Trump potrebbe entrare (suo malgrado) nella storia delle scienze della comunicazione?

Nel caso il signor Donald Trump dovesse uscire vincitore dalle prossime elezioni presidenziali degli Stati Uniti bisognerebbe riscrivere buona parte dei manuali di Teoria e Tecnica delle Comunicazioni di Massa.
Nei confronti televisivi con Hillary Clinton è stato disastroso, non ne ha azzeccata una. Il tono, la prossemica, la postura, l’abbigliamento, per non parlare degli argomenti, che però, secondo i sacri testi, per la formazione del consenso e lo sbilanciamento degli indecisi non sono rilevanti.
E quanto ad argomenti anche la signora Clinton non è immune da errori. La storia delle mail sparite, l’evanescenza e ambiguità dei programmi di politica estera, e comunque lo scarso appeal che entrambi possono avere sulle minoranze e sul proletariato e sottoproletariato americano non le permettono di aggiudicarsi un vantaggio decisivo.
Le cose cambiano quando si guardano nell’ottica puramente formale della comunicazione. 
Ricordate la classica domanda che ci si poneva per giustificare l’enorme vantaggio di Kennedy nei confronti di Nixon in quel famoso contraddittorio televisivo? 
“Comprereste una macchina usata da quest’uomo?”
E la risposta, osservando Nixon, era ovviamente, no. Mai nella vita.
Nixon non si era preparato adeguatamente. Appariva insicuro, impacciato e vestito come un burocrate di secondo ordine. Kennedy arrivò nello studio televisivo e ne fece un solo boccone. Gioco, partita e incontro. La televisione soppiantava la radio definitivamente e il telespettatore diventava il pubblico di riferimento.
Da allora gli staff dei candidati alla Casa Bianca hanno sempre preparato gli scontri televisivi con la massima cura. Niente è lasciato al caso e i candidati vengono vestiti da capo a piedi e indottrinati su come mettere le mani, dove guardare, se accavallare o no le gambe e come rivolgersi all’avversario e agli intervistatori.
Nei due dibattiti finora svoltisi per queste presidenziali del 2016 Trump sembra aver voluto risparmiare su questa parte del budget della sua campagna elettorale. O forse non ha voluto imparare e memorizzare la lezione.
Tira su col naso mentre parla al microfono, si alza e passeggia nervosamente, dà le spalle alla telecamera, battibecca con gli intervistatori, si lamenta perché l’avversaria sfora il tempo, interviene con battute fuori luogo (“sono furbo” dice quando Hillary Clinton lo accusa di non aver pagato le tasse) e gira intorno alle domande scomode invece di rispondere direttamente.
La sensazione che se ne ricava è di uno che annaspa.
E, sempre secondo i sacri testi, uno che annaspa si è già scavato la fossa da solo.
Però.
Però i sondaggi ancora lo vedono testa a testa, e sui social i suoi seguaci sono ancora più agguerriti e non accennano a tirare i remi in barca (durante il dibattito di domenica sera Clay Shirky retwittava i commenti dei follower di Trump ed era tutto un osanna di giubilo nei confronti del prode condottiero che faceva a pezzi la sua avversaria).

Donald Trump con tutta probabilità non vincerà, ma se vincesse sarebbe sicuramente il caso di segnare la data delle prossime elezioni come lo spartiacque in cui la frammentazione delle interazioni ha superato il livello di guardia e ha spazzato via la concezione classica delle teoria delle comunicazioni di massa.
Potrebbe essere il momento giusto per mettersi l’anima in pace: la rete ha preso il posto della televisione e a questa non resta che ritagliarsi un posto (possibilmente comodo) vicino alla radio.
Ma se Trump non vincesse (e probabilmente non vincerà) rimarrebbe comunque solo una questione di tempo. Meglio tenersi pronti in vista delle presidenziali del 2020.

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