.

Non è pronta la Polizia, non siamo pronti noi, non abbiamo ancora i processi, i metodi e le pratiche comuni e accessibili per fare queste cose e per cogliere le opportunità offerte da queste tecnologie.

E, soprattutto, per coglierle senza farci male.

Quando ormai ci eravamo tranquillizzati, che avevamo accettato che lo zaino era perso, abbiamo riconsiderato l’accaduto e ci ha fatto impressione.

Ci sembrava di aver passato le ultime ore chiusi dentro The Circle, o durante l’inseguimento di Guy Montag in Fahrenheit 451.

Questa violenza dell’aver avuto davanti, sulla mappa, come vedendolo da un drone, pronto a sparargli un missile, ci ha colpito: volevamo che la persone venisse fermata, perquisita, forse anche arrestata.

La persona, rappresentata da un puntino, perdeva completamente umanità: era un pallino sulla mappa, che “conteneva” il nostro cellulare.

Oltretutto, fornendoci una visione distorta del reale: del tempo, dello spazio, delle persone che aveva intorno (che non potevamo ovviamente vedere), del contesto (che era assente). Solo quel dannato puntino: bombardate!

E, poi, anche il fatto che alla fine tutte queste informazioni non sono fatte per noi.

Un Google, un Facebook possono usarle liberamente, con molta semplicità. Fosse stato per offrirmi un buono sconto in un negozio davanti cui stavo passando con l’autobus, un Google non avrebbe avuto difficoltà alcuna.

Invece per usare la stessa informazione per recuperare il Mac rubato di Oriana non c’è una procedura, l’attrito è molto elevato, l’accessibilità nulla, l’usabilità inesistente. Non ci sono touchpoint, integrazioni, interoperabilità.

Analizzando, diventa sempre più chiaro che queste informazioni servono a Google, non a me.

Google che mi offre dei servizi, addirittura gratis, che funzionano benino nell’ordinarietà: son comodi, se mi scordo sotto che cuscino ho seppellito il cellulare lo posso far squillare e trovarlo. Ma nel conflitto, negli eventi della vita vera, fuori dai video promozionali, non serve a nulla.

E diventa immediatamente chiaro che tutti questi servizi servono a loro, non a noi: ci offrono servizi per poter estrarre dati da noi, per trasformarci in una miniera.

E, da un altro punto di vista, siamo molto contenti che non si possano usare questi dati.

Nella foga del cercare riprendere cellulare e computer, nell’allucinazione dell’emergenza, avevamo accettato l’idea di cedere il nostro accesso Google alla Polizia per permettergli di seguire in tempo reale i cattivoni.

A posteriori, mi vergogno di questa idea. Anche solo accettare l’idea apre le porte alle peggiori forme di dittatura, in cui diritti e libertà vengono erose e progressivamente annullate.

Lo stato di crisi e l’emergenza sono condizioni propizie per cui queste cose avvengano. Si ha paura del cattivo, e si rinuncia alla libertà e ai diritti.

Siamo saliti sull’autobus per tornare a casa, e ci siamo messi a pensare. Alle cose che diciamo sempre, in continuazione.

Del fatto che siamo osservati, continuamente, registrati, analizzati, manipolati.

Che i dati e le informazioni che produciamo in questo modo non sono per noi, ma a vantaggio di pochi organismi e aziende che li usano per porci nel bel mezzo del più grande esperimento di controllo sociale dell’intera storia dell’umanità.

Del fatto che questo influisce pesantemente sulla nostra psicologia, la nostra capacità di percepire e comprendere il mondo, di relazionarci, di imparare, di informarci, di emozionarci.

Accettiamo di buon grado di essere ridotti a righe su un database – o un cerchietto in un grafo sociale, o un pallino sulla mappa — e ad essere manipolate.

È una fortissima crisi esistenziale.

Una fortissima crisi esistenziale di cui fatichiamo a comprendere di esserne i protagonisti.

Ora ci siamo rilassati.

Cellulare e computer sono persi. Non fa nulla. Non è un dramma.

“Oggi inizia il resto della tua vita”, diceva qualcuno.

È il momento, quindi, di continuare con ancor più forza — sentendolo ancor più sulla pelle in virtù di quel che è successo — a fare quel che abbiamo cominciato: svelare la crisi e affrontarla.

Creare sistemi, metodi e strumenti per cui le persone si possano riappropriare della propria umanità, fatta di dati e carne, per sé e per le proprie comunità, con responsabilità e solidarietà, intervenendo sulla vita di tutti i giorni, creando un immaginario del potenziale rivoluzionario della vita quotidiana.

Update

C’è un finale.

Immagini da una telecamera.

Sono circa le 16:50 del Sabato. Mostrano lo zaino, spostato in un’altra parte della stazione di Porta Susa, per terra. E un anziano signore che, con il piede, lo sposta di lato, e se lo prende.

È lui il protagonista della nostra caccia all’uomo, tra segnali GPS, tracciamenti e spostamenti nella città.

Non ci tornava qualcosa. Ci sembrava ci fosse qualcosa di strano.

Il telefono che non era stato spento, o addirittura la SIM staccata e gettata, come di solito si fa nei furti. Questa tranquillità, di passeggiare, prendere l’autobus.

Avevamo fatto comparire sul cellulare dei messaggi utilizzando le funzioni di controllo remoto: “chiamateci, vogliamo solo il contenuto dello zaino, offriamo ricompensa”. E poi con la stessa tecnica avevamo fatto squillare il cellulare a tutto volume, in mezzo all’autobus.

Ma nulla: il cellulare era e rimaneva acceso e tracciabile.

E poi oggi: il cellulare di Oriana ci ha chiamato.

“Sono la nipote: mio nonno ha visto dei ragazzi che gettavano lo zaino per terra e l’ha preso per restituirlo al proprietario, ma non sapeva come identificarlo, perché non c’erano documenti, e non sa assolutamente utilizzare lo smartphone.”

Questo anziano signore, quindi, raccolto lo zaino e il suo contenuto, lo ha portato con sé a casa, fino a poter ricorrere all’aiuto della nipote per poter rispondere e chiamarci.

Una famiglia per bene, un signore anziano distinto e gentilissimo.

Quindi, l’emergenza è finita, e anche questa storia.

E proprio il finale ci fa pensare, ancora.

Le tecnologie non sono neutrali.

Un martello lo posso usare per piantare un chiodo o per dartelo in testa.

Ciò che è certo è che mentre impugno un martello interpreto il mondo come una serie di chiodi.

Le tecnologie inventano noi tanto quanto noi inventiamo le tecnologie.

Il GPS, per esempio, è di origine militare. Non è un caso.

Con queste tecnologie la prima (e sola) cosa che ci è venuta in mente è stata una opzione bellica: scovare, tracciare, colpire.

Tracciare e colpire un mite signore che si è portato il nostro zaino attraverso la città, sull’autobus, per farcelo avere in sicurezza.

Forse non è un caso. Forse le tecnologie ci stanno inventando, facendoci tendere a diventare degli efficientissimi soldatini della conoscenza e dell’informazione, che si fanno poche domande e che rispondono agli ordini algoritmici della loro filter bubble.

Non lo so. Ma son domande che, forse, è giunto il momento di porsi seriamente. Non ci possiamo permettere il lusso di non farcele e di non trovare alternative.