Apologia dei videogame

Siamo nel 2018: è ora di imparare a capirli. O accettare il game-over.

Non credevo avrei mai scritto un post con un titolo simile.
Perché in tutta franchezza, nel 2018, non pensavo ce ne fosse bisogno.
Mio malgrado mi sbagliavo.

Qualche settimana fa un quotidiano nazionale, riportando la notizia del massacro operato da un giovane in Crimea, ha testualmente descritto così il suo profilo: “Ragazzo introverso e taciturno, affascinato dai criminali e appassionato del videogioco Minecraft”; la correlazione tra violenza e videogioco emergeva già dal sommario che lapidariamente citava “L’odio per gli insegnanti e la mania dei videogiochi”.

Stamattina, in un tweet Carlo Calenda — che pure è una persona estremamente intelligente — scriveva che bisogna “salvare” i giovani dai giochi elettronici.

Nel thread che si è generato qualcuno ha parlato di genitori disperati per figli drogati di Minecraft che arrivano a rubare il bancomat dei genitori (!).

Genitori. Videogames.
Gli attori dotati di capacità di giudizio e di obblighi formativi. E il mezzo.
Quelli che creano alibi. E l’alibi.

Sì, perché qualcuno deve pur dirlo che fa troppo comodo riversare le colpe sul mezzo per non assumersi la responsabilità educativa.

È successo con la TV. Poi con i videogames (è da oltre trent’anni che sento dire che fanno male), infine con i social media.

La colpa è sempre del mezzo, dicono.

Mai di chi — quando parliamo di bambini e ragazzi — dovrebbe avere la responsabilità di insegnare l’uso di quel mezzo.

Il motivo? Spesso non lo comprendono neanche loro.

In un mondo in cui troppi genitori affidano i loro figli agli smartphone come fossero baby sitter, in cui è più importante dare buongiorno ai propri contatti Facebook stremando i figli per la foto perfetta o mandare live le imprese dei pargoli su Instagram piuttosto che godersi il tempo con loro, non mi stupisco che ancora i videogame siano oggetti incompresi e incomprensibili.

Siamo nell’era dei genitori tifosi, che vorrebbero i figli diventassero YouTuber così da fare soldi. O che diventino fenomeni di Fortnite, così da fare soldi.

Anche queste sono chiare incomprensioni del mezzo, anzi, distorsioni del loro valore se numero di visualizzazioni e like diventano la cifra del valore di tuo figlio.

Estremi.
Quelli di chi non capisce e di chi pensa di aver capito.
E in mezzo la realtà dei casi virtuosi.

Con Minecraft Education Edition, Microsoft ha innovato le modalità formative degli educatori di tutto il mondo. Basta dare un’occhiata qui per avere idea dell’impatto e della portata di un’azione del genere.

Gli eSports — di cui peraltro ho scritto qui — hanno cambiato il paradigma dei giochi e della competizione come lo conoscevamo.

E hanno generato uno straordinario impatto economico.

E dato che il focus di questo post è sui giovani fatemi fare un esempio positivo su tutti: Marco “Vengeur” Ragusa. 19 anni , palermitano, qualche giorno fa agli ESL Italian Open by Vodafone durante Lucca Comics & Games si è giocato la chance di volare alle finali di Quake Champions Invitational Duel.

La concentrazione di Rapha e Vengeur durante gli ESL Italian Open 2018

Per quelli che già storcono il naso: è un ragazzo straordinario, e non preoccupatevi, è anche iscritto all’università. È tutto tranne il prototipo dello sfigato potenzialmente serial killer che gioca ore al giorno ai videogames che vorreste venderci. Durante una delle sue sessioni di gioco, credo di aver ascoltato dai microfoni di Simone “Akira” Trimarchi una delle più delicate e straordinarie considerazioni sull’importanza dei genitori nel guidare all’uso dei videogames.
Ne è seguita uno scambio su Twitter che vale davvero la pena leggere.

Siamo la prima generazione che non ha mai smesso di giocare, ma questo non significa che tutti siano in grado di capire il gioco, di saperlo insegnare e di saperlo gestire.

Spero davvero che non ci sia più bisogno di post del genere.

E adesso scusate, spengo il computer e vado a giocare con i miei figli. 
Perché si educa anche attraverso i giochi, elettronici o meno.