L‘evoluzione nei titoli delle serie tv


—Pubblicato su pallino.it il 12.03.2014

Ho una dipendenza dalle serie tv. Se non ce l’hai, e sbagli ancora a dire serie intendendo stagione, non capisci. Potresti essere uno che riempie il comodino di libri e quando sei in libreria ne compri un’altra decina, per via dei consigli, perché ti piace la copertina, perché è quell’autore che. E il comodino non è più sufficiente (e magari neanche più lo spazio nel Kindle). Un giorno però diventi dipendente dalle serie tv e sul comodino torna ad esserci spazio per gli occhiali, la sveglia, qualche centesimo, la polvere.

Parlo di serie tv americane o inglesi. Quelle dove ormai gli investimenti raggiungono cifre da cinema, superandole. La qualità si fa alta. Straordinarie regie, acting, produzioni e sceneggiature che dal grande schermo si spostano a quello piccolo. Il telefilm non è più la telenovela di cui vergognarsi e opere come Twin Peaks non sono più l’eccezione. Esiste anche un piccolo mondo parallelo, quello dei titoli di testa, che risente di questa migrazione di talento (e soldi) e sempre più spesso produce risultati di altissimo livello. Non è più sufficiente il classico montaggio di scene clou alternate alla presentazione degli attori (ma neppure The West Wing ce l’ha risparmiato).

Nel 2004 Carnivale sfrutta al massimo il cosiddetto 2.5D, effetto ancora poco utilizzato in quegli anni. Se lo vedete lo capite, perché l’avete già visto: è un mondo tridimensionale ottenuto solo con oggetti a due dimensioni (in questo caso carte simili ai tarocchi), le figure vengono scontornate e gli sfondi ricreati. After Effects permette facilmente di fare questi movimenti di camera senza ricorrere a programmi 3D più complicati e dai rendering più impegnativi.

La stessa tecnica verrà poi ripresa da Desperate Housewives e, simulando un pop-up book, da United States of Tara. After Effects è quindi diventato lo strumento principale per i designer che possono ottenere effetti speciali e animazioni tipografiche in maniera molto agevole. Uno dei titoli che si citano più spesso è Mad Men, che riprende lo stile minimale delle silhouette dei credits anni ‘60 di Saul Bass.

Anche Luther gioca coi profili, ci aggiunge l’ormai classico effetto acquerello e i Massive Attack. Rubicon e i suoi mille fotogrammi chiave in timeline introducono perfettamente il clima di enigmi e mistero della serie, ma non basta per sfilare l’Emmy come Outstanding Main Title Design a Game of Thrones nel 2010. Quest’ultimo utilizza elaborati 3D che ricreano la mappa dei luoghi fantasy in cui è ambientato con elementi che ricordano macchine e ingranaggi alla Leonardo Da Vinci. La particolarità di cui non proprio tutti si sono accorti è che spesso il visual cambia svelando i posti in cui la puntata avrà luogo.

L’idea di cambiare i titoli di testa nel corso delle stagioni o addirittura degli episodi non è nuova. Ci pensa Battlestar Galactica mostrando scene della puntata che segue (e che io, sfruttando il fatto che oggi sia possibile farlo, salto spostando la testina del player). Anche il visual di Fringe è cambiato più volte seguendo gli eventi della serie (lo sapevate che il tema musicale è stato scritto dallo stesso creatore della serie, JJ Abrams?). Più nota ancora è forse la couch gag dei Simpson mai uguale a se stessa, domenica scorsa addirittura realizzata da Sylvain Chomet (l’animatore francese autore di Appuntamento a Belleville). The Wire ripropone la stessa sigla, Down in the Hole di Tom Waits, facendola interpretare da un musicista diverso ogni stagione. Gli episodi irlandesi di Sons of Anarchy si distinguono dall’arrangiamento irish folk della sigla.

Una tendenza è anche quella di accorciare sempre di più il minutaggio. Non lo fa di certo HBO, tv a pagamento che non ha il problema dei tempi pubblicitari. Lei il suo minuto e mezzo se lo prende tutto con titoli amatissimi come True Blood (amato ma, lo ammettono in molti, tra i più skippati) o Treme (che non si salta, si balla). Chi iniziò la tendenza ad abbreviare fu probabilmente 24 nel 2001 coi suoi 10 secondi. Poi arrivò Lost che fece volare lo sguardo in un ambiente buio passando attraverso una gigantesca e bruttina scritta tridimensionale, accompagnandola con un suono sinistro. Budget? Una pacca sulla spalla. Risultato? Uno dei titoli di testa recenti più noti.

In dieci secondi ci provano anche Heroes (bene) e The Event (malissimo). Più azzeccate, sotto i 20 secondi, Breaking Bad e In Treatment. Chi forse fa il record di 5 secondi è The Following nella sua seconda stagione (nella prima se non ricordo male utilizzava l’espediente di raccontare l’antefatto, come fanno Persons of Interest o Almost Human). A questo punto la sigla musicale, che una volta era ciò su cui veramente si puntava nella speranza che si impiantasse nella memoria delle persone e venisse canticchiata in loop (se penso a Dallas non smetto più. Oh no.), ora diventa un jingle semplice o addirittura sparisce del tutto. Inoltre a questo punto non si può neanche più parlare di titoli di testa. Quelli si sono spostati in sovrimpressione per i primi due minuti dell’episodio e sembrano non finire mai.

Tra quelle di questo inizio 2014 è degna di nota True Detective che attraverso l’effetto della doppia esposizione mostra paesaggi desolati (molti sono creazioni digitali!) usando come finestre le figure umane tormentate della storia.

Concludo con una delle più efficaci. Nessun CGI, solo una semplice idea: l’allusiva, disturbata, morning routine di Dexter.

Se sono riuscito a mettervi un po’ di curiosità fatevi un giro su Art of The Title o su Title Design Project, due ottime risorse sull’argomento. Quali sono i vostri titoli di testa preferiti?


Per non rovinare la lettura con continui link ho preferito creare una playlist di tutte le sequenze introduttive di cui ho parlato.

https://www.youtube.com/watch?v=JivPEYjYd20&list=PLCOYo8A_5_2IWC6EPtyrCNdK-KSo-iWFF