La fuga

Nell’estate 2017 volevo raccontare le mie vacanze in maniera inusuale. L’idea era quella di scattare una foto al giorno, non necessariamente legata a un posto turistico, ma che avesse una certa suggestione narrativa. L’avrei tagliata in 16:9, colorata velocemente con VSCO, dandogli un sapore irreale, e costruito una storia intorno. Nel frattempo in spiaggia leggevo The Dark Tower di Stephen King, a casa guardavo la terza stagione di Twin Peaks e nel sangue scorrevano le immagini di Myst e i numeri di Lost. Insomma i riferimenti surrealisti non mancavano. Ne è venuto fuori il racconto a puntate che, se vorrete, potrete leggere per intero qui sotto.


Il terrazzo

C’è un uomo sul terrazzone all’ultimo piano del palazzo. Ha una canottiera a righe azzurre e dei pantaloncini gialli. Anche l’intonaco è giallo, e gialle sono le due parabole che si scorgono a un secondo sguardo. Attorno al parapetto l’uomo ha sistemato delle grandi piante grasse, che darebbero la sensazione di trovarsi in un piccolo deserto, se non fosse per alcuni girasoli, gialli, che seguono il sole come parabole. Lo chiama “il suo giardino” e, commettendo un terribile sbaglio, si potrebbe pensare che qui lui passi il tempo a curarlo.

Lo osservo dal mio terrazzo, mentre sorseggio un tè per svegliarmi.

Armeggia con due scatole nere su un tavolino e ogni tanto controlla le sue piante. Poco fa è sceso ed è risalito portando con sé una voliera con due uccelli molto colorati e l’ha posizionata sul tavolino. Dopodiché è tornato alle sue scatole.

Sotto al palazzo c’è un furgoncino nero parcheggiato. È arrivato di notte e nessuno ne è sceso.

L’uomo si alza, si avvicina a una pianta grassa, dandomi le spalle. Poi torna alla sua voliera e la sposta esattamente di dieci centimetri.

Dal furgone escono due uomini col vestito nero, sanno esattamente cosa fare e hanno fretta.

Il mio sguardo torna sul tetto, l’uomo è affacciato al parapetto, li ha visti anche lui. Corre alle parabole, apre uno sportello e digita dei codici. Guarda l’orologio che ha al polso. Torna alle scatole, si alza la maglietta e ne attacca una al petto con dei giri veloci di nastro nero. Guarda verso la scala, deve aver sentito dei rumori nell’appartamento sottostante. Si rivolge alla voliera e improvvisamente sembra non avere più fretta. Guarda i due volatili con tristezza, sembra voglia chiedergli scusa.

Sulla scaletta esterna sono comparsi i due uomini in nero, procedono con cautela, pistole spianate. Il mio sguardo torna al tetto. L’uomo non c’è, lo cerco tra le piante, vicino alle parabole, ma non è neppure lì. Gli uomini in nero sono saliti sul tetto e come me sono sorpresi di non trovarlo. Sul tavolo è rimasta solo la voliera, l’altra scatola nera è sparita. Osservo meglio la gabbia e con mio grande stupore noto che gli uccelli non ci sono più, al loro posto un solo grande corvo nero.


Il camper

È parcheggiato al sole da giorni, non so esattamente da quanto tempo perché su questa radura che guarda la costa non passa quasi mai nessuno, tranne qualche gregge di pecore nere che conosce il tragitto per noiosa abitudine. Lo sfregare delle cicale è interrotto ogni tanto solo dal ronzio di una singola mosca che esplora i bassi rovi. I vecchi pneumatici e le scritte sbiadite dal sole sulla fiancata lo farebbero sembrare abbandonato, una grande balena bianca arrivata lassù chissà come, che si è lasciata arrugginire, invece di marcire. Eppure, a fare attenzione, dalla pancia della carcassa arrivano dei suoni fievoli, dei brevi beep e bassi droni che rivelano la presenza di computer e macchinari ad alta tecnologia. I vetri non lasciano spiare all’interno ma con la giusta ombra si intravedono file di led colorati che ballano a un ritmo che sembrerebbe causale.

Un lampo attraversa il cielo terso. Improvvisamente la Balena emette dei suoni meccanici, una botola sul tetto si apre e ne esce una parabola che si direziona su un punto esatto del cielo. Le cicale si sono zittite, il vento si è alzato. Alcune stampanti all’interno del veicolo iniziano a sputare fogli pieni di numeri in sequenze che non si ripetono mai.

C’è un secondo lampo di luce, i cespugli si carbonizzano istantaneamente in un cerchio attorno al veicolo. Da una strada polverosa stanno arrivando tre macchine nere a tutta velocità, ma sono ancora troppo lontane. La balena bianca si risveglia con un rumore profondo, qualcuno ha acceso il motore. C’è un uomo con una canottiera a righe azzurre al volante, sono sicuro non ci fosse prima, il suo piede sta premendo l’acceleratore più a fondo che può.


Le pale eoliche

Le grandi pale ondeggiano sonnacchiose. Attendono come colossali guardiani l’arrivo del Maestrale. L’aria gracchia di energia elettrica confondendosi coi ronzii degli insetti. Cicale rasoi, mosche scosse, calabroni elettrostatici. In questo tappeto rumoroso si incunea un brontolio distante. Un grosso camper bianco sta sopraggiungendo in lontananza sobbalzando pericolosamente ad ogni buca della strada. Raggiunge uno dei piloni e frena bruscamente inghiottito dalla nuvola di polvere che lo inseguiva. Non vediamo bene, ma qualcuno è sceso dalla cabina del guidatore. Scompare dietro al retro del veicolo e quando lo rivediamo ha in mano un pesante cric. Si avvicina alla cabina elettrica che si trova alla base del pilone e senza esitare comincia a martellare con forza il vecchio lucchetto che ne chiude le porte. I colpi zittiscono gli insetti ma l’elettricità dell’aria continua incessante, anzi ora sembra più persistente. Al quinto colpo il lucchetto cede e le porte si aprono con uno scatto. All’interno ci sono scatole nere. Centinaia di scatole nere. Ammassate alla rinfusa, ognuna collegata con un cavetto a un generatore. L’uomo ne prende un paio, alcune cadono a terra, non se ne preoccupa. Forse sente l’elicottero che si avvicina basso a chilometri da qui, forse no ma lo immagina. È tornato sul retro del camper a prendere qualcosa, è uno zaino che posa con cura all’interno della cabina elettrica. Se facessimo attenzione, filtrando con l’orecchio elettricità e scosse, sentiremo il tic tac frenetico di un orologio che non vede l’ora di svegliarci. L’uomo è già lontano tra sentieri mangiati dai rovi con due scatole nere in mano, quando l’elicottero scorge un lampo e uno dei piloni che crolla rovinosamente.


Il paesino mineriario

Qui vivevano silenziosi i minatori. Qui tornavano la sera come ombre a cenare a lume di candela, senza scambiarsi una parola. Queste mura non hanno mai sentito altro che il rumore riverberato dei picconi, il brontolare dei macchinari a vapore e lo sfrigolare del sole sulle pale dei fichi d’India. Fino a Quel Giorno in cui sentirono la Grande Esplosione a cui seguì il Grande Crollo e poi… La Grande Scoperta. Da allora qui non visse più nessuno.

Dalla collina giunge un uomo, è stremato, ha camminato tutta la notte, con sé ha solo due strane scatole nere. Si muove come se conoscesse ogni angolo, come se lui qui ci avesse vissuto. Entra nella sala macchine e tira una ad una tutte le leve che trova. L’ultima, la più arrugginita, richiede tutto il suo peso. Con uno scatto la leva si abbassa, l’uomo cade a terra, sbatte la testa e perde i sensi. La terra inizia a borbottare come una volta.

Se qualcuno fosse presente in questo momento a Jantar Mantar, il complesso astronomico di Jaipur, noterebbe un curioso assembramento di corvi, come fosse arrivato il giorno tanto atteso per un loro antico rituale.

L’uomo apre gli occhi. Sono passate molte ore e fuori è buio. Il terreno sta vibrando ed emette suoni profondi. L’uomo esce nello spiazzo esterno, pesta i piedi finché non sente un suono vuoto. Spazza con le mani la polvere e trova la maniglia di una botola. Si cala dentro dando un ultimo sguardo malinconico all’esterno. Alle finestre alcune ombre stanche lo osservano sparire nel pozzo, passandosi di mano le scatole che l’uomo ha dimenticato.


La vasca

In un altro Mondo e probabilmente in un altro Tempo, un curioso coniglio bianco si attarda sul ciglio della Vasca del Passaggio. Come noi è affascinato dall’acqua calma e piatta della piscina in totale contrasto con l’agitazione del mare e le grandi onde che si abbattono sulla costa. Saltella sul percorso lastricato, pericolosamente vicino al bordo, annusa l’aria con interesse, accorgendosi di come si stia caricando di elettricità statica. L’acqua della piscina, non ce ne siamo neppure accorti, è diventata verde. E ora si è tinta di giallo. Scalando velocemente la gamma dei colori raggiunge un viola intenso e con un cambiamento repentino diventa di un nero profondissimo senza confini, costellato di punti luminosi. C’è l’universo oltre la sottile pellicola di acqua che ondeggia.

Il coniglio sempre più affascinato si avvicina, tocca con i baffi il pelo dell’acqua, fa per allontanarsi ma una forza invisibile lo trascina giù improvvisamente. La piccola bestia viene inghiottita nello spazio, in una caduta infinita senza gravità.

Sul bordo della vasca compaiono due mani, qualcuno sta emergendo. È un uomo, sfinito come avesse nuotato oltre le sue forze pur di salvarsi da un lontano naufragio. Si solleva a fatica, la canottiera a righe che porta è lacera. Si trascina lungo il percorso di pietre, guardando con piacere i due soli che gli scaldano il viso.

L’uomo è già lontano quando un’ombra nera scivola fuori dalla vasca. Una seconda la segue. E una terza. Una quarta che aiuta una quinta a sollevarsi prima che l’acqua riprenda i suoi colori naturali.


La torre

È appena l’alba quando l’uomo si sveglia di soprassalto con una strana sensazione.

Qualcuno sta risalendo la collina.

L’uomo ruota la manovella arrugginita e spinge un paio di bottoni. I pannelli di metallo del soffitto si aprono come l’otturatore di una macchina fotografica lanciando rumori stridenti. Entra prepotente la luce del mattino, seguita dall’odore salmastro del mare. Il sedile su cui si trova l’uomo inizia a salire portandolo in cima alla torre.

Vede Ombre. Ricordi di antichi errori venuti a vendicarsi. Scivolano tra i cespugli, senza rumore. Ne conta quattro. No, cinque: una di loro è già ai piedi della torre. Con lunghe dita nere sta estraendo senza fatica una delle rocce che compongono la parete e la lancia giù tra gli scogli. L’uomo capisce di non avere molto tempo e scompare di nuovo all’interno della torre.

Poco dopo sul fianco del dirupo si apre una botola e ne emerge una grossa sfera di vetro sostenuta da un’intelaiatura di metallo. Rotola veloce verso il mare sobbalzando sulle pietre, raggiunge l’acqua a gran velocità e con un gran tonfo si sommerge agganciandosi a rotaie magnetiche che piegano a ovest, sparendo lungo il fondale marino. Dall’alto piovono le pietre della torre su cui si stanno accanendo i lunghi tentacoli delle ombre.

Silenziosamente la capsula rotonda scivola via, banchi di pesci si aprono al suo passaggio, il passeggero tradisce una lacrima mentre viene portato lontano.


La fine