Red Hot Chili Peppers, abbiamo un problema

sabato scorso sono andato a vedere il concerto dei rhcp a bologna. poi sono andato a vederli anche lunedì a torino. erano il tredicesimo e quattordicesimo loro concerto a cui assistevo. li ho visti per la prima volta in america nel 1999. ho respirato il riscatto piacione di californication, le contraddizioni di by the way, la deriva di stadium arcadium, la timidezza di i’m with you e la svolta di the getaway. ogni tour, ogni concerto è stato diverso dal precedente. 
poi lunedì, mentre rientravo in autostrada assonnato e senza voce, ho provato a dare uno sguardo d’insieme e a capire cosa fosse a non quadrarmi.

josh

nel 2011 john frusciante, come si sa, è uscito dal gruppo (brizzi muori — n.d.r.), di nuovo. al suo posto, come si sa, è entrato un giovane di buone speranze che risponde al nome di josh klinghoffer (classe ‘79). chi sia josh è poco rilevante agli scopi della mia riflessione, basti dire che non è john frusciante. nel bene e nel male.
josh nel suo primo album con i peppers, i’m with you, ha iniziato timidamente a far vedere che tipo di musicista fosse, ma solo in the getaway è riuscito a dare un’impronta al sound del gruppo. di che tipo di impronta si tratti e se l’impronta sia bella o brutta non sono ancora in grado di dirlo, ma sicuramente la dimensione live è cambiata. e fino a lunedì scorso non avevo ancora capito in cosa.

torino — under the bridge

non è facile mettersi a confronto con un mostro sacro come frusciante, non è facile prendere in mano il suo modo di suonare e non sembrare una banale brutta copia. in questo josh secondo me ha fatto passi da gigante. resta un po’ di scimmiottamento sul palco, ma il fatto che lui non lo stia semplicemente imitando non è un particolare trascurabile. 
una parte importante dei live dei red hot è fatta da jam tra i tre musicisti e se anche l’alchimia non è ancora perfetta come ai tempi d’oro (e forse non lo sarà mai), le improvvisazioni scorrono abbastanza fluide e, in certe occasioni, quasi piacevoli. josh naviga su altri registri, non radicalmente opposti ma diversi. 
gli assoli sono ancora il punto debole. raramente raggiungono i picchi di emozione di john e ancora più raramente si chiudono esprimendo un’idea chiara, come capitava a frusciante. 
le seconde voci, infine, sono semplicemente diverse. ha solo bisogno di un po’ più di coraggio e di confidenza in più perché, in fondo, non ha una brutta voce ed è intonato.

john

ma c’è una cosa che ai più sfugge, me compreso fino a lunedì, e che non tutti necessariamente devono sentire. è una cosa mia personale, è una sensazione, è un’emozione.
quando saliva sul palco frusciante, quando lo guardavi suonare, quando lo sentivi, nasceva spontaneo un sentimento come di rispetto, di soggezione. non era necessariamente legato alla sua tecnica o al suo talento.

era, semplicemente, il suo carisma.

io credo nell’energia che si sprigiona dalle persone, credo nelle vibrazioni, ci credo anche se è una cosa da kazzenger, e lui sprigionava un’energia: la potevi toccare e trasudava da ogni sua nota. 
io questa devozione non la provo con josh e non so nemmeno se debba provarla di nuovo prima o poi. credo che la devozione del fan, alla fine, sia proprio questo: il sentire e il vedere cose che, forse, non esistono.